13 settembre 2012, Politica e società

L’eredità di Togliatti e il Pd

di Michele Prospero

Il 21 agosto di 48 anni fa moriva Palmiro Togliatti. Senza i suoi arnesi anche il comunismo italiano sarebbe stato un movimento marginale,presto sopraffatto da un arido schematismo dogmatico e quindi condannato ad un celere e indolore declino. Fu soprattutto il suo realismo alla Cavour a guidare la metamorfosi di una avanguardia rivoluzionaria, che aveva avuto il battesimo di fuoco nella resistenza armata, in un soggetto popolare così radicato nella società da schivare, con adattamenti e innesti, anche i detriti della catastrofe del comunismo.
Se la sinistra storica non si è spenta completamente malgrado le tante suggestioni coltivate per condurla all’oblio, e se un nucleo parziale ma inconfondibile di essa si rintraccia ancora oggi nell’esperienza del Pd, questo è dovuto proprio alle sorprendenti mille vite di una creatura che nel dopoguerra è divenuta una tradizione, cioè un qualcosa di così profondo e sostanziale nel sentire collettivo che non è possibile trascendere e rimuovere, anche volendolo.
Il senso dell’operazione di Togliatti è stato anzitutto quello di innestare una settaria truppa d’assalto, nata dopo la frattura dell’Ottobre sovietico, nel solco della storia nazionale. Tornato dall’esilio, egli mise subito in chiaro che occorreva un paziente lavoro teorico per definire una autonoma cultura politica perché «non si pone il problema di fare ciò che è stato fatto in Russia». Non che rinunciasse a sfruttare il mito ancora caldo della presa del Palazzo d’Inverno e a rivendicare le gesta della marcia liberatrice dell’esercito rosso. Ma egli utilizzava il mito di un mondo radicalmente altro come una forma di emozionale coinvolgimento della massa, senza rimanerne prigioniero nel momento della invenzione politica distaccata.

Consapevole che «la guerra di liberazione è anche stata, lo sappiamo benissimo, guerra tra italiani», Togliatti si adoperò per ricucire le ferite aperte con una attenta trama istituzionale all’insegna della comune appartenenza nazionale. Per imporre il suo disegno egli attuò anche una radicale riforma del lessico politico. Nel consueto vocabolario comunista era bandita la locuzione nazione. Egli parlava invece di «grandezza della patria», di «coscienza nazionale degli italiani». Il riferimento ossessivo, quasi retorico alla funzione nazionale del Pci, era poi alla base di una necessaria sintesi di classe, popolo e Stato («La classe operaia non è mai stata estranea agli interessi della nazione»; «Comprendiamo gli interessi della nazione, e sappiamo noi stessi sacrificare ad essi i nostri particolari»).
Il triennio magico della leadership togliattiana va senza dubbio dal 1944 al 1947 e diede dei frutti politici davvero straordinari: la svolta di Salerno, il partito nuovo, la Costituzione. Tutti e tre questi eventi storici ebbero il loro fondamento in una intuizione che sin dal 1944 Togliatti esplicitò con nettezza: «Non proporremo affatto un regime il quale si basi sulla esistenza o sul dominio di un solo partito». L’opzione democratica e pluralista nel leader del Pci (per quanto concerne poi i quadri e i militanti è un’altra faccenda) fu precoce e priva di reticenze. Senza di essa sarebbe stata persino inconcepibile la forma del partito nuovo e il fecondo laboratorio della Costituente (si rammenti al riguardo il suggestivo discorso con cui il segretario del Pci dialogava con sapienza di dottrina e con feconda ironia con i grandi maestri della scuola giuridica italiana).

Con il partito nuovo Togliatti passò dall’esemplare antico di partito di quadri rivoluzionari («Noi non possiamo più essere una piccola, ristretta associazione») alla nuova forma partito di massa, radicato e aperto («Rivolgiamoci direttamente all’opinione pubblica»). Sulle orme più della Spd di inizio secolo che non di un qualche ammuffito organismo orientale, il Pci definì in occidente il modello di partito per eccellenza. Ne scaturì quella straordinaria e inimitabile comunità di uomini e donne, di intellettuali e semplici, di operai e braccianti, di diseredati e ceto medio che agiva con uno stabile apparato burocratico, con una miriade di circoli e sezioni territoriali, con una membership attiva che si nutriva con una vivida identità culturale. Fu una creatura davvero originale e densa di pathos i cui frutti ancora adesso, come depositi di capitale sociale, sono lucrati politicamente e con profitto a sinistra.
Non a caso, ragionando sulla identità del partito, Togliatti con uno spirito egemonico «rivendicava la tradizione del socialismo italiano» che esisteva prima ancora della comparsa del movimento comunista. Malgrado il profilo inedito della giraffa comunista e la caratura nazionale della sua invenzione organizzativa, il leader del Pci non poté mai rompere il legame con Mosca. Rivendicava anche con ironia l’autonomia del partito («Non sono fra le nostre file uomini che vadano spiando sulle Alpi l’apparir di un amico stendardo») ma l’ottobre restava per lui il mito che faceva da spartiacque, l’evento simbolico del ’900 che coinvolgeva le masse al destino di «un Paese dove sono al governo i lavoratori».
Stretto tra le compatibilità insuperabili e i limiti oggettivi di un mondo diviso in blocchi contrapposti, con meccanismi di condizionamento e con sottili ingerenze che precludevano l’accesso del Pci al governo, l’ultimo Togliatti accentuò il richiamo alla diversità («Noi siamo un organismo politico; siamo però un organismo politico di tipo speciale»). Insisteva, come per resistere più a lungo alle tendenze ostili che potevano rendere marginale una forza esclusa, su «due strumenti che oso chiamare infallibili, perché la storia stessa più recente lo ha dimostrato: i nostri princìpi e la nostra organizzazione».
Ostruita la strada esterna per l’accesso al governo del Paese, non restavano che l’investimento identitario interno, sulla peculiarità di un Pci legato a grandi processi storici mondiali («La nostra devozione illimitata alla causa per cui combattiamo»), e la progettazione organizzativa indispensabile per definire tra i ceti popolari un inattaccabile orgoglio di partito. Celebrando la sintesi di macchina e programma, Togliatti esaltava perciò «quei nostri militanti, e sono oggi migliaia e migliaia, che hanno dedicato alla lotta del nostro partito tutta la loro esistenza». Il Pci fu in fondo proprio questo, l’intensa vicenda umana e ideale di una forza esclusa che lottava per emancipare una parte di società che con l’azione politica definiva i propri simboli, i propri valori, i propri codici, le proprie credenze. Il realista Togliatti recuperava a fini politici, oltre alla disciplina e al rigore di un organismo che voleva coeso ma non monolitico («Io non mi meraviglio che in un grande partito vi possano essere lotte di tendenza. Questa è la legge di un grande partito»), anche «la possibilità di sognare, di valicare con l’entusiasmo il limite della realtà quotidiana».

C’è qualcosa di rilevante che accomuna i due grandi politici di scuola realista, protagonisti del dopoguerra italiano: Togliatti e De Gasperi. Come De Gasperì regalò l’autonomia al partito cristiano al potere con la celebre formula di un partito di centro che guardava a sinistra (che significava per lui una politica «realistica e realizzatrice», nel solco del «nostro spirito riformista» che avvicinava alle curve di un «socialismo moderato»), così Togliatti condusse un partito comunista alla logica complessa della politica pragmatica che si proponeva di conquistare il centro, offrendo su ogni questione delle credibili risposte di governo («Dobbiamo possedere una soluzione di tutti i problemi nazionali»).
Con la curiosità della giraffa, che sebbene relegata all’opposizione operava sempre con una vocazione maggioritaria, il Pci ha costruito a suo modo e a livello di massa un grande senso dello Stato e ha fornito classi dirigenti autorevoli e capaci. «Tutti dicono oggi – rifletteva Togliatti – che noi siamo i migliori politici, i politici puri, e così cercano di spiegare i nostri successi. Orbene, se siamo buoni politici, non lo so; so però che, se lo siamo, è perché abbiamo tenuto e teniamo fede in ogni istante a princìpi che trascendono la politica, perché siamo in ogni istante fedeli a quella vocazione, che spinse e spinge milioni di uomini a vivere e lottare per trasformare e fondare su basi nuove, di giustizia sociale e di libertà la nostra società nazionale e tutta la società umana». L’officina di Togliatti, per quanto fornita di pezzi di rara efficacia, non è stata sufficiente per entrare nella stanza dei bottoni ma ha comunque regalato gli ingranaggi di una macchina esemplare che ha funzionato a lungo come una riserva di democrazia e ha lasciato le sue tracce come una miniera ancora attiva di passione civile. Sbaglierebbe il Pd a rinunciare a questo confronto storico-critico, magari in ossequio a coloro che vorrebbero eliminare il contributo dei comunisti italiani, non solo dal patrimonio culturale dei Democratici di oggi, ma dall’intera storia nazionale.

(“L’Unità”, 22 agosto 2012)

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