17 settembre 2012, Cultura - In evidenza - Politica e società

L’intervento dello Stato per il bene comune

di Laura Pennacchi

Il rilancio della riflessione su un nuovo intervento pubblico in economia è di portata enorme: Esso va collocato dentro quella «strong battle» tra settore pubblico e privato riproposta dalla crisi globale, lungo il cui asse torna a scorrere una forte discriminante destra-sinistra. Chi aveva sostenuto che stato-mercato fosse divenuto un dilemma irrilevante ha materia per ricredersi. Il paradosso da spiegare, semmai, è un altro: l’intervento pubblico è stato invocato quando si trattava di salvare banche e intermediari finanziari (trasformando immensi debiti privati in immensi debiti pubblici) e ora che bisognerebbe sostenere i redditi dei lavoratori, rilanciare la «piena e buona occupazione», dare vita a un nuovo modello di sviluppo, se ne pratica un drastico ridimensionamento sotto forma di tagli vertiginosi alla spesa pubblica. L’austerità ha anche questa faccia: ripropone il motto «meno regole, meno Stato, più mercato» con cui il trentennio neoliberista ha incubato la crisi economico-finanziaria più grave dopo il 1929 e alimentato la pulsione verso lo «starving the beast» («affamare la bestia», e la bestia sono gli Stati e i governi). Eppure la crisi disvela l’importanza del ruolo dello Stato, del resto incisivamente praticato anche in era di neoliberismo conclamato: negli anni di Reagan e dei Bush in Usa si è dato vita a qualcosa che alcuni studiosi hanno definito «Stato sviluppista nascosto». Il punto è: il ricorso allo Stato del neoliberismo dà vita a una sorta di «keynesismo privatizzato» al servizio degli interessi delle corporations e dei poteri forti, il quale implica da una parte l’erosione delle funzioni più nobili e trasparenti della «statualità », dall’altra l’abbattimento dei benefici pubblici per ceti medi e lavoratori. Si tratta di rovesciare questa tendenza e di dare vita a un intervento pubblico trasparente, orientato al bene comune, facendo leva su due fatti strategici: 1) la recessione, la flessione degli investimenti privati, la caduta della produzione, la disoccupazione per essere contrastate richiedono un «big push» fornibile solo da un motore pubblico, a partire da un Piano straordinario per il lavoro di giovani e donne, prendendo atto che le ricette con incentivi indiretti, occupabilità, flessibilità, cuneo fiscale stanno facendo fallimento; 2) la strutturalità delle cause della crisi ci dice che essa è deflagrazione di un intero modello di sviluppo e che l’attivazione di un nuovo modello ha vitale bisogno di un volano pubblico. Occorrono sia politiche della domanda che politiche dell’offerta. Keynes e Schumpeter vanno strategicamente ripensati insieme. La drammatica situazione che stiamo vivendo riattualizza tutte le categorie di Keynes: insufficienza della domanda aggregata, disoccupazione involontaria ed equilibrio di sottoccupazione, utilizzo della spesa pubblica e moltiplicatore, «trappola» che fa sì che all’aumentare della liquidità non aumentino gli investimenti per la decrescente efficienza marginale del capitale. D’altro canto, la crisi economico-finanziaria ha attizzato il fuoco sotto problematiche con un potenziale esplosivo, dalla crescita delle diseguaglianze agli squilibri territoriali, al depauperamento del capitale sociale e dei patrimoni infrastrutturali, alla dequalificazione dei sistemi educativi e delle strutture di welfare, alle questioni ambientali. Trattare queste problematiche implica tornare a un incisivo intervento pubblico, che non si limiti e a regolare e a liberalizzare, ma che da una parte si esprima nella presenza diretta in economia sulle frontiere dell’innovazione (anche con una mobilitazione, valorizzazione, alienazione del patrimonio), dall’altra ridia cittadinanza a un’altra parola a lungo negletta: programmazione. Giddens, il teorico della terza via semiliberista di Blair, dice addirittura «pianificazione». La programmazione e la politica industriale assumono questioni che il mercato non può risolvere: quanto investire nell’aggregato, la direzione che le nuove tecnologie debbono prendere, quanta urgenza dare ai problemi ambientali, il ruolo da assegnare alla scuola, alla conoscenza scientifica, alla cultura. Ogni crisi forza il ritmo del cambiamento strutturale e ciò richiede uno sforzo di pensiero e di categorie per porre al centro di un nuovo modello di sviluppo green economy, beni comuni, beni sociali.

(“L’Unità”, 25 agosto 2012)

Lascia un commento

 

 

Visitatori

  • 798789 visite totali
  • 141 visite odierne
  • 2 attualmente connessi