17 dicembre 2010, Politica e società

L’ecclisse della politica

di Giuseppe Savagnone

Quando si inaugurò la stagione della cosiddetta Seconda Repubblica, molti pensarono che il Paese stesse finalmente superando una lunga fase di turbolente contrapposizioni ideologiche, per assumere finalmente la logica dell’alternanza democratica, propria degli altri grandi Stati europei. Quest’aspettativa si è rivelata illusoria. Noi siamo oggi alle prese con una profonda crisi, prima ancora che politica, etica e culturale, da cui sembrano paralizzati entrambi quegli schieramenti che, in teoria, avrebbero dovuto garantire, con la loro dialettica, il corretto funzionamento delle istituzioni. Tanto da far rinascere una “voglia di centro” che ricorda la famigerata Prima Repubblica.

È all’interno di questa crisi che è stato possibile, a un governo di destra, varare una legge elettorale, definita dal suo stesso ideatore “una porcata”, che ha spogliato i cittadini del diritto di scegliere i loro rappresentanti, consegnandolo ai leader dei partiti, senza che il successivo governo di sinistra potesse o volesse cambiarla.

Così come è all’interno di questa crisi che una forza di netta minoranza come la Lega è riuscita, nel vuoto degli altri partiti, a dettare l’ordine del giorno del governo e, cosa ancora più grave, a imporre uno stile di aggressività e di volgarità verbale e comportamentale che ha imbarbarito la vita pubblica in modo forse irreparabile.

Al di là delle responsabilità dei “politici”, però, il dato più allarmante è la spaventosa caduta di sensibilità culturale e morale da parte dei cittadini, o per lo meno di una larga maggioranza di essi. Si ha a volte l’impressione che Berlusconi potrebbe non esistere ed essere soltanto la proiezione virtuale dei sogni e delle convinzioni dell’italiano medio, come i personaggi impersonati da Totò o da Alberto Sordi.

Nessuna meraviglia che, in questa eclisse dei politici e della politica veri, a determinare la rotta siano logiche di tipo economico. È significativo che il solo punto di riferimento indiscusso rimasto, nell’attuale caos parlamentare, sia costituito dalla necessità di approvare la legge finanziaria. Come se l’economia e la finanza non fossero, a loro volta, guidate nei loro orientamenti dalla politica, o comunque da centri di potere che di quest’ultima riescono a determinare le scelte.

Naturalmente questa verità viene tenuta accuratamente nascosta dietro la tesi, assolutamente ideologica, che tali scelte sono obbligate. Lo slogan è: “Non ci sono soldi!”. E così si sono tagliati, in questi anni, i contributi che consentivano ai Comuni di garantire, alle fasce più deboli della popolazione, i servizi essenziali. E così si sono premiati con forme di condono coloro che avevano portato i capitali all’estero e manipolato i bilanci delle loro aziende. In ultimo, si è scoperto che la cultura non dà da mangiare e che quindi se ne può fare a meno.

Mentre i soldi si trovano, e in abbondanza, per mantenere intatto il castello di privilegi di una casta politica e di alta dirigenza, che spesso trova ulteriori fonti di guadagno, illecitamente, nel gioco degli appalti per le grandi opere. Fino a quando – speriamo presto – gli italiani si sveglieranno dal loro sonno e si ricorderanno che una democrazia la fanno i cittadini.

* Pubblicista e saggista, direttore dell’Ufficio per la Pastorale della Cultura dell’arcidiocesi di Palermo

(articolo tratto da “Adista Segni Nuovi”, n.96 dell’11 dicembre 2010)

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