4 giugno 2014, Politica e società

Il successo di Renzi e il partito americano

di Luciana Castellina

Il nuovo partito renziano segna un passaggio deciso all’americanizzazione della vita politica: forte astensione e personalizzazione estrema.
Il risultato italiano del voto del 25 maggio non è di quelli che possono essere frettolosamente giudicati. Mi limito a qualche considerazione provvisoria.
Mentre gli spostamenti dell’elettorato negli altri paesi europei appaiono abbastanza leggibili, i nostri sono più complicati. Per molte ragioni: innanzitutto perché sono entrate in scena forze che prima non c’erano, e non solo che si sono ingrandite o rimpicciolite.
Fra queste metterei anche il Pd, che non è più la continuazione dei partiti che l’hanno preceduto. È un’altra cosa, nuova: non più un partito di sinistra, e nemmeno di centrosinistra. Non direi neppure una reincarnazione della vecchia Dc: anche in quel partito coesistevano interessi e rappresentanze sociali molto diverse, ma ciascuna era fortemente connotata ideologicamente, aveva proprie specifiche culture e leader di storico peso. Anche il partito renziano è un arcobaleno sociale, ma le sue correnti sono assai meno chiare, hanno un peso assai minore, scarsi riferimenti nella tradizione di tutte le formazioni che l’hanno preceduto in questi quasi 25 anni.
Se si dovesse trovare una similitudine direi piuttosto che si tratta del Partito democratico americano. Che certo non oserebbe mai prendersela a faccia aperta con i sindacati cui è sempre stato legato, ma certo include nelle sue file – basti guardare ai finanziamenti che riceve – ceti diversissimi per censo, potere reale, cultura.
Se dico Partito democratico americano è perché il nuovo partito renziano segna soprattutto un passaggio deciso all’americanizzazione della vita politica: forte astensione perché una fetta larga della popolazione è tagliata fuori dal processo politico inteso come partecipazione attiva e dunque è disinteressata al voto; assenza di partiti che non siano comitati elettorali; personalizzazione dettata dalla struttura presidenziale. Il fatto che in Italia ci si stia avvicinando a quel modello è il risultato del lungo declino dei partiti di massa, che ha colpito anche la sinistra, e della riduzione della competizione agli show televisivi dei leaders che tutt’al più i cittadini possono scegliere con una sorta di twitter: “i piace” o “non mi piace”.
È un mutamento credo assai grave: immiserisce la democrazia la cui forza sta innanzitutto nella politicizzazione della gente, nel protagonismo dei cittadini, nella costruzione della loro soggettività che è il contrario della delega in bianco.
Inutile tuttavia piangere di nostalgia, una democrazia forte fondata su grandi partiti popolari non mi pare possa tornare ad esistere, o almeno non nelle forme che abbiamo conosciuto. Prima ancora di pensare a come ricostruire la sinistra dobbiamo ripensare il modello di democrazia, non abbandonando il campo a chi si è ormai rassegnato al povero scenario attuale: quello che Renzi ci ha offerto, accentuando al massimo il personalismo, il pragmatismo di corto respiro, la rinuncia alla costruzione di un blocco sociale adeguato alle trasformazioni profonde subite dalla società (che è mediazione in nome di un progetto strategico fra interessi diversi ma specificamente rappresentati e non un’indistinta accozzaglia unita da scelte falsamente neutrali.)
Detto questo credo sia necessario evitare ogni demonizzazione di quel 40 e più per cento che ha votato Pd: non sono tutti berlusconiani o populisti, e io sono contenta che dalle tradizionali zone di forza della vecchia sinistra storica siano stati recuperati al Pd voti che erano finiti a Forza Italia o a Grillo. Perché il voto al Pd per molti è stato un voto per respingere il peggio, in un momento di grande sofferenza e confusione della società italiana. Non vorrei li identificassimo tutti con Renzi, sono anche figli della storia della sinistra.
Tocca a noi adesso convincere che ci sono altri modi per respingere il peggio: assai più difficili, nei tempi più lunghi, ma ben altrimenti efficaci per avviare la ricerca di una reale alternativa. E qui veniamo al che fare nostro, di noi sinistra diffusa o organizzata in precari partiti nati dalle ceneri di altri partiti. A me l’esperienza della lista Tsipras, nonostante i tanti errori che l’hanno accompagnata, è parsa positiva. Lo dimostrano anche i dati elettorali: il risultato è stato ovunque superiore alla somma dei voti di Rifondazione e di Sel, segno che ci sono forze disponibili che non vanno sprecate e che i partiti esistenti dovrebbero essere in grado di associare al processo di ricostruzione della sinistra italiana evitando di chiudere la ricerca nei rispettivi recinti. Teniamo conto che queste forze sono molto più numerose dei dati elettori: laddove l’esistenza della lista di Tsipras era conosciuta (le grandi città) le nostre percentuali sono state il doppio di quelle raggiunte in periferia dove non è arrivata alcuna comunicazione.
Fra le forze aggregate alla lista Tsipras ci sono come sappiamo molti di quei micromovimenti quasi sempre locali, che si autorganizzano ma restano frammentati. Sono una delle ricchezze specifiche del nostro paese, dove c’è per fortuna ancora una buona dose di iniziativa sociale. Questa presenza sul territorio è la base da cui ripartire, intrecciando l’iniziativa dei gruppi con quella dei partiti e coinvolgendo nella lotta per specifici obiettivi e nella costruzione di organismi più stabili in grado di gestire le eventuali vittorie (penso all’acqua, per esempio) anche chi ha votato Pd. Un partito in cui sono tanti ad essere con noi su molti obiettivi:il reddito garantito; i diritti civili; la salvaguardia dell’ambiente; la rappresentanza sindacale,… Accompagnando questo lavoro sul territorio con un’analisi, una riflessione comune per combattere il primitivismo di tanta protesta, il miope basismo spesso anche teorizzato: la sinistra ha bisogno di rappresentare i bisogni ma, diovolesse, anche di Carlo Marx per aiutare a capire come soddisfarli.
So, per lunga esperienza, quanto sia difficile, ma penso non si debba stancarsi di riprovare. Voglio dire che la cosa più grave che potrebbe avvenire è di limitarsi ad una opposizione declamatoria, o peggio a rifugiarsi nel calderone del Pd pensando di potervi giocare un qualsiasi ruolo. Il Pci – consentitemi questo amarcord – è stato per decenni un grande partito di opposizione, ma ha cambiato in concreto l’Italia ben più di quanto hanno fatto i socialdemocratici italiani da sempre nel governo. E però perché, pur stando all’opposizione, ha avuto un’ottica di governo: vale a dire si è impegnato a costruire alternative, non limitandosi a proteste e denunce. Ma soprattutto perché non ha ritenuto che le elezioni fossero il solo appuntamento, e che far politica coincidesse con fare i deputati o i consiglieri comunali.
È possibile, tanto per cominciare, consolidare la rete dei comitati Tsipras? È possibile che Rifondazione e Sel – cui nessuno chiede nell’immediato di sciogliersi nel movimento – si impegnino però a lavorare assieme a loro per un più ambizioso progetto di sinistra? È possibile cominciare a creare nuove forme di democrazia che ricostruiscano il rapporto cittadino-istituzioni? Vogliamo provarci?

(www.sbilanciamoci.info , n.334/2014)

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