6 settembre 2010, Politica e società

L’intolleranza

di Aldo Schiavone

I fatti accaduti a Torino non possono che allarmare chi ha a cuore la democrazia italiana. Nelle parole del Capo dello Stato si riflette con limpidezza una preoccupazione e una condanna che devono essere condivise da tutti gli italiani. Quando la violenza e l’intolleranza si sovrappongono alla politica siamo di fronte ad una patologia sociale che rischia di travolgere i fondamenti della vita civile.

L’intolleranza è un nemico mortale della convivenza democratica. Ed è un male subdolo che è difficile da identificare. Esso si nutre di confusione e qualche volta si nasconde dietro buoni argomenti per servire pessime cause. Naturalmente, in un Paese normale, è giusto, legittimo, salutare che la protesta e l’indignazione trovino spazio e voce. Ma in questo caso c’è stato un corto circuito inammissibile, con un gruppetto di scalmanati che – al grido di “via i mafiosi dallo Stato” – scambia la piazza (o il tendone) per una paradossale aula di giustizia, pretende di celebrarvi processi sommari e eseguire condanne: in questo caso quella di privare l’avversario del diritto alla parola.

Al fondo di queste idee e di queste pratiche c’è un germe micidiale di dogmatismo e di irresponsabile estremismo che ci fa paura perchè può incubare climi peggiori, da cui purtroppo la nostra storia non è immune.

Il presidente Schifani – che è la seconda carica di uno Stato per cui tutti dovremmo portare comunque rispetto – era ospite del Pd in una festa che ha visto la partecipazione, in questi giorni, di un pubblico attento, ironico, riflessivo, composto. Ne ho potuto fare io stesso esperienza diretta. Vi sarebbero stati molti altri modi per esprimere un legittimo dissenso. Ma qui non s’è trattato di questo. Qui si è pensato che l’unica risposta possibile fosse la sopraffazione, che riducesse al silenzio l’avversario.

L’opposizione di tutto avrebbe bisogno tranne di essere trascinata laddove non c’è futuro e non c’è speranza: nel luogo di una protesta incivile e impotente, minoritaria fino all’autolesionismo. Cercare di mettersi in sintonia con simili esasperazioni senza senso  solo per guadagnare qualche voto è da irresponsabili. Purtroppo Di Pietro è pronto a cavalcare questa facile onda demagogica e di rendere così ancora più problematica la costruzione di una seria alternativa all’ Italia del Cavaliere. Al Paese occorrono progetti, idee, ritrovare il filo perduto della sua storia: l’Italia ha bisogno di ragionare e di tenere la testa a posto e di liberarsi del tutto dall’idea che la politica possa anche significare togliere all’avversario il diritto di parlare, rendergli inagibile un qualsiasi spazio, dovunque e in qualunque momento, e per qualunque ragione.

(articolo tratto da “La Repubblica”, 5 settembre 2010, p.1 e 29)

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