14 settembre 2014, Cultura - In evidenza - Politica e società

L’elettorato democratico e le riforme di Edipo

di Raniero La Valle

Come Presidente dei Comitati Dossetti per la Costituzione non ho una scelta da fare tra Senato della Repubblica e Senato delle Autonomie. I Comitati Dossetti sono in campo per difendere e promuovero lo sviluppo del costituzionalismo interno e internazionale, e certo in via di principio si può dire che l’uno o l’altro Senato o addirittura nessun Senato, siano compatibili con la democrazia realizzabile e realizzata. Perciò, parlando in astratto, i Comitati Dossetti potrebbero astenersi dal prendere posizione. Però per restare neutrali dovrebbero credere che veramente di questo si tratti, della qualità del bicameralismo e del ruolo di un evenutale Senato delle Regioni, cose in cui nella base e tra gli amici, anche giuristi, dei Comitati, c’è una disparità di opinioni, come c’erano alternative teoriche e aperture nella stessa riflessione e azione politica di Giuseppe Dossetti.
Tuttavia non siamo affatto sicuri che di questo si tratti; noi non vediamo infatti una riforma fatta secondo verità, di cui siano dichiarati cioè i veri obiettivi, ma ci pare che sotto la veste della riforma si giochi una tutt’altra partita, come hanno detto il senatore Mauro e il prof. Villone; una partita al ribasso, che per dirla in poche battute secondo lo stile di oggi, direi volta a “abolire metà del Parlamento per lasciare una democrazia dimezzata”.
Perciò faremo una consultazione nei Comitati Dossetti per sapere se e come schierarsi in questa battaglia che certo non può essere disertata; intanto io parlo qui oggi a titolo personale.
La prima cosa da dire di questa riforma è che è inaccettabile il metodo ed è inaccettabile la cultura che è messa a suo fondamento. Il Senato potrà anche essere discusso, ma non si può buttar via con gli stessi motivi delle auto blu, e nemmeno il Senato è uno scalpo, o un olocausto da offrire in sacrificio ai mercati o all’Europa, in cento o in mille giorni, per avere in cambio la benevolenza di una flessibilità che peraltro nè viene veramente chiesta (nessuno a Ypres ha messo in discussione il Fiscal Compact) nè viene concessa. Non si possono fare le riforme costituzionali sotto ricatto, in forza di un Hatti-Humayun, un rescritto califfale emanato dal Sultano, né si può essere qualificati come ribelli se ad esso ci si oppone; e nemmeno la soluzione è che uno si salvi la coscienza, votando contro come Palmiro Togliatti permise di fare a Concetto Marchesi, lasciando che la casa vada in rovina.
Nel merito il Senato delle Autonomie significa distruggere le Autonomie, decapitandole dei loro rappresentanti eletti – sindaci, consiglieri regionali o Presidenti di giunta che siano – togliendoli dal territorio. Se gli eletti come sindaci o come esponenti delle Regioni devono davvero contribuire alla legislazione come senatori e sono pagati per questo dai loro cittadini, devono venire a Roma ogni settimana perchè per chiedere di intervenire sulle leggi approvate dalla Camera il Senato ha tempi strettissimi, dieci giorni dalla trasmissione della legge da Montecitorio e solo cinque giorni se le leggi sono approvate con la procedura della “ghigliottina”; e poi il Senato ha trenta giorni o solo quindici per proporre le modifiche; e ha solo quindici giorni per le modifiche alle leggi riguardanti il bilancio ex articolo 81; questo vuol dire che se un senatore o il Senato stesso salta una settimana, passa il treno e sulle leggi fatte dalla Camera non ci si può fare niente; perciò il Senato deve sedere in permanenza come la Camera. Quindi o i senatori fanno morire il Senato disertandolo, o il Senato fa morire le autonomie rubando i loro rappresentanti politici e togliendoli dal territorio.
D’altra parte il Senato come uscirebbe dalla riforma sarebbe già un morto che cammina: gli si toglie la legislazione, il potere di indirizzo politico sul governo, il potere di inchiesta su materie non attinenti le autonomie territoriali, la competenza sui trattati internazionali e le modifiche del territorio e perfino il potere di deliberare sullo stato di guerra; la guerra la fa il governo con la sua maggioranza di deputati, e se la maggioranza è fatta con l’Italicum, questo vuol dire che una piccola parte di elettori di fatto ha in mano il destino, la vita o la morte di tutto il popolo.
Ma questo non succederebbe solo per la guerra; su ogni legge il governo può pretendere il voto della Camera entro sessanta giorni, e un ritardo, magari provocato dallo stesso governo, costerebbe alla Camera la perdita di ogni potere di emendamento e la legge sarebbe approvata nel testo uscito da Palazzo Chigi.
In questo modo i cittadini perderebbero qualsiasi possibilità di concorrere con metodo democratico attraverso i loro rappresentanti alla determinazione della politica nazionale.
Allora quello a cui assistiamo è un percorso a ritroso. La storia moderna della libertà e del costituzionalismo è stata una storia che è partita da un potere insindacabile e non revocabile, a cui via via si sono posti limiti e garanzie; è stata la storia di governi a cui la Costituzione e i Parlamenti hanno detto che cosa in nessun caso potevano fare – come ad esempio togliere i diritti di libertà – e che cosa non potevano non fare, cioè non potevano non rendere effettivi i diritti dei cittadini anche sul piano economico e sociale.

La nuova Repubblica dopo l’uccisione del padre

Il percorso a ritroso consiste nel fatto che dai limiti e dalle garanzie contro l’onnipotenza del potere si torna alla insindacabilità, irresponsabilità e non revocabilità del potere. La “generazione di Telemaco” in tal modo non porta a compimento l’opera dei padri. Fa male Renzi ad evocare fantasmi di miti e tragedie antiche che gli si rivoltano contro. Quella che vediamo all’opera è infatti piuttosto la generazione di Edipo, che uccide il padre e carpisce e porta al suicidio la madre. Il problema è che i padri uccisi non sono D’Alema, Bersani o Letta – quelli sono rottamati – ma sono il Senato, il pluralismo politico, il costituzionalismo democratico; e la madre abusata e costretta al suicidio è la Repubblica democratica e parlamentare.
Noi non sappiamo se i riformatori di oggi sono consapevoli delle conseguenze di quello che stanno facendo. In genere i politici non lo sono. Non erano consapevoli delle conseguenze quelli che hanno fatto Maastricht, quelli che hanno fatto l’euro non per visione ma per ideologia, quelli che hanno sbagliato il cambio tra la lira e l’euro, quelli che hanno fatto la guerra all’Iraq, alla Jugoslavia, all’Afghanistan, quelli che hanno fatto i compiti a casa mettendo in Costituzione il pareggio di bilancio, quelli che hanno fatto il Fiscal Compact e ora stanno facendo il Trattato Transatlantico per il commercio e gli investimenti con gli Stati Uniti. I riformatori di oggi non hanno cattive intenzioni, piuttosto mancano di profezia, sono come gli apprendisti stregoni di un film un tempo famoso; non sono neanche in grado di salvaguardare il loro potere. Per questo io non temo il primo Renzi, ma temo il secondo Renzi o il dopo Renzi, quando saremo senza Senato elettivo e senza controllo sul governo e avremo l’Italicum che fa il deserto delle opposizioni e istituisce un Aventino per obbligo di legge, lasciando solo due partiti, cioè due rotaie su cui può passare un unico treno. E’ possibile che non ci sarà un regime di Renzi, che è troppo conflittivo e provocatorio per essere accettato alla lunga dal sistema politico, ma stiamo creando grandi chances per un regime dopo Renzi, o che sia lui stesso a riproporsi come quello che voleva salvare l’Italia e l’Europa e che ne è stato impedito da conservatori di ogni natura e dai ribelli del suo stesso partito, o che sia qualcun altro dopo di lui. La destra palese è sempre pronta in Italia a venire fuori dalla destra occulta.
In questo quadro è chiaro che oggi – domani non so – l’unica risorsa ancora disponibile per la difesa della democrazia e del costituzionalismo è il Partito Democratico. Possiamo accettare che esso smonti le difese e passi tra i guastatori? Io credo che non possiamo; e qui allora c’è una responsabilità che non è più degli iscritti al PD, perché gli iscritti si sono fatti togliere di mano il partito con le primarie “selfie” e non hanno più il controllo della sua linea politica. La responsabilità è invece degli elettori del Partito Democratico; se gli elettori di altri partiti possono decidere la segreteria e le sorti del Partito Democratico, tanto più sono abilitati a farlo e dovrebbero farlo gli elettori stessi del Partito Democratico.
Si potrà allora pensare a un’iniziativa di elettori democratici che al PD. chiedano null’altro che di farsi baluardo della democrazia parlamentare, e perciò della democrazia tout court; ciò vuol dire ripensare sotto questo profilo sia la legge elettorale in senso veramente rappresentativo sia la questione del Senato, perché altro è fare della questione del bicameralismo una questione di efficienza, altro è fare della battaglia per un Senato elettivo di cui il governo debba non perdere la fiducia, una battaglia di libertà.
E per avere forza politica nei confronti del partito che lo deve difendere, l’elettorato democratico ha tutto il diritto di giungere fino a minacciare di astenersi la prossima volta dal voto al Partito Democratico. Come diceva don Milani, sciopero e voto vanno insieme, sono le due armi pacifiche che il popolo può usare nel confronto col potere.

(Relazione tenuta l’8 luglio 2014 al Seminario sulle riforme costituzionali tenutosi presso la Camera dei deputati, in S.Maria d’Aquiro)

Lascia un commento

 

 

Visitatori

  • 511048 visite totali
  • 112 visite odierne
  • 2 attualmente connessi