14 giugno 2014, Globalizzazione ed Europa - In evidenza - Politica e società

L’Europa e il mare

lampedusadi Raniero La Valle

Nemmeno quindici giorni prima delle elezioni europee, l’Europa è finita annegata nel mare tra Tripoli e Lampedusa. È lei che è colata a picco nel Mediterraneo con i due barconi di profughi affondati nel giro di due giorni con uomini donne e perfino neonati di pochi mesi.
L’Italia ha cercato di salvarli: una bella cosa umanitaria nel mare comunque definito “nostrum”, in latino; il che vuol dire che attraversarlo senza visto è pur sempre un reato, la cui punizione però grazie ai maggiori scrupoli del centro-sinistra non è più la morte, cioè il lasciarli affogare. Ma è bastato che l’Italia decidesse di non fare annegare i naufraghi perché si mostrasse la durezza dell’Europa: l’Europa non li vuole, una volta salvati, perché gli uomini non sono capitali e la grande conquista europea è la libera circolazione dei capitali, non la libera circolazione degli esseri umani.
Inutilmente il ministro Alfano e quella degli esteri Mogherini si lamentano “con l’Europa” perché non fa il suo dovere: vedete, dicono, questo non è un problema “nostro”, l’Italia è solo una porta d’ingresso, anzi gli immigrati nemmeno ci vogliono venire, sbarcano senza farsi riconoscere per non essere cacciati nei centri di detenzione e di espulsione, e subito cercano di raggiungere gli altri Paesi del continente.
Ma proprio questo svela l’insensatezza delle politiche sia dell’Italia che dell’Europa, che si possono così riassumere:
1) gli altri, i non comunitari e non europei, in Europa non ci devono venire. Se ci vengono, è un reato, la cui unica esimente è il diritto di asilo; esso però più che un diritto è una grazia concessa dal singolo sovrano europeo, e se non è concessa o si scompare come clandestini o si è espulsi.
2) Quelli che vengono per mare devono essere salvati dalla Marina Militare, perché continuare a non farlo sarebbe un crimine contro l’umanità, perché sarebbe un omesso soccorso contro il diritto marittimo e perché se no il papa torna a Lampedusa.
Però proprio questo fa scoppiare la contraddizione, che offre buoni argomenti alla spietatezza della Lega: dato che l’Italia viene a prendersi i naufraghi, tanto più i trafficanti li metteranno in mare su carrette sgangherate, e magari a un prezzo più alto, perché i più si salveranno. Così i profughi aumentano, i mercanti ci guadagnano di più, i vecchi barconi si smaltiscono, Alfano e la Mogherini gridano un po’ più forte, mentre quella inverosimile ministra degli esteri dell’Europa che è la baronessa Ashton non batte ciglio, e qualcun altro invece invoca la Croce Rossa e propone un “corridoio umanitario” nel Mediterraneo, forse pensando al canale di Sicilia come al mar Rosso col corridoio apertosi per il passaggio di Mosè. Ed è tutto sbagliato, perché il problema non è della Croce Rossa, è delle garanzie e dei diritti, e non è una questione umanitaria e di miracoli, ma di giustizia e di volontà.
È qui, nel suo mare trasformato nelle acque dell’Ade, che finisce l’Europa che abbiamo conosciuto. Torna a prima di esistere. Perché l’Europa non esisterebbe se il mare non fosse stato attraversato. Senza Enea, come racconta il mito, non ci sarebbe Roma. Se Giona non fosse stato restituito dal ventre della balena, la profezia della misericordia divina sarebbe rimasta sepolta nel mare. Se Paolo non si fosse salvato dal naufragio a Malta, in Europa ci sarebbero ebrei, ma non cristiani, e se Pietro fosse annegato prima di toccare terra in Puglia, non ci sarebbe la Chiesa di Roma; se i monaci di Gregorio avessero fatto naufragio nella Manica, agli Angli non sarebbe stato annunciato il Vangelo e i popoli del Nord Europa non sarebbero stati convertiti; e forse senza l’isola di Ventotene nemmeno l’Unione Europea ci sarebbe.
Poiché invece tutto questo è avvenuto, il mondo è cambiato. Chiudendo oggi le porte del mare, l’Europa pretende e si illude che il mondo non cambi più. Che ognuno resti a casa sua, ognuno si tenga e spenda il suo denaro, ognuno si tenga per sé la cittadinanza come una rapina.
La cittadinanza è l’ultima vera discriminazione rimasta: essa dice che i diritti dell’uomo sono innati, ma è solo il cittadino che ne può godere e solo a lui sono riconosciuti. Il Vangelo è rovesciato: ama il cittadino, non farti prossimo allo straniero. E non ci si rende conto che in questo modo anche il cittadino è perduto.
Eppure era stata l’Europa a inventarsi che i diritti di comunicare e di migrare – “ius communicationis et migrationis” – fossero diritti naturali universali pertinenti a tutti gli uomini e tali da dover essere affermati anche con la guerra. Lo aveva sostenuto Francisco de Vitoria per giustificare la conquista e l’insediamento degli Spagnoli nell’America appena scoperta; anche se, affermati per tutti, si trattava di diritti asimmetrici, perché di fatto potevano essere esercitati non certo dagli Indios, che non potevano andare ad occupare il regno di Spagna, ma solo dagli Spagnoli andati a prendersi le ricchezze e le terre degli Indios.
Ed è per l’appunto adesso, quando il diritto di attraversare i mari, di migrare, di mettere radici in altre terre potrebbe essere esercitato ed è rivendicato dai non europei, che l’Europa glielo nega. Con ciò l’Europa si chiude nel suo bunker e si chiude a dialogare con se stessa, e anzi col suo denaro. Ma anche del denaro ha perso il controllo, ed è perciò che l’Europa soffre di una doppia alienazione: perduto il rapporto con l’umano, anche il denaro le si è rivoltato contro. Essa infatti ha privatizzato il denaro, ha tolto all’autorità pubblica l’esclusiva della sua creazione e ha dato alle banche private e a innumerevoli loro surrogati finanziari il potere di creare denaro dal nulla, senza alcuna corrispondenza con beni reali e al semplice tocco di un tasto del computer. Secondo il Financial Times del 25 aprile (ma in Italia Luciano Gallino e altri economisti e sociologi lo dicono da anni) questa smisurata creazione di denaro (quasi tutto il denaro che circola nell’economia), che poi lo Stato si è visto costretto a sostenere, è la causa principale della crisi in atto. Si tratta, ha scritto il maggior quotidiano economico del mondo, di “un buco gigantesco nel cuore della nostra economia di mercato”. E Gallino ha osservato sulla Repubblica: “Grosso modo si tratta di una massa di denaro potenziale – potenziale, va notato, come la nitroglicerina – che gira per il mondo in quantità decine di volte superiori alle transazioni aventi per oggetto beni e servizi reali”. L’unico rimedio secondo il giornale inglese sarebbe di “spogliare le banche private del potere di creare denaro, che dovrebbe essere riservato esclusivamente allo Stato”. Commenta Gallino: “Questo articolo proveniente da una fonte quale il Financial Times vale a ricordare ai governi dell’Unione Europea, compreso il nostro, che una riforma finanziaria la quale in qualche modo riduca drasticamente il potere delle banche private di creare denaro è la maggiore riforma politica di cui dovrebbero occuparsi per salvare l’Unione e i propri stressi Paesi”. Soltanto una forte riduzione di tale potere delle banche “può fare uscire i governi dell’Unione Europea dal ruolo di burattini del potere finanziario che attualmente svolgono”.
All’ordine del giorno non dovrebbero esserci quindi le ridicole riforme istituzionali di Renzi, ma dovrebbe esserci una riforma sostanziale del rapporto tra l’Europa e il denaro, una riforma che attui la rivoluzione invocata da papa Francesco: “Che il denaro serva, e non governi”. E solo allora, se l’Europa tornerà dal governo del denaro al governo degli uomini, si potrà riconoscere che l’umanità è una sola, i migranti potranno sbarcare in Italia da navi di linea, tutti gli uomini saranno nel contempo cittadini e l’Europa stessa potrà tornare a nascere in un mondo veramente globale ordinato dal diritto.

(“Rocca”, n.10/2014)

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