25 aprile 2011, Cultura - Politica e società

La teologia della liberazione piange Josè Comblin, “teologo del popolo e con il popolo”

di Claudia Fanti

Padre José Comblin en el banquillo

La Chiesa della liberazione perde, uno dopo l’altro, i suoi figli più illustri. Senza neppure la consolazione che vi sia, almeno per ora, chi possa prenderne il posto. Ad andarsene è stato, lo scorso 27 marzo, il prete belga naturalizzato brasiliano José Comblin, uno dei padri fondatori della Teologia della Liberazione, nonché uno dei massimi ispiratori della Chiesa dei poveri in America Latina. È morto di infarto, nella città di Simões Filho, nello Stato brasiliano di Bahia, in cui si era recato per tenere, come innumerevoli volte aveva fatto durante la sua vita, un corso per le Comunità di Base. Lo hanno trovato senza vita, seduto nella sua stanza, dove erano andati a cercarlo non vedendolo arrivare alla preghiera del mattino. Aveva da poco compiuto 88 anni.

Laureato in Teologia all’Università Cattolica di Lovanio, José Comblin era giunto in Brasile nel 1958, rispondendo ad un appello di Pio XII, il quale, nel documento Fidei donum, aveva auspicato la presenza di missionari in regioni povere di sacerdoti. Dopo tre anni passati in Cile, il teologo si era recato, nel 1964, in Pernambuco, su invito di dom Hélder Câmara (appena nominato da Paolo VI arcivescovo di Olinda e Recife), dove si era dedicato alla formazione di seminaristi sulla base di una metodologia adeguata al mondo rurale, nota come Teologia della zappa (Teologia da Enxada).

Perseguitato dal regime militare, nel 1971 era stato espulso dal Brasile ed era tornato in Cile, dove era rimasto fino al 1980, quando, in seguito alla pubblicazione del suo libro A Ideologia da Segurança Nacional, il generale Pinochet lo aveva espulso anche dal Cile. Tornato in Brasile, si era stabilito a Serra Redonda (Paraíba), dove aveva fondato un seminario rurale e si era impegnato nella formazione di leader popolari, finché non si era trasferito nella città di Barra, all’interno dello Stato di Bahia.

Autore di un gran numero di libri e di articoli di grande rilevanza su temi biblici, teologici, sociali e politici, diversi dei quali pubblicati anche su Adista (v. per esempio, i nn. 11/10, 127/09, 60/08, 54 e 58/07, 2 e 46/06, 46/05 e 74/99), José Comblin è stato, come scrive il teologo Carmelo Álvarez (Adital, 28/3), «un teologo popolare, del popolo e con il popolo», sostenendo sempre con molto vigore la necessità di una presenza tra le fasce popolari. «La Tdl – riferiva alla nostra agenzia nel 2005 a Porto Alegre, durante il Forum Sociale Mondiale – è nata nel momento in cui i teologi si sono fatti presenti fisicamente tra i poveri. A partire dal momento in cui diventano professori, entrano in un altro mondo, un mondo accademico che oggettivamente è solidale con l’establishment, al di là delle critiche teoriche che può rivolgere alla classe dirigente. La questione è quella di essere presenti fisicamente all’interno del mondo nuovo che sta nascendo. Ma attualmente questa presenza non c’è quasi più. (…). L’errore è che le Chiese hanno abbandonato il mondo popolare. Parlano ancora di opzione per i poveri, ma è pura ipocrisia perché nella realtà fanno l’opzione per i ricchi. Sta avvenendo come nella teologia accademica europea: i teologi parlano per altri teologi e non per il popolo impegnato nella lotta. Per questa via, la teologia si isola completamente. (…). Io vivo in un bairro di poveri a Joao Pessoa, in Paraiba, lì si svolgono tutte le mie attività. Lì c’è vita. È tanto che ho detto: mai più insegnerò in un seminario o in una facoltà, lì si forma un clero totalmente reazionario».

Sull’abbandono delle classi popolari da parte della Chiesa era tornato anche nell’ultima intervista rilasciata alla nostra agenzia, durante il Forum Sociale Mondiale a Belém, nel 2009: «Nel complesso – affermava –, il corpo ecclesiale è praticamente dominato da movimenti di mentalità borghese, totalmente depoliticizzati, come il Rinnovamento Carismatico, i Legionari di Cristo, i Focolarini. (…). Le masse popolari sono passate complessivamente alle Chiese evangeliche pentecostali. In molti casi, le persone con più capacità, con una personalità più spiccata, con doti da leader passano ai pentecostali perché si sentono maggiormente accolte. Inoltre, nella Chiesa cattolica le masse popolari non ricevono più nessuna istruzione, nessuna formazione, e allora, quando arrivano i pentecostali con la Bibbia, hanno gioco facile a personalizzare la fede di ognuno». E ancora: «Tutti i chierici e i religiosi con meno di 60 anni hanno l’impressione che la Teologia della Liberazione sia una cosa del passato senza più interesse nel mondo attuale. È il risultato della politica di formazione del clero seguita negli ultimi 30 anni, all’insegna dell’ortodossia più rigida. (…). Probabilmente si può affermare che la Chiesa cattolica già non è più presente nelle fasce popolari. Fisicamente le ha già abbandonate. E non ci sono dubbi che in genere i preti preferiscano lavorare in una parrocchia borghese». Quanto ai vescovi, vengono scelti «uomini senza alcuna sensibilità sociale e con l’unica preoccupazione dei sacramenti. Questa è la politica romana. Del resto, con chi parla oggi un vescovo? Non parla con i contadini, con gli operai, con gli abitanti delle favelas; parla con la classe dirigente e fa proprie le esigenze della classe dirigente».

Opinioni, queste, che Comblin aveva ribadito anche in una recente intervista rilasciata a El Periodista (30/12/10) durante una sua visita in Cile, suscitando la reazione del vescovo brasiliano dom Redovino Rizzardi, che, il 25 febbraio scorso, aveva replicato al teologo in un articolo dal titolo “P. José Comblin: crepuscolo di un profeta?” (v. Adista n. 23/11). Un titolo che non poteva essere meno felice. Perché, se una cosa è certa, è che profeta, José Comblin, lo è rimasto fino all’ultimo giorno della sua vita.

(“Adista Notizie”, n.28 del 9 aprile 2011)

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