28 febbraio 2013, Globalizzazione ed Europa - In evidenza - Politica e società

L’Europa nell’urna

di Claudio Gnesutta e Mario Pianta

Last day in Paris

La politica del prossimo governo italiano sarà fortemente condizionata dal quadro europeo. Pesa la recessione, l’imposizione di politiche di austerità, e un insieme di trattati e norme che ha istituzionalizzato una visione neoliberista dell’integrazione europea – la libertà di movimento dei capitali, delle merci e delle imprese innanzi tutto – e ha reso impossibile prendere le misure economiche necessarie per affrontare la crisi attuale.

L’Italia è stata particolarmente colpita da questo contesto europeo, prima con la debolezza internazionale del governo Berlusconi, poi con l’allineamento alle direttive europee del governo Monti. Si tratta di una rotta sbagliata per l’Europa e disastrosa per l’Italia. “Sbilanciamoci!” ha argomentato queste critiche con la discussione sulla “rotta d’Europa” aperta da Rossana Rossanda nell’estate 2011.
Le proposte principali – riassunte nel primo documento della Rete europea degli economisti progressisti – chiedono di rovesciare le politiche di austerità e cancellare le pericolose limitazioni imposte dal fiscal compact; di ridurre le diseguaglianze, tassare la ricchezza e tutelare il lavoro; di fare della Banca centrale europea un prestatore di ultima istanza per il debito pubblico, introducendo una responsabilità comune dell’eurozona; di ridimensionare la finanza, avviare una transizione ecologica ed estendere la democrazia a tutti i livelli in Europa.
Come possono entrare queste elaborazioni e queste proposte alternative nel dibattito sulle elezioni in Italia? Innanzi tutto devono fornire il quadro di riferimento entro il quale collocare il dibattito elettorale. A scala europea negli ultimi mesi sono emerse alcune novità che ridefiniscono i termini del dibattito su come affrontare la crisi.
La prima novità è venuta nientemeno che dal Fondo monetario, che quest’anno ha riconosciuto quanto fosse sbagliata l’imposizione di politiche di austerità fondata sull’idea (ultraliberista) che una riduzione di spesa pubblica non abbia effetti negativi rilevanti sul reddito. In una serie di documenti ufficiali, l’FMI spiega i clamorosi errori di previsione sulla base della sottostima degli effetti negativi che la caduta della domanda ha sul reddito: una riscoperta, tardiva e limitata, della lezione keynesiana. Di fronte alla recessione del 2012-2013 è sempre più urgente un ritorno a politiche europee di rilancio della domanda.
Si tratta di attivare nuovi strumenti europei per sostenere l’economia e avviarla verso un sentiero di crescita sostenibile, con un ampliamento del bilancio dell’Unione, il varo di eurobond destinati a finanziare progetti di investimenti per l’economia verde e un ruolo maggiore della Banca europea degli investimenti (…).
E’ importante inoltre aumentare i margini di manovra per le politiche di spesa a livello nazionale. Su questo versante il “Fiscal compact” introdotto nel 2012 rappresenta una decisione di particolare gravità perché impone il limite dello 0,5% del Pil al “deficit strutturale” dei conti pubblici; in più prospetta il rimborso in vent’anni dell’eccesso di debito pubblico rispetto al 60% del Pil (…). Le modalità specifiche dell’applicazione di queste misure ai diversi Paesi sono ancora non ben definite e la possibilità di allentare le politiche di austerità si gioca sul terreno di questo scontro tra visioni diverse sul funzionamento dell’economia e sulle priorità per l’azione dei governi.
In questa direzione va anche l’iniziativa promossa dalle socialdemocrazie europee per produrre un Independent Annual Growth Survey pubblicato a novembre 2012 da OFCE francese, ICLM danese e IMK tedesco; il rapporto mostra che senza modifiche dei trattati europei è possibile un percorso di aggiustamento fiscale che distribuisca la riduzione di deficit e debito tra 2013 e 2017; questa manovra farebbe crescere l’area euro dello 0,7% l’anno in più in questo periodo, accelerando la fine della recessione (www.socialistsanddemocrats.eu/gpes/media3/documents/4121_EN_iAGS_Report_version%20finale.pdf).
La seconda novità è venuta da Mario Draghi nell’estate scorsa, quando ha dichiarato per la prima volta che la BCE salverà l’euro «con ogni mezzo necessario». Insieme ai nuovi strumenti d’intervento introdotti – il Meccanismo europeo di stabilità (il fondo salva-Stati) e il piano per l’acquisto di titoli pubblici da parte della BCE (lo scudo anti-spread) – quest’impegno ufficiale di Draghi ha attenuato negli ultimi mesi del 2012 la speculazione contro il debito pubblico (…). Ma non è da escludere che un successo del centro-sinistra alle elezioni in Italia possa aprire un nuovo attacco speculativo contro il debito del Paese. Sarebbe un test decisivo della determinazione della BCE di proteggere un Paese membro dell’euro, e l’Italia è un Paese “troppo grande per fallire” ma anche troppo grande per essere ridotto a una condizione subalterna come è successo alla Grecia. Tuttavia, c’è il rischio che un’Italia in difficoltà venga spinta a far ricorso ai fondi europei d’intervento, che prevedono esplicite condizionalità in termini di riduzioni di spesa, privatizzazioni, etc. Un attacco speculativo potrebbe così portare a misure opposte alle politiche di cambiamento scelte dagli elettori, con un drammatico svuotamento della democrazia: quasi un colpo di stato della finanza (e dell’Europa) contro un Paese in difficoltà, una riedizione della vicenda greca (…).
La terza novità riguarda proprio la Grecia, ed è la decisione della Germania di escludere esplicitamente la possibilità di un’uscita della Grecia dall’euro (…) Sul futuro dell’Unione monetaria è importante che lo scontro tra centro e periferia non veda i singoli Paesi in difficoltà misurarsi da soli con le istituzioni europee, ma si costruisca uno schieramento compatto della periferia europea (con in più la Francia socialista) che sappia rinegoziare le regole e le priorità europee (…).
La quarta novità la troviamo sul piano degli equilibri politici, e qui non sono pochi i segnali negativi. La vittoria di François Hollande non ha mutato in modo significativo gli equilibri in Europa. Le elezioni in Olanda hanno faticosamente portato nel novembre scorso a un governo di coalizione tra liberali e socialdemocratici con il liberale Mark Rutte nuovamente primo ministro, con un approccio molto vicino al governo di Berlino. In Germania le elezioni dell’autunno 2013 si preparano con una forte popolarità della cancelliera Angela Merkel, una caduta dei consensi al Partito liberale ora al governo, e un profilo incerto e debole dell’opposizione socialdemocratica che, insieme ai verdi, non presenta un’alternativa riconoscibile rispetto alle attuali politiche del Paese.
Il governo che uscirà dalle elezioni di febbraio dovrà aver ben presente questo quadro continentale, la necessità di far “cambiare rotta” anche all’Europa, l’esigenza di destinare grandi energie ai rapporti a scala europea. Per avere possibilità di successo, la partita sul cambiamento in Italia dev’essere giocata con uguale impegno a scala europea, con un forte investimento politico e diplomatico, con una forte richiesta di democratizzazione delle decisioni, di ridimensionamento del potere ottenuto dalla Germania, con la costruzione di alleanze tra i Paesi della periferia europea.
In questo percorso, la politica italiana non è sola. Ci sono state le mobilitazioni dei movimenti, finora soprattutto a scala nazionale. C’è una crescente consapevolezza dell’opinione pubblica europea, mostrata dai sondaggi, sulla necessità di politiche pubbliche per uscire dalla crisi, di far pagare la finanza e tutelare le condizioni sociali. E c’è stato il primo sciopero europeo, il 14 novembre 2012, convocato dalla Confederazione europea dei sindacati contro le politiche di austerità dell’Europa, che ha visto il sindacato tornare sulla scena. C’è infine la scadenza elettorale del 2014, un anno dopo quella italiana, per le elezioni del parlamento europeo, l’unica istituzione democratica dell’Unione europea.
Un possibile governo di centro-sinistra in Italia non troverà in Europa un letto di rose, ma un terreno di scontro in cui è possibile ottenere qualche cambiamento di rotta anche a Bruxelles, Berlino e Francoforte. Avrebbe dalla sua parte la forza della ragione: in assenza di cambiamenti, l’Europa è destinata a una nuova grande depressione e l’euro finirebbe per crollare. Le mobilitazioni dei movimenti, la voce del sindacato, l’alleanza tra i paesi della periferia europea e il voto europeo del 2014 rappresentano opportunità per costruire un dibattito comune – attraverso le frontiere – sulle vie d’uscita dalla crisi d’Europa e per riaprire processi di partecipazione democratica che restituiscano ai cittadini di tutti i paesi la scelta sull’Europa che vogliamo.

(“Il Manifesto”, 10 gennaio 2013)

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