27 novembre 2011, Politica e società

Le tre “i” che hanno perduto Berlusconi

di Raniero La Valle

I «comportamenti che ammorbano l’aria», secondo le parole del card. Bagnasco al recente Consiglio della Cei, sono stati tolti di scena con il loro titolare, finalmente rimosso dal suo incarico per l’azione congiunta dei mercati, dei suoi deputati ormai stufi e del presidente della Repubblica, auspice, naturalmente, l’opposizione. Meno male! Sarebbe stato imbarazzante per il capo dei vescovi se, dopo essere arrivato a una simile impietosa condanna del premier, tutto fosse continuato come prima. Dunque il cardinale può essere contento. Ma forse dovrebbe rammaricarsi che questo grido di verità abbia tanto tardato. Ciò ha infatti permesso a Berlusconi di continuare a governare, anche quando non avrebbe avuto più a quale santo votarsi, se non avesse potuto contare sul silenzio della Chiesa, rimasta quasi da sola a sostenerlo. E se questo governo fosse più presto caduto, forse la situazione non sarebbe arrivata a un punto così estremo; forse «la crisi economica e sociale che iniziò a mordere tre anni or sono» non sarebbe stata «più vasta e potenzialmente più devastante di quanto potesse di primo acchito apparire», come il presidente della Cei aveva detto nella sua durissima diagnosi, e non avrebbe «presentato un costo ineludibile per tutti i cittadini di questo Paese». E allora perché, per quali principi irrinunciabili, si è data copertura al governo Berlusconi oltre ogni ragionevole termine? Forse perché, come ha detto Formigoni, quello che si deve chiedere a un governante non è quante “fidanzate” abbia, ma se i treni arrivano in orario? Ma un’entità politica che rivendica la propria intimità con la Chiesa, come Cl, può dire una cosa simile? E se non i treni, quale altra Parigi valeva bene una Messa?

Adesso occorre ricostruire, come dice Bersani. Per ricostruire bisogna capire cosa è successo e che cosa c’è da fare. Quello che è successo è che le tre “I ” che Berlusconi aveva inalberato come insegne del suo buongoverno, si sono rivoltate contro di lui e lo hanno travolto: Inglese, Impresa, Internet. L’inglese è la lingua dei mercati ed è la lingua che parlavano i “Grandi” al momento della disfatta berlusconiana di Cannes. L’impresa è quella che lo ha abbandonato, perché le sole imprese che si sono avvantaggiate del suo governo sono state le sue. E Internet è stata la puntura di spillo che ha fatto scoppiare il pallone del suo monopolio mediatico; se lui dominava la comunicazione, dall’editoria alla pubblicità, alle televisioni, la gente ha comunicato con Internet, e il suo controllo è finito.

Quello che c’è da fare per ricostruire, è di licenziare tre “B”. Non c’è solo la B di Berlusconi. Un’altra B è quella del bipolarismo, che ha prodotto Berlusconi, ha spaccato l’Italia, ha portato nel modo di essere del Paese lo «sbigottimento culturale e morale» denunciato dal cardinale Bagnasco. E la terza B è quella dei Bot al 6%: il debito che si accumula, il denaro che produce e distrugge denaro, i prestiti che diventano usura. Occorre una riforma di sistema, una riforma economica che non abbia paura di mettere in questione il tabù del capitalismo globalizzato e selvaggio, e metta il lavoro al centro di tutto, a fondamento della Repubblica, come dice la Costituzione. Cinque milioni senza lavoro, soprattutto donne e giovani, significa che la Repubblica non è per loro, e perciò che la Repubblica non è vera.

E che deve fare la Chiesa? «Pregare e fare ciò che è giusto fra gli uomini», come diceva Bonhoeffer. Non chiedersi quali governi fare o disfare, non fare l’elenco delle quattro cose non negoziabili di cui dovrebbero occuparsi i cattolici, ma confermare nella fede i cristiani che in scienza, coscienza e libertà, scelgono i fini, i contenuti e gli strumenti della loro azione politica, a servizio degli uomini e ascoltando il Vangelo

(Adista Notizie, n.84 del 19 novembre 2011)

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