16 marzo 2018, Globalizzazione ed Europa - Politica e società

L’Islam di Stato non esiste

di Giovanni Sarubbi

Dialogare è certamente meglio che spararsi addosso. Sotto questo punto di vista è stato positivo l’incontro tenutosi lo scorso 16 febbraio alla Grande Moschea di Roma sul tema “Musulmani italiani insieme per una società coesa”, organizzato dal Centro islamico culturale d’Italia e da Limes, rivista Italiana di geopolitica, a cui ha partecipato il ministro degli Interni Marco Minniti. La destra islamofoba ha parlato di un Minniti a caccia di “voti islamici”. L’intervento principale è stato quello del ministro Minniti che ha parlato dopo Khalid Chaouki, presidente del Centro islamico culturale d’Italia, e di Francesca Corrao, professoressa dell’Università Luiss Guido Carli di Roma.

Minniti ha incentrato il suo intervento sul “Patto nazionale per un Islam italiano” firmato lo scorso anno, il primo di febbraio.

Da ministro degli Interni l’intervento di Minniti è stato incentrato sul tema della sicurezza coniugato con il tema dell’islam. Perché coniugare insieme sicurezza e religione islamica? Perché questo collegamento non si pone per una qualsiasi altra religione?

Ascoltando il ministro e leggendo il testo del patto è evidente che esso è stato costruito sotto la cappa di piombo dell’ossessione della sicurezza, diffusa continuamente dalle organizzazioni razziste e xenofobe della destra fascio-leghistaforzaitaliota, che ripetono la dottrina dello “scontro di civiltà” inventata nel 1996 da Samuel P. Huntington nel suo libro Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale. Dottrina che fu rilanciata nel mondo a partire dagli attentati dell’11 settembre 2001.

La verità, che il ministro non dice, è che del patto firmato il primo febbraio del 2017 non è stato attuato nulla, è solo carta straccia che non è servito neppure a porre un freno all’islamofobia sempre crescente.

Tutta l’enfasi che il ministro ha messo nell’esaltare “il patto” fra le parti, che sarebbe nettamente migliore di una qualsiasi legge, è servita al ministro per dire che nell’orizzonte dei musulmani italiani non c’è l’Intesa ex art. 8 della Costituzione, nonostante Khalid Chaouki abbia affermato che «la comunità islamica ha bisogno di intesa con lo Stato».

Ma il limite del patto e della eventuale intesa che ne deriverebbe, non si sa quando non si sa come, consiste nel fatto che si vuole inquadrare la religione islamica nello schema verticistico tipico delle religioni dove è presente un clero, rigidamente strutturato, cosa non vera neppure per tutte le confessioni cristiane. L’islam, nella sua componente maggioritaria, quella sunnita, non ha alcun clero e l’imam è semplicemente colui che in un dato momento guida la preghiera di una comunità, potendo essere sempre diverso ogni volta che la comunità si riunisce.

Ma il problema vero è quello della rappresentanza dei musulmani italiani. Le organizzazioni firmatarie del Patto rappresentano solo una minoranza di tutti i musulmani oggi presenti in Italia. Fare un patto con alcune organizzazioni non significa affatto aver fatto un patto con l’islam italiano, che è una entità difficilmente quantificabile ed inquadrabile come può essere quella di una Chiesa cristiana che ha un suo clero e un suo capo riconosciuto.

Tentare di irregimentare l’islam per farlo diventare un “islam di Stato” è dunque una cosa inutile che viola lo spirito e la lettera della Costituzione. Servirebbe la cancellazione della legge fascista sui “Culti ammessi” ancora vigente, ma per farlo occorre liberarsi dall’ossessione della sicurezza di cui Minniti è certamente il campione.

* Giovanni Sarubbi è esperto di dialogo ecumenico ed interreligioso. È direttore del periodico il dialogo di Monteforte Irpin

(www.adista.it , 8/2018, 3 marzo 2018)

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