5 aprile 2012, Politica e società

L’Aquila tre anni dopo. Il fallimento delle “New town”

di Jolanda Bufalini

Come in gabbia, li vedi seduti dietro le sbarre del balconcino, oppure a misurare i passi nel loro piccolo spazio, gli anziani abitanti dei Progetto C.a.s.e. Qualcuna passeggia nei vialetti polverosi e poi scompare rifugiandosi dietro la porta. Non c’è nessun altro durante il giorno, non ci sono bambini a giocare. C’è il signor Ferdinando Moretti, artigiano termo-idraulico disoccupato, che rientra in casa con una piccola sporta della spesa e il giornale: «Non lavoro perché le ditte edili si portano i loro da fuori, pago il mutuo per una casa distrutta e i contributi per la pensione con l’aiuto dei figli, si è capovolto il mondo».

La solitudine afferra il cuore mentre cammini nel comprensorio di Bazzano, la signora Maria si affaccia in pigiama, ha messo una pianta a proteggere il suo piccolo spazio esterno. Parla volentieri per rompere la monotonia della sua doppia prigionia, il marito Pasquale è tetraplegico spastico a seguito di un incidente in bicicletta: «Avevo chiesto un alloggio a Coppito, vicino all’ospedale. La signorina mi rispose che se mi serviva la casa dovevo firmare, altrimenti rinunciare. Che potevo fare? Ma è stata durissima, l’ambulanza non arrivava fino alla porta e mio marito andava trasportato in lettiga, si è preso la polmonite». Ora Maria ha avuto la notizia che la sua casa sarà abbattuta: «ci vorrà tempo, non so se riuscirò a vederla ricostruita». Le amiche di una volta sono sparse negli altri agglomerati a Coppito, Scoppito, Preturo, a decine di chilometri di distanza. «Mi mancano piccole cose come quella di bere un caffè insieme», dice.

Assergi è un posto molto bello, sotto il Gran Sasso, sotto Campo Imperatore. «Il posto dove venne recluso Mussolini», ironizza Enrico Pugliese, sociologo, autore di una ricerca per lo Spi Cgil, «cioè un posto lontano da Dio e dagli uomini». È lì che sono finiti tanti vecchi, colpevoli, nella logica utilitarista delle New Town di Berlusconi e Bertolaso, di non essere abili al lavoro. I vecchi sono stati gli ultimi ad avere assegnato l’alloggio, quindi hanno ottenuto i più «disagiati», spiega l’assessore Stefania Pezzopane. Quegli strateghi, spiega Pugliese, non hanno immaginato che «ci sono signore di 60 o di 70 anni che non hanno la patente e in quei luoghi non c’è nulla, non c’è l’edicola, non c’è la farmacia, non c’è la Asl». L’unica cosa che c’è sono i parcheggi per le macchine: «Il destino di questi insediamenti – prevede il sociologo – è diventare giganteschi slums rurali, mano a mano che si svuoteranno saranno scelti dagli strati più deboli e più poveri della popolazione».

Alla domanda «cosa vorrebbe?» tutti rispondono «tornare alla casa vecchia». Betti Leone è capolista di Sel a sostegno di Massimo Cialente alle prossime elezioni. Ha messo su con la Cgil un progetto di volontariato per il trasporto dalle New Town. Racconta: «Alle primarie abbiamo messo i seggi nei nuovi insediamenti, ma sono andati tutti al seggio del centro storico. È molto difficile cercare di ricostruire un po’ di socialità, l’unico pensiero è al passato, agli amici di un tempo».

«Il mitico algoritmo gioiello, il programma di computer che assegnava gli alloggi – ricorda Ettore Di Cesare, candidati sindaco per la lista nata dai movimenti “Appello per l’Aquila” – non calcolava la vicinanza delle persone, non calcolava se eri autonomo negli spostamenti e nemmeno dove vai a lavorare, perciò c’è gente che da Arischia deve andare all’altro capo, al nucleo industriale di Bazzano e il traffico è impazzito». Sono d’accordo su un punto Betti Leone e Ettore Di Cesare: «La Protezione civile ha ospedalizzato gli aquilani nelle tendopoli e uscire dalla passività ora è molto difficile». Marco Magliozzi è un giovane psicologo che ha lavorato a diversi progetti di volontariato delle C.a.s.e. di Cese di Preturo, a Coppito e a Paganica. «A Cese tutti lavorano: di giorno non c’è nessuna vita, di sera si riempioni i parcheggi. A Paganica vedi i bambini giocare, a Coppito tagli la solitudine con il coltello. La gente è rassegnata, chiusa e diffidente ».

“Intanto vivere” è il progetto che vuole portare avanti Dino Tarquini che di mestiere è funzionario comunale ma nel tempo libero si occupa di bocciofile. È partito da una situazione meno disgregata di quella dei grandi agglomerati dove le persone sono state “deportate”. Ai map (moduli abitativi provvisori) di Bazzano abitano i bazzanesi, la bocciofila c’era anche prima insieme alle società di rugby dilettantistico che fanno capo al centro sociale, dove c’è una bella cucina, ci sono i giornali e la televisione. Una immagine è rimasta impressa a Dino: «Quando la Protezione civile consegnava gli alloggi la televisione all’interno era già accesa». “Intanto vivere” per sottrarsi all’ossessione di tornare al “prima”, dalla bocciofila parte un pulmino per andare al mercato. Stefania Pezzopane, assessore alle politiche sociali e ora capolista Pd, racconta le difficoltà: «Le aree per i servizi nei Progetto C.a.s.e. bloccate perché la Protezione civile non ha completato le procedure di esproprio, i fondi Giovanardi fermi per l’inchiesta in corso. Abbiamo chiesto al ministro Barca di rimodellarli sulle nuove esigenze, a tre anni dal terremoto il problema non è la residenza ma la socialità».

(“L’Unità”, 5 aprile 2012)

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