25 aprile 2010, Politica e società

Leaderismo rusticano

di Michele Prospero

Ora tocca a Bossi prestare i primi soccorsi a un Berlusconi ferito che ha assistito imbufalito al puntiglioso intervento con il quale Fini ha smontato con indubbia tenacia il malconcio partito di plastica. Solo che l’improvvido aiuto leghista non risolleva l’umore nero del Cavaliere perché finisce per aggiungere altra benzina all’incendio che ha devastato l’edificio del potere carismatico che pareva saldo dopo l’ennesimo trionfo elettorale.
Minacciando il rompete le righe, con la dissoluzione fulminea della coalizione, Bossi complica le malattie ormai croniche che affliggono la destra. Il suo intervento denso di minacce e intimidazioni, conferma in fondo le ragioni di un dissenso politico radicale come quello avanzato da Fini contro un irresponsabile Cavaliere finito ostaggio della Lega. Dall’affondo di Fini contro un Berlusconi manipolato dalla possente morsa leghista, anche Bossi si sente chiamato in causa e reagisce. La Lega avverte il vacillare delle ampie concessioni contenute in quell’incauta riforma del titolo quinto della costituzione, varata nel 2001 dal governo Amato ormai prossimo alla scadenza della legislatura.
Rompendo con Berlusconi sul tema caldo del federalismo, che ora richiede solo di essere completato con degli esplosivi decreti attuativi, Fini decide di occupare uno spazio cruciale, e potenzialmente espansivo, e lo fa parlando in difesa della coesione sociale minacciata. Nelle sue intenzioni, la bandiera dell’antifederalismo dovrebbe proiettarlo nella dimensione simbolica della nazione che fa da argine alla dissoluzione territoriale. E’ stata una scelta meditata quella di Fini di proporsi come garante dell’unità del paese infranta, non un mero azzardo di chi, andando incosciente alla conta, rischia sulla propria pelle l’annientamento istantaneo.
Prima Casini e poi Fini hanno dovuto sperimentare l’impossibilità di costruire una destra normale dietro le spalle larghe del Cavaliere incantatore, incapace di interpretare in qualche modo una preoccupazione legata a una responsabilità nazionale. In un certo senso, stupore dovrebbe suscitare non la decisione di Fini di annunciare una separazione da Berlusconi ma il fatto che la convivenza con lui sia durata così a lungo. L’illusione, condivisa da Fini e da Casini, è stata quella di un Cavaliere disposto a operare come un leader-taxi, che serviva cioè per compiere il rapido tragitto verso il potere e poi ben disposto a lasciare la guida a mani più esperte. Non si scalfisce il potere del Cavaliere senza aggredire il bipolarismo meccanico vigente in Italia.
Le regionali, se ben interpretate, inaugurano proprio una autentica crisi del sistema bipolare. Con l’astensionismo record (che ha sgretolato il mito del federalismo e dell’elezione diretta del governatore come terre promesse del buon governo), il sistema precipita in una lancinante crisi di legittimazione. Tra astensioni, schede bianche e nulle, formazioni anticasta, ormai metà del corpo elettorale non vota. Il primo partito ha quindi il consenso del 15 per cento degli aventi diritto. E’ entro una crisi di rappresentanza profonda che Fini opera per determinare una cesura netta che rimescoli le carte.
Il bipolarismo esce con le ossa rotte dalla tornata elettorale (i quattro partiti che nel 2008 avevano raccolto intorno al 90 per cento dei consensi ora si aggiudicano solo il 72 per cento dei voti e i due più grandi partiti che avevano racimolato insieme il 70,6 per cento appena due anni fa ora si attestano, senza le liste civiche, al 52,6 per cento).
Con le sue parole roventi che sfidano il capo assoluto a casa sua, Fini contribuisce a disegnare un altro sistema politico. Egli si congeda da una destra dei “valori” (sicurezza, Dio e famiglia) ormai incorporata dalla Lega e si allontana dai suoi vecchi colonnelli affamati di potere e da tempo arruolati dal Cavaliere come pretoriani arrabbiati.
Lo spazio principale dell’iniziativa di Fini parrebbe essere la percezione della insorgenza di una acuta questione meridionale (e di coesione nazionale) dopo il monopolio leghista dell’agenda politica. Proprio nel sud egli raccoglie ancora una base di massa. In tutte le regioni del centro sud, la destra vince ovunque quando si allea con l’Udc. Se poi l’agitazione di Montezemolo regalerà qualcosa di rilevante anche nel mondo dell’impresa del nord, Fini è pronto ad approfittarne.
Da uno dei principali beneficiari della meccanica bipolare, Fini si sta tramutando in un decostruttore dello sgangherato maggioritario. Però un nuovo sistema politico ha bisogno di una condizione imprescindibile: la cancellazione del premio di maggioranza. In caso di complicazioni nel rapporto con il Cavaliere, Fini, con i suoi 36 deputati, dispone di un potere straordinario. Prima del voto, in caso di crisi esplosiva della coalizione di destra, ci sarebbero i numeri per abbandonare una legge elettorale da tutti (capo dello Stato e stessa Consulta) giudicata profondamente anticostituzionale. Con una nuova legge elettorale nascerebbe anche una diverso sistema politico a pluripartitismo moderato, più rappresentativo delle diverse culture presenti nel paese.
L’immagine di Fini che si alza e sconsacra l’icona del capo contestandolo dinanzi al palco segna il tramonto del bipolarismo. Bossi, con la sua reazione scomposta, sente bruciare la terra sotto il proprio dominio. Comincia un’altra storia politica. Partiti di plastica, fusioni fredde: tutto entra in discussione.

(Articolo tratto da “Il Manifesto” del 24 aprile 2010, pag. 1)

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