12 aprile 2020, Cultura - Politica e società

L’arcobaleno dopo il diluvio.Le radici ebraiche del segno di speranza

di Massimo Giuliani

L’Italia al motto di #andratuttobene si è coperta di striscioni e lenzuola con arcobaleni. Segno biblico importante, è stato sviluppato teologicamente dalla tradizione della Cabala

Sin dai primi giorni di questa surreale e drammatica emergenza sanitaria sono comparsi sui balconi, alle finestre e sulle porte delle nostre case molti striscioni, lenzuola o disegni con l’immagine dell’arcobaleno, accompagnato dalla scritta: “Andrà tutto bene”. Un gesto di incoraggiamento collettivo, di solidarietà nazionale (come l’esposizione del tricolore) e, forse, inconsciamente anche una barriera simbolica, dal vago sapore apotropaico, tesa cioè a tener fuori casa e fuori paese quel demone o spirito maligno invisibile ma aggressivo che chiamiamo virus, che in latino significa “veleno”, e che sta ammorbando le nostre vite.

Mentre però le bandiere nazionali con i loro colori sono simboli convenzionali, adottati da comunità o da individui un po’ come gli stemmi araldici, l’arcobaleno ha un’altra origine: si tratta di un fenomeno del tutto naturale, che accade solo a certe condizioni meteorologiche o climatiche, raffigurato come uno spettro di sette colori, e che viene caricato di significati culturali diversi (in Italia è prevalso nel tempo il suo impiego come segno di pace; nel continente americano indica la rivendicazione alla diversità sessuale, che sventola soprattutto nei quartieri più gay delle grandi città).

In ebraico, arcobaleno si dice qesher che vuol dire sia “arco” sia “varietà”. Il termine rimanderebbe dunque alla pluralità di colori che lo compongono e che appaiono in cielo in forma di arco. Il fenomeno compare nella Bibbia già ai primi capitoli della Genesi, nella saga di Noè, alla fine della storia del diluvio universale. Usciti dall’arca il patriarca, la sua famiglia e tutti gli animali, e dopo che Noè ebbe offerto un sacrificio, Dio promise che la terra non sarebbe più stata distrutta dalle acque e strinse un patto con ogni essere vivente “per le generazioni in perpetuo”, dice il testo biblico. Come prova visibile di questo patto e relativa promessa, potremmo quasi dire come “sacramento”, Dio pose tra le nuvole (in mezzo cioè a quanto aveva causato le acque del diluvio e la distruzione) un segno, un memento anzitutto per se stesso: “Io lo vedrò per ricordare il patto perpetuo esistente tra Dio e tutti gli esseri viventi”.

È a partire da questa storia che l’arcobaleno si carica di un significato simbolico-religioso, anzi squisitamente teologico: è il segno della riconciliazione divina con la terra, non solo con l’umanità ma con tutta la creazione. In forza di questo patto, Noè diventa un secondo Adamo, dal quale tutti noi siamo discendenti, ma anche il testimone privilegiato della promessa divina siglata dall’arco–in– cielo: la terra e i suoi abitanti non saranno più distrutti dalla giustizia divina. Ecco perché nella tradizione ebraica questo fenomeno naturale viene salutato recitando una speciale preghiera che benedice Dio perché “si ricorda del patto, è fedele e mantiene la Sua parola”.

Per il profeta Ezechiele, poi, l’arcobaleno è il termine di paragone della luminosità che emana dalla gloria divina, che gli appare in una visione straordinaria e pullulante di vita, tra fiamme di fuoco e creature angeliche, tra pietre preziose e lampi di pura energia, apparizione descritta in apertura del suo rotolo profetico, il capitolo chiamato della “visione del carro”. Grazie alle interpretazioni di questo carro celeste, l’arcobaleno entra nell’immaginario dei mistici, specie dei qabbalisti: lo ritroviamo così in alcuni passaggi dello Zohar, o Libro dello splendore, elevato a segno della redenzione futura, del riscatto messianico e della benevolenza divina sul mondo.

Simbolo del patto grazie al quale non vi sarà più un’altra distruzione globale della terra, quest’arco che appare subito dopo un temporale assurge per la mistica ebraica a sintesi visiva dell’esperienza spirituale più alta, durante la quale il qabbalista vive una specie di sinestesia, ovvero un convergere di sensazioni solitamente esperite dai sensi corporei in modo separato. Qui la vista, l’olfatto e l’udito sono combinati, i colori si percepiscono come profumi e i profumi come voci angeliche. Per questo le spezie, che veicolano i profumi più estatici, sono state inserite nella liturgia di commiato dallo shabbat, quale viatico che dovrebbe prolungare nei giorni profani l’odore e il sapore della santità del settimo giorno.

Ma anche i colori fanno da sfondo alla liturgia, perché la luminosità – espressa dal bianco – è una delle manifestazioni del divino, la luce non essendo altro che la sintesi di tutti i colori, i quali nell’arcobaleno sono presentati nella loro distinzione. Sono sette, numero simbolico che rimanda a una pienezza che tuttavia non annulla la loro diversità, piuttosto la tiene insieme. Se li separassimo, l’arcobaleno svanirebbe.

Ma non tutti i colori hanno qui la stessa forza simbolica: il rosso, ad esempio, nella cultura biblica rimanda al sangue, elemento fondamentale della vita: la vita sta nel sangue, secondo le Scritture. E non senza un certo realismo il rosso rimanda anche al peccato, mentre il color porpora, simile a un violetto, che sta all’estremo opposto dello spettro di questi sette colori, rimanda alla purificazione (la liturgia cristiana lo ha ereditato come colore della quaresima e dei riti penitenziali).

Il blu, invece, è tradizionalmente il simbolo del cielo e del mare, e come tale diventa il colore più “trascendente”, emblema stesso dell’esperienza spirituale. Di solito è associato al bianco, che nell’arcobaleno non c’è perché il bianco è luce, è perfezione e purità, dunque è sintesi di tutti i colori messi insieme, sublime punto di incontro tra umano e divino. Ecco perché il tallit, il manto della preghiera ebraica, che gli uomini indossano in sinagoga di shabbat di solito è bianco, a volte con strisce di blu o di nero: quest’ultimo per mistici è il colore dell’inchiostro cioè delle lettere della Torà, chiamate “fuoco nero su fuoco bianco”. Bianca poi è quella speciale veste, il kittel, che i chassidim indossano a Kippur, giorno di digiuno per ottenere il perdono divino. E nel kittel, avvolti dal loro tallit, desiderano essere sepolti, fiduciosi che Dio li richiamerà alla vita.

L’arcobaleno dunque è la rifrazione, la traduzione in colori comprensibili all’essere umano della santità più alta e del ricordo dell’impegno divino a preservare la vita del mondo, e la vita dell’uomo in esso. Non diceva Ireneo di Lione: “ gloria Dei vivens homo”? I colori dell’arcobaleno erano presenti anche nelle vesti del sommo sacerdote, che nel tempio di Gerusalemme mediava tra cielo e terra, a favore del popolo, con sacrifici di espiazione: nel suo vestiario, prescritto da Mosè nel libro dell’Esodo, dovevano esserci il color oro, l’azzurro, la porpora, lo scarlatto (il rosso) e il lino (il bianco). L’azzurro in particolare era un colore estratto da un mollusco, forse il murex brandaris, e doveva comparire anche nelle frage rituali, le stesse che oggi si portano ai quattro angoli del tallit, il manto della preghiera. È per questo che, con antropomorfismo consapevole e molto rabbinico, Paolo De Benedetti diceva spesso che l’arcobaleno è il tallit di Dio, e quando lo vediamo è un segno che Dio sta pregando e si sta ricordando di noi.

(Avvenire, 3 aprile 2020)

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