26 agosto 2012, Globalizzazione ed Europa - Politica e società

Le radici di un’altra politica

di Alberto Leiss

“Pronti a tutto per salvare l’euro”. Draghi dixit e i mercati hanno subito festeggiato. Mentre scrivo (venerdì 27 luglio 2012) lo spread è ancora in calo. Domani chissà, sarà un altro giorno.Ma in quelle essenziali parole sembrano concentrati i dilemmi di un secolo.

L’euro come fatto economico non sono in grado di capirlo fino in fondo, ma come fatto simbolico mi sembra chiarissimo: è l’idea, a lungo coltivata dopo due guerre mondiali nate in Europa, che un mondo migliore – anche dal punto di vista, oggi, di una maggiore capacità di controllo sulla dittatura della finanza globale – possa essere aiutato da un’Europa unita.
Per questo resto convinto che anche la sinistra che vuole combattere le ingiustizie del capitalismo dovrebbe unirsi – in questo – ai riformisti moderati che chiedono gli “Stati Uniti d’Europa”.

Ma perché, nonostante l’evidente fallimento dell’idea che i mercati sono in grado di autoregolarsi, il neoliberismo resiste con tanta forza?
Certo per l’enorme potere di chi dal disordine economico attuale trae smisurati profitti.Ma anche per un certo nucleo di verità che contiene.

Prendiamo, nella sua interezza, la famosa frase della signora Thatcher, imbracciata polemicamente da tutti quelli che combattono gli eccessi di individualismo prodotti dall’egemonia conservatrice: “La vera società non esiste. Ci sono uomini e donne, e le famiglie. E nessun governo può fare nulla se non attraverso le persone…”.

A me sembra molto difficile contestare questa verità. La società è quanto noi percepiamo del sistema di relazioni tra le persone, ma in sé è un’astrazione, spesso distorta dai diversi punti di vista ideologici dai quali la si guarda. Naturalmente anche Thatcher afferma poi ideologicamente il suo “modello di società” quando asserisce che il fondamento della libertà è la proprietà e che le sorti magnifiche e progressive dell’Inghilterra e del mondo riposano sul “capitalismo popolare”.

Ma se si vuole battere una moneta (simbolica) diversa e migliore di quella coniata dai liberisti è da quella radice di relazioni personali, prima di tutto tra uomini e donne, che bisogna ripartire (la Signora di Ferro diceva sprezzantemente di non dovere nulla al femminismo ma era a suo modo ben consapevole della differenza dei sessi).

Una parte dei critici del liberismo si rende conto che non conviene uscire dalla dittatura del mercato riaffermando qualche sorta di statalismo pervasivo: la discussione, abbastanza confusa, sui “beni comuni”, ha ai miei occhi il pregio di guardare a modelli di autogoverno e di partecipazione dal basso in cui il “comune” è qualcosa di diverso dal “pubblico statale”.

Guido Viale ha scritto (sul manifesto del 25 luglio) che partecipare vuol dire “contribuire con l’interezza delle nostre persone, dei nostri corpi, dei nostri affetti, dei nostri saperi, della nostra esperienza, alla realizzazione delle nostre scelte”. E ha parlato di un “consumo critico” che “adombra la strada di un modello di cura della vita quotidiana che va oltre la ripartizione tradizionale dei ruoli tra i generi”.

Non so se qui si evoca il capovolgimento della nozione di “cura” elaborato dal documento femminista “La cura del vivere” e dalla discussione che ne è seguita, ma se si vogliono trarre tutte le conseguenze da questa analisi allora non si tratta solo – per basilare che sia – di una “riconversione ecologica”, ma di un sovvertimento conflittuale delle relazioni alla base della società, dell’economia e della politica.

E non ci sarà alcun superamento significativo della tradizionale ripartizione dei ruoli tra i generi, nè sconfitta del potere di chi sfrutta i più deboli, se uomini e donne non ricercano e producono nuove relazioni politiche tra loro.

Questo è il passo che mi sembra indispensabile per cambiare le cose: dal modo di essere delle persone e delle famiglie (non è un caso che, nonostante i colpi della crisi, ci si accapigli tanto su che cosa significhi oggi questo termine), fino ai nuovi livelli di governo internazionale necessari per avere una globalizzazione capace di creare vantaggi al 99% della popolazione e non più solo all’1%.

(www.donnealtri.it , 27 luglio 2012)

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