7 giugno 2019, Politica e società

L’illusione, l’odio e la sinistra

di Alberto Leiss

Mi capita di ricordare la frase ripetuta nel “battutario” (il catalogo di titoli di giornale nei diversi formati e caratteri tipografici) che usavo, giovane cronista, nella redazione genovese dell’Unità: “Non inorgoglirsi nelle vittorie, non abbattersi nelle sconfitte”. Si imparava a non sbagliare il numero delle battute accolte dal piombo fuso, e si meditava – sorridendone, erano già gli anni ‘70 – sul quel precetto per militanti severi.
La citazione è rivolta ai tanti amici e amiche che hanno scommesso, come votanti, attivisti, candidati, sulla affermazione della “sinistra” alla sinistra del Pd. Se si è sicuri delle proprie idee non bisogna demordere. Tanto più in un contesto dove l’elettorato è ormai un mistero volatile. I votanti si spostano da un partito all’altro, o dalla partecipazione all’astensione, a botte di milioni. Vedi i risultati di Lega e Grillini, del Pd, mentre l’affluenza tra le politiche dell’anno scorso e le europee di domenica è passata dal 73 per cento al 56. Io stesso, del resto, sono un elettore ondivago. In passato ho votato per la lista con Tsipras, o per il Pd. Domenica se avessi votato a Roma avrei scelto La Sinistra per stima e affetto verso un amico candidato. Ma avendo votato a Genova ho preferito dare la preferenza a Pisapia e Majorino – oltre che alla giovane genovese Radicchi – due politici che hanno dimostrato che si può dire e fare qualcosa di sinistra al governo di una grande città europea come Milano. E che forse possono aiutare un “partito democratico” – e un più largo centrosinistra – a coltivare non come minoranza residuale un punto di vista “di sinistra”.
Perché, a proposito dell’essere sicuri delle proprie idee, è davvero giusto perseverare nei tentativi di costruire una sinistra autonoma e “pura” (ma finora inguaribilmente rissosa e minoritaria)? La vicenda del Labour inglese e persino dei democratici americani non indicano altre strade da non trascurare?
Credo però che la vera urgenza, a sinistra e in tutta l’area “democratica”, sia quella di un aggiornamento radicale della propria cultura e della capacità di leggere la società e il mondo. Mi ha fatto riflettere, per esempio, la scelta della “Sinistra” e dei Grillini di candidare all’ultimo capoliste donne (come del resto fece Renzi nel 2014). Ma la libertà femminile e il femminismo non possono essere etichette a cui ci si appende in extremis. Piuttosto dovrebbero indurci a cambiare idee e comportamenti maschili sul terreno del potere. Trasformazione indispensabile per vedere meglio se stessi e le contraddizioni sociali, economiche, scientifiche e tecnologiche del tempo presente.
Così anche l’uso di terminologie scontate per definire gli avversari non funziona. Ho visto che anche una filosofa raffinata – Donatella di Cesare – definisce “neofascista” la Lega di Salvini. Sull’ultimo numero di “Critica Marxista” Aldo Tortorella – certo non sottovalutando il risorgere di tendenze nostalgiche – suggerisce la ricerca di parole più appropriate: “C’è il populismo dell’odio e del ritorno al passato (il razzismo, il sanfedismo, l’antifemminismo, l’autoritarismo, l’ordine capitalista). E ci sono i populisti dell’illusione (cioè le promesse senza fondamento e della “democrazia diretta” dove uno solo vale per tutti). Chiamare le cose con il loro nome non risolve i problemi, ma aiuta ad evitare gli errori. Ad esempio, se si riconosce che c’è un pericolo grave come quello di un restringimento degli spazi di libertà l’imperativo di chi volesse contrastare una tale tendenza sarebbe quello di ragionare per unirsi, non per dividersi”.

(“Il Manifesto”, 28 maggio 2019)

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