17 ottobre 2010, Globalizzazione ed Europa - Politica e società

L’Europa che caccia i rom.E le radici cristiane?

di Federico Schiavon

Se c’è un popolo che nel corso della storia è sempre stato emarginato, questo è il popolo rom-sinto. Sono cambiati i modi di questa persecuzione, ma non la sostanza: i rom danno fastidio, sono visti con sospetto, di loro si mettono in luce solo gli aspetti negativi.

Ne è prova quello che sta succedendo in questi giorni in Francia e in Italia: sui rom, persone fragili, si scaricano tutte le colpe, tutte le paure, tutta l’insicurezza. Sono vittime sacrificali per ottenere il consenso politico, per dimostrare che sta a cuore la sicurezza dei cittadini e per nascondere problemi politici e amministrativi ben più importanti.

I media ci raccontano solo gli sgomberi, le gru che abbattono le baracche e tutto finisce là. Ma non ci fanno vedere dove finisce questa gente, non ci fanno conoscere la loro vita normale, quotidiana, non ci parlano dei loro progetti, delle loro speranze, dei loro piccoli passi per vivere una vita dignitosa. Insieme alle baracche infatti crollano i tentativi di riscatto: i rapporti umani creati con fatica, il lavoro trovato con difficoltà, gli inserimenti dei bambini a scuola.

Certo è strano, si parla tanto della civiltà europea, delle radici cristiane d’Europa e poi i fatti contraddicono questa “civiltà”, questa “origine cristiana”. Le politiche europee, in questi ultimi anni, hanno infatti trattato la minoranza rom europea come qualcosa da “eliminare”, “sgomberare”, da non tenere in considerazione. Nelle politiche europee, l’immagine dello ‘zingaro’ oscilla dal bisogno alla devianza. Non è considerato un cittadino come gli altri, una persona che come me piange e ride, ama, si dà da fare per la sua famiglia, è portatrice di valori edificanti. Mai, infine, i popoli nomadi sono stati coinvolti nelle politiche sociali, mai si è chiesto loro un parere.

Il non riconoscimento e la violazione dei diritti vanno poi a braccetto con la diffusa indifferenza. Un silenzio assordante che viene non solo dalla società civile, ma anche dalla Chiesa: troppi cristiani si permettono di pronunciare parole antievangeliche, lontane dall’insegnamento di Gesù. Un sinto lombardo affermava che «oggi la gente non si vergogna di dire quello che una volta si vergognava solo di pensare».

Molte volte, chi vive nei campi e ha fatto una scelta concreta di condivisione con questi figli di Dio non si è potuto esprimere perché invitato al silenzio dalla Chiesa ufficiale. Quante volte, inoltre, per fini politici, la Chiesa ha taciuto su atti di razzismo? Quante volte, infine, i paladini delle origini cristiane hanno detto parole non cristiane e compiuto azioni non cristiane nei confronti dei nomadi senza nessuna vergogna?

Un apologo tibetano-buddista dice: «Ho visto un’ombra in mezzo alla foresta e ho avuto paura perché credevo fosse un animale feroce. Mi sono avvicinato e ho visto che era un uomo. Mi sono avvicinato ancora di più e ho visto che era un fratello». In questo momento tutti noi dovremo avere la capacità di avvicinarci di più agli altri e allora avremo un’altra visione delle cose.

L’invito di Tobia nella Bibbia – «Non distogliere mai lo sguardo dal povero, così non si leverà da te lo sguardo di Dio» – è infine un invito più che mai attuale per ciascuno di noi a ispirarci nelle nostre scelte al Vangelo.

*Già direttore della Pastorale dei rom e dei sinti della Fondazione Migrantes

(articolo tratto da “Adista Segni Nuovi”, n.78 del 16 ottobre 2010)

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