10 marzo 2012, Politica e società

Lega e Chiesa: un’alleanza interessata. Intervista a Paolo Bertezzolo

Manifesto elettorale della Lega Norddi Giampaolo Petrucci

Che rapporto c’è tra Lega Nord e cattolicesimo? Può esserci un terreno comune tra il messaggio evangelico e le dichiarazioni quantomeno “colorite” dei leader del Carroccio? Lo spunto per porsi ancora una volta questi interrogativi lo fornisce un’intervista rilasciata a Jesus dal vescovo di Verona, mons. Giuseppe Zenti. Sul numero di gennaio del mensile dei Paolini, Zenti (contestato dalla base leghista per una visita in moschea per la fine del ramadan) afferma che il fenomeno leghista non è uguale dappertutto e «va interpretato». «Con loro si può interloquire», dice: «A livello mediatico si sono enfatizzati fenomeni di intolleranza, ma io credo che la città sia ancora capace di solidarietà e accoglienza». A partire da queste dichiarazioni, Adista ha intervistato Paolo Bertezzolo, autore di articoli e saggi, ex insegnante di storia e filosofia e dirigente scolastico, autore del libro Padroni a Chiesa nostra. Vent’anni di strategia religiosa della Lega Nord (Emi, 2011, pp. 270, v. Adista n. 48/11).

Come possiamo interpretare le parole di mons. Zenti?

Sono parole che il vescovo esprime da tempo: tra istituzioni ci si deve parlare, utilizzando tale rapporto al meglio, perché la Chiesa possa compiere la propria missione. È una posizione pragmatica, in cui manca la valutazione dell’interlocutore e del rapporto con lui, la fatica di pensare un discernimento e quindi pronunciare un giudizio: che non dev’essere politico, ma profetico.

È vero che a Verona la Lega è “diversa” da quella nazionale? Zenti parla di piccole frange enfatizzate dai media…

La Lega a Verona non è diversa da quella “nazionale” o “federale”. L’ideologia è uguale. Può cambiare il modo di sostenerla e presentarla, perché le persone la possono vivere secondo la propria sensibilità, la propria storia, e così via. La Lega è un movimento politico molto omogeneo, identitario, che si fonda su un nucleo ideologico minimo, semplice, ma molto compatto. Per questo motivo al suo interno non esistono neppure le condizioni per “correnti”, o componenti, diverse. Nessun leghista, Tosi compreso, nega esplicitamente il secessionismo, che è affermato nel primo articolo dello statuto del movimento. È il caso di ricordare che esso è contro la Costituzione e anche contro il diritto internazionale.

Perché la Lega, che alle origini bersagliava di invettive la Chiesa cattolica, ora sottolinea una certa affinità di vedute con essa?

C’è stato un avvicinamento reciproco. Il terreno su cui è avvenuto è quello della “religione civile”. Per la Lega può essere vantaggioso assumere come propri, e difendere, i valori della tradizione cristiana e cattolica: le può infatti conferire maggiore credibilità e ascolto in territori in cui tale tradizione è stata forte ed è ancora presente, magari senza più accompagnarsi ad una autentica fede e alla pratica religiosa. Ma se la “religione civile” può servire alla Lega, per la Chiesa rappresenta un grave pericolo. La colloca infatti in una prospettiva “utilitaristica” in cui il do ut des prevale e soffoca l’annuncio evangelico. Il «convertitevi e credete al Vangelo», come si può declinare con l’ideologia secessionista e xenofoba della Lega? La difesa dei crocefissi nelle aule pubbliche può servire a salvaguardare un’identità e una tradizione, ma non è uno strumento dell’evangelizzazione.

Secondo lei, esiste una qualche forma di alleanza tra potere politico ed ecclesiastico? La diocesi di Verona cosa ci “guadagna” a chiudere un occhio di fronte alle manifestazioni meno “cristiane” della Lega veronese?

L’alleanza può esserci. Si tratta di un fatto “naturale”: i “poteri” o si alleano o si combattono. Ma, ancora una volta, questo è un fatto negativo per la Chiesa: quale coscienza ha di se stessa? Di essere un potere – che magari fa anche del bene – o di essere una profezia del Regno? Gesù esorta senza equivoci verso questa direzione: ricordiamo le parabole del regno, e le immagini del «sale della terra», del «granello di senape», e così via. Se la gerarchia si comporta come un “potere” è anche perché non è ancora maturato nella Chiesa il valore conciliare dell’autonomia delle realtà temporali. La Gaudium et Spes, che riconosce che è compito dei laici, guidati dal proprio discernimento e dalla propria coscienza, operare “nel mondo” – quindi nella politica, nell’economia, nell’azione sociale – non è ancora recepita e vissuta.

Per il Nord Italia, alcuni analisti hanno ipotizzato una sorta di effetto sostituzione tra la vecchia Democrazia Cristiana e la Lega Nord, che ne avrebbe ereditato la classe dirigente, la base elettorale e le rivendicazioni localiste. In questa visione, l’alleanza territoriale Lega-Chiesa sarebbe “naturale” come lo era all’epoca della Dc. Lei crede che questa sia una chiave di lettura corretta? Esistono evidenti segnali di continuità tra Dc e Lega?

C’è continuità, ma anche discontinuità. Dove la Dc era maggioranza, ora lo è la Lega, e in molti luoghi si può quasi sovrapporre il consenso elettorale che era della Dc con quello attuale della Lega. Per molti sacerdoti e laici cattolici la Lega è l’erede della Dc: è anticomunista, antilaicista, difende la famiglia. E poi anche una parte della Dc esprimeva una sorta di sentimento “antiromano” e anticentralista, facendosi garantire nella difesa degli interessi “locali” e di “categoria” dai propri parlamentari e ministri, eletti a quello scopo. Tuttavia c’è anche un’evidente discontinuità. La Dc era molto più “ricca” e “complessa”: c’era in essa “pensiero politico”, una “cultura politica”, scuole di formazione, pluralismo interno. La Dc, inoltre, aveva una politica estera: l’Italia guidata dalla Dc è stata protagonista nel processo di unificazione dell’Europa e aveva stabilito un rapporto primario con i Paesi del Mediterraneo. La sua parte migliore, da De Gasperi a Dossetti passando per Moro, credeva nel valore della laicità e lo difendeva. La Lega Nord, invece, come ho già detto, è “monoculturale”. Non ci sono al suo interno posizioni “aperte”. La Lega ha raccolto la parte più “chiusa”, più “conservatrice” dell’eredità democristiana. La discontinuità, dunque, è un impoverimento.

Cosa accade negli altri territori leghisti del Nord Italia? In generale, le relazioni tra diocesi e amministrazioni locali seguono lo stesso copione?

Le situazioni sono le più varie. Non c’è una linea pastorale unica. Molto dipende dai vescovi. Ci sono anche quelli che si sono spesi molto per promuovere il mio libro nelle loro diocesi, e che mi scrivono parole di apprezzamento e sostegno.

Spesso le posizioni della Lega si sono trovate in sintonia con le dichiarazioni farneticanti dei gruppi tradizionalisti veronesi, per stroncare iniziative di dialogo interreligioso o di accoglienza dei migranti…

Questo è avvenuto perché esiste tra loro una “consonanza strutturale”. I gruppi tradizionalisti trovano “naturalmente” la loro espressione politica nella Lega Nord. Per Verona lo documenta molto bene lo saggio di Sergio Paronetto, Populismo etnico e religione civile a Verona. Sarebbe cosa difficile da capire se questo legame non esistesse. È un fatto che aggrava ancor più la questione. I vescovi, i sacerdoti, a partire proprio da quelli che mostrano simpatie per la Lega, dovrebbero affinare il carisma del discernimento per aiutare le persone della Lega a liberarsi da questi legami disumanizzanti.

(“Adista notizie”, n.10 del 2012)

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