15 maggio 2014, In evidenza - Politica e società

L’irresistibile attrazione del vecchio. Quel Senato a Palazzo Madama

di Raniero La Valle

Dichiarazioni programmatiche al Senato

Nella nuova modalità della politica fatta a passo di corsa, e forse proprio perché non ci si può stare troppo a pensare, c’è il rischio di trasformare la discussione sui fatti in una discussione sulle parole. Per esempio le parole “svolta autoritaria”, usate dai critici delle riforme, possono essere ammesse per descrivere il fatto che mezzo Parlamento è abolito, e l’altro mezzo è eletto a suffragio ristretto, sicché quasi mezzo Paese, per trucchi, premi e sbarramenti, non può avervi rappresentanza? No, sostiene il giovane governo, non sono cose da dirsi, e le respinge al mittente con l’argomento di non aver giurato sulla Costituzione dei professoroni, anche se ha giurato sulla Costituzione fatta dai professorini.

Lasciamo stare dunque le parole, e stiamo ai fatti. I fatti sono le innovazioni istituzionali, intraprese con vitale ardore. Si direbbe: per andare avanti. E tutti plaudono per questo.  Ma è con grande stupore che si vede come queste riforme giovanili sono tutte vecchie, si gloriano di essere quelle stesse riforme già proposte trent’anni fa e finora abortite, e quando non hanno precedenti così prossimi affondano le loro radici ancora più lontano nel tempo.

Si prenda ad esempio la proposta di rafforzare i poteri del primo ministro, di rendere la Camera più servizievole rispetto alle esigenze operative del governo. Ma questa è una cosa che si sta facendo da Craxi in poi, che ha perseguito per vent’anni Berlusconi, che si è attuata attraverso drastiche forzature dei regolamenti parlamentari, fino ai tempi contingentati, ai dibattiti con ghigliottina, ai calendari parlamentari che sembrano un orario ferroviario, con la data e l’ora precisa fissata per l’entrata e l’uscita delle leggi. Il problema sarebbe invece quello di inventare nuove procedure non autoritarie di cooperazione tra Camera e governo, in cui la fiducia non sia posta per stroncare il Parlamento, ma per renderne più rigoroso e sobrio l’apporto a vantaggio della legislazione e dell’esecutivo.

La legge elettorale è vecchia di novant’anni

Si prenda la legge elettorale. Qui il ritorno è al 1924, alla legge Acerbo che dava i due terzi dei seggi (furono 355) al listone fascista vincente. Però quella legge non sbarrava la porta alle altre forze politiche della tradizione italiana e furono dodici i partiti non fascisti che giunsero in Parlamento. C’erano anche Gramsci, Matteotti, De Gasperi. Per questo il fascismo, avendone i numeri, dovette fare il regime. Il problema oggi sarebbe non di peggiorare la legge Acerbo, offrendo la vittoria alla destra e lasciando entrare alla Camera solo uno o due partiti oltre di essa, come fa l’ “Italicum”, ma di riequilibrare, come ha chiesto la Corte costituzionale, rappresentanza e governabilità, evitando di fare della Camera la città proibita da cui gli scarti sono esclusi.

Si prenda il decreto sul lavoro. Qui il ritorno è al 1891, alla situazione descritta dalla “Rerum Novarum” di Leone XIII, quando si diceva che “la quantità del salario la determina il libero consenso delle parti: sicché il padrone – si scandalizzava il papa – pagata la mercede, ha fatto la sua parte, né sembra debitore d’altro”; e quando – soggiungeva l’enciclica – accadeva che gli operai, privi di ogni tutela associativa, “rimanessero soli e indifesi in balia della cupidigia dei padroni e di una sfrenata concorrenza”. Oggi almeno per trentasei mesi i lavoratori  assunti con contratti a termine senza altri obblighi da parte dei padroni sono appunto in questa condizione, e questa sarebbe la riforma, quando invece la novità sarebbe stata di avviare un processo per cui il lavoro, come vorrebbe il costituzionalismo e come chiede la Chiesa, non fosse abbandonato come una merce al libero gioco della domanda e dell’offerta, ma gli fosse data effettività come diritto.

Da un Senato dei campanili a un Senato dei popoli

Si prenda infine la questione del Senato. Qui il tripudio è maggiore perché sembra che da alcuni decenni gli italiani non anelassero ad altro che alla sua soppressione. Tuttavia con la proposta del Senato delle Autonomie l’irresistibile attrazione del passato sembra spingere ancora più indietro, fino alla situazione descritta nel “Gattopardo” quando nel 1860 il nobile cavaliere piemontese Aimone Chevalley di Monterzuolo scese fino a Donnafugata per chiedere al principe di Salina di andare a sedere nel Senato come notabile siciliano “prescelto dalla saggezza del Sovrano”, per rappresentare il vecchio regno nel nuovo, in modo che tutto cambiando, tutto restasse immutato.

Si dovrebbe invece rovesciare lo sguardo. Se il vero Senato deve essere sacrificato, allora invece di un Senato di ex province, di campanili, di regioni e di notabili di nomina quirinalizia, una grande riforma sarebbe quella che desse vita a un Senato dei popoli, che proiettasse l’Italia oltre la dimensione nazionale ed europea, e la facesse promotrice di una Costituzione mondiale tesa a realizzare “un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le nazioni”. Questo è un obbligo costituzionale derivante alla Repubblica dall’art. 11 della Carta; e quest’obbligo, benché abbia ispirato e suscitato straordinarie iniziative ed esperienze dal basso, sia di movimenti popolari che di Enti locali, non ha ancora trovato un organo istituzionale che lo assuma e lo onori.

Mentre c’è una globalizzazione che attende la sua idea fondatrice, una comunità umana che deve assumere la responsabilità della conservazione e della sostenibile evoluzione del mondo, un’organizzazione delle Nazioni Unite che deve ritrovare il suo spirito e la sua spinta propulsiva originaria, a Roma potrebbe insediarsi un Senato dei popoli  per redigere e proporre una Carta dell’epoca nuova. Esso potrebbe essere formato da due rappresentanti, una donna e un uomo, di ciascuno dei 193 Stati membri dell’ONU, dei due Stati non membri, Santa Sede e Palestina, e da alcuni rappresentanti della Conferenza delle Nazioni senza Stato d’Europa (CONSEU) e dell’Organizzazione delle Nazioni e dei Popoli non rappresentati (UNPO). Almeno all’inizio, molti di questi rappresentanti potrebbero essere gli stessi diplomatici di questi Paesi e popoli già accreditati a Roma. L’Italia, oltre ai suoi due rappresentanti, potrebbe fornire al Senato dei popoli un collegio di giuristi e altre persone di esperienza per un supporto culturale politico e di ricerca ai lavori dell’assemblea.

Se veramente si vuole il nuovo, se non si vuole essere “vecchi, vecchissimi”, come diceva di sé e dei suoi siciliani il principe di Salina all’inviato piemontese, non si deve riciclare il vecchio ma rispondere con nuove istituzioni e idee a esigenze e a speranze nuove.

(“Rocca”, n.8/2014)

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