26 marzo 2010, Politica e società

La strada sbagliata del diritto canonico

di Gian Enrico Rusconi

Povera Chiesa. Si sente ingiustamente attaccata, diffamata, umiliata per comportamenti che essa stessa considera orribili peccati. Si sente colpevolizzata per aver cercato di arginare in silenzio il male commesso da alcuni suoi rappresentanti, per aver tentato di contenerne gli effetti nefasti. Per aver tentato di isolare i responsabili senza infierire su di essi. In breve, si sente vittima di un inatteso rigurgito antireligioso.

È questo ciò che pensano le autorità ecclesiastiche, che prendono la parola pubblicamente in queste settimane, di fronte all’inarrestabile torrente di rivelazioni sugli abusi e le violenze contro i minori, in tutte le parti del mondo. È sorprendente però che in questo contesto non sia emerso che cosa la Chiesa abbia fatto per risarcire (spiritualmente!) le vittime. Ma supponiamo che lo abbia fatto con umiltà e generosità. In silenzio.

Eppure c’è un terribile equivoco in questo comprensibile atteggiamento. Il silenzio non è più una virtù. Gli uomini di Chiesa non capiscono che hanno a che fare con un profondo mutamento della sensibilità pubblica. Con un’etica pubblica che essi – convinti di essere esperti di comunicazione sociale – non hanno saputo cogliere né tanto meno interpretare. È penoso sentir dire che i comportamenti patologici denunciati sono gli effetti del «relativismo» e del «permissivismo amorale», alludendo in particolare all’apertura verso l’omosessualità.

Nei casi di pedofilia si tratta invece di fenomeni radicati antropologicamente, che sono esaltati, se non prodotti, da particolari condizioni ambientali e istituzionali (di istituzioni più o meno chiuse) ma sono presenti nello stesso ambito familiare.

Povera Chiesa, se per reagire a tutto questo – oltre ad assicurare per il futuro assoluta inflessibilità, e chiedere scusa per lo scandalo dato ai fedeli – continuerà ad avere come criterio primario di orientamento la difesa ad oltranza delle istituzioni coinvolte. E come strumento di giudizio il codice di diritto canonico. In altre parole se continuerà a considerare la problematica che è esplosa come una questione trattabile con gli strumenti della legislazione ecclesiastica interna.

In questi mesi i non esperti di diritto canonico hanno appreso con stupore l’assoluta inadeguatezza di tale codice nella definizione del crimine (o se vogliamo, del peccato) della pedofilia e della fenomenologia connessa. Come si può punire un crimine (o un peccato) anzi individuarne l’eccezionale gravità morale, se mancano gli strumenti della sua definizione? Senza contare la posizione di insindacabile potere discrezionale e decisionale della massima autorità della Chiesa su questa tematica.

Ma – ripeto – la questione non è giuridica bensì di sensibilità morale. E qui tocchiamo un punto cruciale. A una malriposta, anche se soggettivamente benintenzionata disponibilità a non infierire (uso questo termine soltanto per capire le autorità ecclesiastiche giudicanti) contro i preti pedofili, corrisponde un atteggiamento assolutamente inadeguato verso la sessualità come tale.

L’associazione che è stata fatta nelle settimane scorse – anche a livelli alti della gerarchia – tra la questione della pedofilia, il celibato dei preti e la posizione della donna è un’associazione impropria. Ma in modo improprio appunto segnala l’enorme rilevanza della problematica della sessualità che la Chiesa cattolica non sa ancora affrontare in modo maturo.

Si tratta invece di una questione di importanza pedagogica, pubblica e civile di prima grandezza. Anche in Italia dove, più che altrove, alla Chiesa è di fatto demandato informalmente (ma quotidianamente confermato dalla classe politica al governo) il ruolo di garante ed espressione dell’etica pubblica. Dove la Chiesa con la sua rete di istituzioni di ogni ordine e grado si presenta come il modello educativo per eccellenza. Il fatto che sinora in Italia non si sia verificato (nei fatti o nelle denunce – poco importa) nulla di paragonabile a quanto è accaduto in Irlanda, negli Stati Uniti o nelle vicine Germania e Austria, non è un buon motivo per assumere un atteggiamento tra il vittimistico e il risentito.

In Germania il governo ha preso la coraggiosa iniziativa di riconoscere l’esistenza di un’emergenza pedagogica il cui decorso non può essere lasciato agli scoop mediatici, alle contestazioni contro il Papa o alle transazioni private tra vittime, avvocati e istituzioni coinvolte. Si è davanti a una situazione che esige la piena e leale collaborazione dell’istituzione ecclesiale con la magistratura e con le autorità scolastiche. Il governo ha incaricato collegialmente tre delle sue ministre (Educazione, Famiglia, Giustizia) a gestire l’operazione.

Non oso pensare a un’iniziativa analoga nel nostro Paese. Eppure è anche così che si misura la maturità o l’immaturità di una società civile.

Non so come la gerarchia della Chiesa si comporterà nelle prossime settimane soprattutto se l’ondata delle denunce non dovesse diminuire. Il coinvolgimento diretto di alcune alte personalità in alcuni episodi passati, a motivo del loro ruolo d’autorità allora svolto, solleva la questione della insindacabilità e della discrezionalità assoluta dell’autorità ecclesiastica, ricordata sopra parlando del codice di diritto canonico. Invece soltanto la piena trasparenza dei processi decisionali e l’approfondimento radicale della tematica della sessualità sarebbero la risposta adeguata – almeno per il futuro – a molte obiezioni. Ma una Chiesa che ha paura del fantasma del Concilio Vaticano II ha la forza di fare questa piccola rivoluzione?

(Articolo tratto da “La Stampa” del 26 marzo 2010, pag.1)

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