26 giugno 2012, Politica e società

Le astuzie dei falsi riformatori

di Ugo De Siervo

Come era immaginabile, l’adozione della nuova legge elettorale non solo ritarda, ma rischia di non avvenire, sia perché continuano a succedersi proposte eterogenee di nuovi sistemi elettorali (fatte e disfatte a seconda di quelle che sembrano le momentanee tendenze elettorali), sia perché l’opportuna riduzione del numero dei parlamentari comporta che si modifichino due articoli della Costituzione, dovendosi pertanto seguire una procedura più lenta.

In verità, anche la modifica della legge elettorale esige che la sua approvazione avvenga per tempo: volendo essere ottimisti, per applicare un nuovo sistema elettorale occorrono quanto meno quattro/cinque mesi per l’impegnativo lavoro di ridisegnare i confini dei nuovi collegi elettorali (le importanti circoscrizioni entro cui si svolge il confronto elettorale).

Ciò vuol dire che la legge elettorale dovrebbe essere adottata non oltre la fine del prossimo autunno; di conseguenza la riforma costituzionale che abbassa il numero dei parlamentari deve entrare in vigore poco dopo la ripresa dei lavori parlamentari.

In realtà quindi i tempi sono strettissimi.

Occorre che il Senato, che ha appena iniziato nella commissione Affari Costituzionali l’esame del disegno di legge di riforma costituzionale, adotti rapidamente un testo che possa poi essere pacificamente condiviso, dal momento che dovrà essere approvato senza modifiche dalla Camera e infine riapprovato da entrambi i rami del Parlamento, dopo il passaggio di tre mesi di tempo, come prescrive la Costituzione. Altrimenti non resterebbe che modificare la sola legge elettorale, senza ridurre il numero dei parlamentari, così però contraddicendo seriamente l’impegno assunto da molte forze politiche con l’opinione pubblica (il che non sembra affatto raccomandabile, in questo periodo).

Qui però si sconta il discutibile tentativo di alcuni parlamentari e di alcuni partiti di approfittare di questa occasione per cercare di rimettere mano anche a molti altri articoli della nostra Costituzione, forse alcuni dei quali meritano anche una revisione (ma certamente non tutti, come ad esempio la riduzione in sostanza di alcuni importanti poteri del Presidente della Repubblica!). Ma soprattutto per affrontare problemi del genere, occorre tutt’altro clima e più tempo a disposizione: qualche giorno fa giustamente Valerio Onida ha dimostrato che nel «pacchetto» di modifiche portato all’esame della commissione senatoriale vi è molto che non riguarda affatto la composizione del Parlamento ma, invece, l’accrescimento dei poteri del Governo e del presidente del Consiglio. Ieri addirittura sembra che l’ex-presidente del Consiglio abbia preannunciato la presentazione di emendamenti alla commissione senatoriale che proporrebbero l’ introduzione in Italia di un sistema semi-presidenziale, come in Francia; se la notizia fosse vera, si ipotizzerebbe una vera e propria profondissima riforma costituzionale, quale non era stata neppure tentata nella grande revisione costituzionale votata nel 2005 (e respinta a larga maggioranza dall’apposito referendum del 2006).

E’ evidente che l’attuale situazione politica e parlamentare rende comunque impossibile l’accoglimento di proposte di grande revisione costituzionale e di tanta delicatezza; da ciò il dubbio se la loro proposta serva in realtà a creare ostacoli insuperabili alla revisione della legge elettorale o se proposte del genere addirittura anticipino temi della futura campagna elettorale od il tentativo di scaricare su asserite debolezze della nostra Costituzione la deludente inconcludenza del vecchio Governo.

Ma torniamo al punto di partenza: se si vuole mantenere l’impegno di modificare l’attuale legge elettorale, in primo luogo occorre che i gruppi parlamentari trovino davvero un’intesa su un nuovo sistema elettorale, smettendo tatticismi e tecniche degne degli esperti di «surplace».

In secondo luogo, occorre ridurre in modo drastico le pretese di approfittare dell’attuale contingenza per cercare di revisionare in modo incisivo ed ampio la Costituzione; occorre, invece, ridurre davvero al minimo indispensabile le modifiche costituzionali ed adottarle rapidamente.

Altrimenti diviene realistico temere che, in realtà, qualcuno abbia deciso che alle prossime elezioni politiche si debba andare a votare ancora con la pessima legge vigente. Ma allora sarebbe bene dirlo con chiarezza all’opinione pubblica.

(“La Stampa”, 25 maggio 2012)

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