23 luglio 2011, Globalizzazione ed Europa - Politica e società

L’eccezione siriana.I problemi dei giornalisti arabi di fronte alla repressione in Siria.

di Mohammed El Oifi

Contrariamente al caso della Tunisia, dell’Egitto o dello Yemen, la copertura mediatica della crisi in Siria ha dato luogo a un vero e proprio dibattito tra i giornalisti arabi. In effetti, la Siria godeva, fino agli ultimi avvenimenti, di una posizione privilegiata nel mondo arabo grazie alla sua politica estera.

Eredi del nazionalismo arabo, i dirigenti siriani, dall’arrivo al potere del presidente Hafez al-Assad nel 1970, hanno portato avanti una politica estera che attira la simpatia di larghi settori dell’opinione pubblica araba. Così, nonostante abbia partecipato, a fianco degli Usa, alla guerra contro l’Iraq nel 1991, la Siria ha saputo costruire e difendere l’immagine di un Paese che si oppone all’ascendente statunitense in Medio Oriente (Nel 2003, ad esempio, il presidente Bachar al-Assad ha denunciato la guerra contro l’Iraq e ha messo in guardia dalle conseguenze nefaste per la regione). A dispetto della calma che regna dal 1973 sulle frontiere israelo-siriane, senza il sostegno della Siria ai «movimenti di resistenza arabi» contro Israele e in special modo ad Hamas e Hezbollah, questi non avrebbero potuto sopravvivere così a lungo.

L’immagine positiva nel mondo arabo di una Siria che forma con Iran, Hamas e Hezbollah, l’asse della resistenza all’«imperialismo israelo-statunitense», ha per molto tempo occultato la realtà della repressione interna. Il dibattito sulla Siria tra i giornalisti arabi comincia il 23 aprile scorso, quando il giornale libanese Assafir annuncia le dimissioni del giornalista Ghassan Ben Jedo dal canale di informazione di Al-Jazeera. Questi avanza due argomenti per spiegare la sua decisione: la mancanza di professionalità del canale e la sua militanza selettiva in favore solo di alcune rivoluzioni arabe e in particolar modo il suo rifiuto di coprire le proteste represse nel sangue in Bahrein. La questione siriana non è citata ma in un’intervista al canale siriano privato Al-Dounia, Ghassan Ben Jedo rivendica la sua vicinanza al presidente Bachar al-Assad e si dice convinto che quest’ultimo sia capace di fare le riforme necessarie per soddisfare le proteste legittime, dal suo punto di vista, del popolo siriano. Il suo discorso è influenzato dalla delusione dell’esperienza rivoluzionaria libica che ha permesso a Francia e Usa di prendere «in ostaggio il movimento rivoluzionario arabo» facendogli perdere la sua autonomia.

Per Ghassan Ben Jedo, l’Arabia Saudita e gli Usa approfittano di questa occasione storica per eliminare il regime siriano come primo passo per attaccare quello che considerano il loro vero nemico nella regione: l’Iran. Il regime siriano ha creduto, in un primo tempo, di aver messo Al-Jazeera in difficoltà con questa dimissione che è stata molto sfruttata dai media siriani o dagli alleati della Siria, specialmente il Libano. In effetti, i sostenitori libanesi del regime di Bachar al-Assad sono stati molto più numerosi e presenti sugli schermi dei canali di informazione arabofoni degli stessi siriani.

È stato creato su Facebook un account – «Non à Al-Jazeera, nous sommes avec Ghassan Ben Jedo» – in sostegno di questo giornalista, stella di Al- Jazeera, che ha molti simpatizzanti tra i telespettatori arabi. Al-Jazeera è stata anche indicata dal governo siriano e dai suoi media come il principale «strumento di disinformazione», nonostante il presidente siriano e l’emiro del Qatar abbiano buone relazioni e siano considerati vicini all’Iran. Questo spiega il fatto che le autorità siriane si siano sentite tradite quando Al-Jazeera ha cominciato, dopo due settimane di esitazione, a coprire gli avvenimenti siriani così come aveva fatto per la Tunisia o l’Egitto. Questo significa, in assenza di corrispondenti sul posto, un ricorso sistematico e senza adeguate verifiche ai video di Youtube e ai filmati presi con il cellulare o alle testimonianze anonime di persone presenti alle manifestazioni e ai massacri attribuiti all’esercito siriano o ai servizi di sicurezza come la famosa “Shabiha”.

Se il punto di vista ufficiale siriano è presente, la parola generosamente data ai componenti dell’opposizione siriana e ai commenti audaci e minuziosamente redatti dai giornalisti di Al-Jazeera ha contribuito in modo relativamente efficace a paralizzare la politica di comunicazione della Siria. Incapace di influenzare le posizioni dei media con i mezzi diplomatici o con la propanganda (diversi video sono stati diffusi su Youtube per screditare Al-Jazeera, l’emiro del Qatar e sua moglie ecc.), il regime siriano ha tentato di puntare sul nazionalismo dei giornalisti arabi e siriani. Il messaggio nei loro confronti è semplice: come partecipare alla demonizzazione del potere siriano che è sempre stato dalla parte della resistenza araba in Palestina, in Libano, in Iraq e che ha pagato un prezzo elevato per il suo impegno in favore delle cause arabe?

L’argomento non deve essere preso sotto gamba e ha funzionato in passato, ma è diventato anacronistico nel contesto delle rivoluzioni arabe. In effetti la nuova cultura politica in formazione nel mondo arabo dalla caduta di Ben Ali, dà il primato al popolo e alle sue preferenze; le simpatie di cui il regime arabo beneficia nel resto del mondo arabo non gli permettono più di fare a meno di un vero consenso da parte della popolazione. In questo senso il malessere che accusano tanti intellettuali arabi nel loro approccio al caso siriano contrasta con la celebrazione della caduta del regime di Mubarak, la cui politica interna era comunque meno repressiva di quella di Bachar al-Assad. La spiegazione di tale avversione nel mondo arabo nei confronti del vecchio regime egiziano si trova essenzialmente nella natura della sua politica estera, specialmente nella partecipazione al blocco di Gaza che ha segnato un punto di non ritorno.

La pressione sui giornalisti si è accentuata in misura proporzionale all’intensificarsi della repressione. Un estratto di una emissione di Al-Jazeera che non era destinato a essere diffuso rilancia la campagna contro questo canale. L’estratto mostra il giornalista saudita Ali al-Zafiri parlare a proposito dello svolgimento della trasmissione con l’intellettuale palestinese Azmi Bishara, ex deputato alla Knesset oggi rifugiato in Qatar. Azmi Bishara propone al presentatore di mettere l’accento sulla situazione in Siria e gli rimprovera di avere parlato troppo del Bahrein dal momento che l’attualità non lo esige.

L’estratto è diventato la prova del pregiudizio di Al-Jazeera nei confronti della Siria, cosa che ha prodotto numerosi articoli ed editoriali nella stampa araba per denunciare l’avvicinamento di Azmi Bishra e del Qatar al settore della controrivoluzione condotta nel mondo arabo dall’Arabia Saudita e sostenuta dagli Usa. La campagna per screditare questo intellettuale noto per le sue posizioni nazionaliste e per il suo sostegno ai «movimenti di resistenza araba» e alla Siria è proseguita su internet e nei social network. Ma sono i giornalisti siriani che lavorano con i media arabi più influenti a subire la pressione più forte da parte delle autorità di Damasco. Diversi appelli sono stati lanciati dai media siriani per far sì che si dimettano e che denuncino i loro datori di lavoro.

Così la giornalista siriana Luna Shibil, che ha lasciato Al-Jazeera l’anno scorso, ha messo in discussione l’agenda politica del canale e la copertura degli avvenimenti che minerebbe la sicurezza nazionale siriana. La sua impronta nazionalista e la sua difesa della politica del governo si sono scontrate con una grande difficoltà a presentare il suo punto di vista in modo argomentato. Riprendendo le tesi dei servizi di sicurezza siriani che attribuiscono la crisi in Siria a un’offensiva dei salafiti (che nel contesto siriano significa sunniti), la giornalista non è riuscita a spiegare il moltiplicarsi di manifestazioni rilevanti nel Paese. L’argomento salafita – o che attribuisce la crisi a un complotto – è ancora più debole considerato che altri Paesi arabi hanno conosciuto lo stesso processo rivoluzionario che ha portato al rovesciamento dei regimi vicini agli Usa, come in Tunisia ed Egitto.

La giornalista siriana di Al-Arabiya Zina al Yaziji ha presentato le sue dimissioni considerando che «la situazione nella quale si trova il mio Paese, la Siria, mi impedisce di continuare e di dedicarmi al mio lavoro» e che l’intimidazione dei giornalisti può arrivare fino al rogo delle case o alla richiesta alle loro famiglie di prendere pubblicamente le distanze, come nel caso della giornalista siriana di Al-Jazeera Roula Ibrahim. Molti corrispondenti della stampa estera come il giordano Khaled Hariri, fotografo per l’agenzia Reuters o l’algerino Khaled Sid Mohand, sono stati incarcerati dalle autorità e questo testimonia la brutalità e l’arbitrarietà delle prigioni siriane. Testimonianze corroborate da quella della giornalista di Al-Jazeera Dorothy Parvez che dice di aver assistito alle torture inflitte ai detenuti nelle prigioni siriane, dove ha passato tre giorni prima di essere trasferita in Iran, dove è stata ugualmente incarcerata. Dice: «Sono rimasta in un centro di detenzione in Siria per tre giorni e due notti, e ho sentito grida di torture selvagge», e «a tutte le ore del giorno e della notte sentivo colpi, grida e urli». «Sembrava non finire mai, a un certo punto veniva voglia di tagliarsi le orecchie». Nella prigione «nessuno portava l’uniforme, nessuno aveva un nome, nessuno aveva responsabilità, molti di questi uomini agivano come balordi

(“Adista Contesti”,n.50 del 25 giugno 2011, articolo dell’8 giugno 2011 tratto dalla Rivista online francese “grotius.fr”, titolo originario “Les journalistes arabes faces au dilemme syrien”)

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