22 aprile 2011, Cultura - Globalizzazione ed Europa - Politica e società

L’atomo in Italia, ne vale davvero la pena?

Intervista ad Alessandro Ovi di Lucilla Guidi

Atomium

“Conviene riprendere il programma nucleare dopo quasi 25 anni di sospensione? Vale la pena avviare un processo complesso e molto oneroso, quando il problema della sicurezza resta drammaticamente irrisolto e la prima centrale vedrebbe comunque la luce tra minimo 15 anni?
E tutto questo, a fronte di quali certezze sui costi? Non converrebbe invece investire sulle rinnovabili, i cui costi tendono a diminuire nel tempo, puntando su un sistema diffuso di produzione dell’energia, in grado di sfruttare le reti intelligenti di cui già l’Italia dispone? ” .
Alessandro Ovi, ingegnere nucleare, Direttore dell’edizione italiana della “Technology Review”, la rivista del Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston, suggerisce alcune questioni fondamentali sulle quali l’Italia deve riflettere dopo che il disastro di Fukushima ha costretto tutti i paesi del mondo a porre la questione energetica ai primi posti dell’agenda politica, mentre l’Italia ha congelato il programma nucleare e la battaglia per il referendum è già cominciata.

Cosa comporterebbe rimettere in piedi in Italia il programma nucleare?

Dopo il referendum del 1987, l’Italia non solo ha spento le centrali ma ha interamente smantellato il programma. Oggi abbiamo un unico asset di gestione del nucleare – l’Enel – nessuno sul fronte della produzione, un’enorme carenza di know how. Il cammino sarebbe molto lungo e richiederebbe investimenti notevoli. La domanda è: ne vale la pena? Il problema della sicurezza continua a rimanere irrisolto.

Quali sono i rischi?

Il primo è legato all’energia atomica come tale. Quando viene spenta una centrale convenzionale la produzione di calore si interrompe immediatamente. Nel caso del reattore nucleare invece, sebbene la reazione cessi, è comunque necessario continuare l’azione di raffreddamento. Se il reattore non viene raffreddato adeguatamente può fondersi, trovare una via verso l’esterno, con la possibile costituzione di una nube radioattiva.

Qual è l’entità del problema dello smaltimento delle scorie?

Le barre di uranio, una volta consumate, contengono una grande concentrazione di isotopi, elementi che possono continuare ad emettere radiazioni per un numero variabile di anni, da cento a parecchie centinaia. E’ possibile costruire dei depositi controllati, che in ogni caso sono attaccabili, oppure seppellire le scorie in fondo all’oceano. Il punto è che sia il reattore sia le scorie hanno vita propria, la cui durata va ben al di là di quella dei produttori di energia. Non è possibile quindi prevedere le possibili conseguenze dato un così lungo periodo di tempo.

Che fine fanno le centrali danneggiate o divenute inservibili?

Nessuno ha ancora veramente affrontato questo problema. Quando una centrale nucleare arriva a fine vita bisogna smontarla. Di fronte alla complessità di questo processo è necessario tenere conto dei costi, sostenibili soltanto con la garanzia dello stato.

In Italia sarebbe davvero possibile garantire che le centrali nucleari venissero costruite a norma e i criteri di sicurezza nello smaltimento delle scorie rispettati, considerata l’incapacità nel gestire i rifiuti di Napoli o nel costruire normali palazzi secondo le norme antisismiche?

Abbiamo visto come lo stesso Giappone abbia gestito l’incidente di Fukushima. Il disastro infatti non è stato causato soltanto dallo tsunami ma anche dagli errori commessi. Si è tardato a raffreddare i reattori ad esempio, perché l’acqua del mare li avrebbe resi inservibili, recando un danno economico enorme alla Tepco, l’azienda giapponese responsabile della centrale. La domanda è: conviene mettere in moto un processo così complesso (ponendo il caso che ne fossimo in grado) quando gli scenari possibili non sono prevedibili?

Molti autorevoli esperti sono favorevoli al nucleare poiché ritengono sia l’unica soluzione realistica per tenere sotto controllo il riscaldamento globale. E’ d’accordo?

Anche la “Technology Review” è favorevole all’energia nucleare poiché ritiene sia una delle grandi risorse per evitare l’aumento del riscaldamento globale, limitando l’utilizzo dei combustibili fossili. Gli stessi progetti nucleari del MIT però si bloccano. E i motivi di fondo sono due: i rischi, mai esattamente prevedibili, e l’incertezza dei costi. Dobbiamo chiederci se convenga investire in una centrale che vedrà la luce nella migliore delle ipotesi tra 15 anni, con costi normalmente crescenti nel tempo, quando ci sono altri fonti che hanno costi decrescenti, come le energie rinnovabili.

Qual è il modello energetico sul quale l’Italia dovrebbe puntare?

Investire sulle energie rinnovabili significherebbe sfruttare le reti intelligenti di cui l’Italia dispone. L’Enel infatti è una delle prime aziende al mondo nella gestione delle reti intelligenti, avendo istallato in ogni casa contatori digitali che non solo misurano il consumo ma sono in collegamento con le centrali svolgendo un monitoraggio costante. Ciò significherebbe investire su un sistema di produzione diffusa dell’energia, passando da una produzione concentrata (di cui lo stesso nucleare fa parte) ad un sistema a rete.

Crede che le informazioni e le scelte politiche in materia nucleare siano falsate dalla paura?

Si tende a dire che le scelte sul nucleare vengano prese sulla scia dell’emozione destata da una grande catastrofe come quella che è avvenuta oggi a Fukushima o come quella che avvenne a Chernobyl. A livello di analisi scientifica tuttavia vi è sempre e solo riduzione di rischio. Il punto è che il nucleare implica delle conseguenze molto improbabili ma il cui danno è talmente enorme da essere accettabile solo se la probabilità che si verifichi è zero. Il rischio ridotto allo zero però non esiste

(www.caffeeuropa.it , 30 marzo 2011)

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