13 agosto 2012, Politica e società

La strada obbligata delle dimissioni

di Gad Lerner

Ma che gli è preso a Roberto Formigoni? Pareva in preda a ebbrezza da perdizione ieri sera mentre tirava sciabolate ai direttori dei “giornaloni” e ai “gazzettieri della Procura di Milano”, colpevoli di anticipare da mesi l’ovvio e il risaputo, cioè che da governatore della Regione Lombardia ha favorito l’arricchimento dei suoi amici, traendone vantaggi politici e materiali. Ora che la Procura di Milano quantifica in 8,5 milioni di euro la percentuale della corruzione transitata in circuiti esteri per depositarsi infine nel suo tornaconto di uomo di potere, Formigoni ci offre un esempio da manuale: la politica-spettacolo che si ritorce contro il suo artefice. Sarcastico, gradasso, compiaciuto nel presentarsi solo contro tutti, è come se confidasse in un popolo che se le beve tutte: basta che ti mostri forte. E magari ti fai accompagnare da un sottomesso vicepresidente leghista, Andrea Gibelli, che aspira all’incarico di reggente quando — ormai è chiaro — il Celeste dovrà rassegnare le dimissioni.
Da tempo la manfrina del leader popolare contrapposto ai poteri forti non incanta più neanche i militanti di Comunione e Liberazione, offesi dalla modalità arrogante con cui Formigoni ha calpestato il voto di povertà, che è un voto molto più impegnativo di quelli in cui il Celeste si autoproclama primatista. Con certi valori non si scherza; e se la presenza cristiana organizzata in Lombardia genera i Grossi, i Daccò, i Simone, ma anche un don Verzè che voleva rivaleggiare con don Giussani sul terreno della spiritualità dopo averlo anticipato nel rifornimento di sterco del diavolo, solo un Formigoni obnubilato dal suo isolamento può sostenere ancora: “Qui la corruzione la ghè minga”.
Vorrei potergli attribuire la buona fede. Ma come si fa? Formigoni dall’aprile scorso va urlando tutto e il contrario di tutto. Fino a ieri mattina si dichiarava arcisicuro nei suoi tweet sempre ricolmi di enfasi che la Procura di Milano non l’avrebbe indagato affatto. Ma lo sapeva benissimo che i faccendieri suoi amici, anche volendo, non potevano spiegare i propri illeciti guadagni se non attraverso l’ostentazione del rapporto privilegiato con lui. Stiamo parlando di decine di milioni finiti nelle tasche di chissà chi e, nel caso del San Raffaele, di un crac miliardario. Ma a Formigoni basta ripetere il mantra “dov’è la prova della mia corruzione?”, per definire più grave della sua vicenda il rinvio a giudizio del presidente pugliese Vendola, imputato di favoritismo nella carriera di un primario.
“Dov’è l’atto corruttivo?”, si chiede con aria di sfida Formigoni. Per poi liquidare come “deriva voyeuristica e gossipara” la lista dei vantaggi goduti nel rapporto con i faccendieri suoi fidi. Culminati nello sconto di quattro milioni sul valore reale di una villa in Costa Smeralda per l’acquisto della quale Formigoni presta i suoi cospicui risparmi al coinquilino Alberto Perego, alla faccia del voto di povertà. E poi pretende anche che ce la beviamo.
C’è un solo tratto di verità nella maschera di stupore che ieri Formigoni ha indossato di fronte ai giornalisti: il potere lombardo che si prolunga dal 1995 fino ad oggi — con il consenso degli elettori che non può certo essere chiamato a giustificazione dei favoritismi, della corruzione, delle firme false e delle Minetti in lista — si era trasformato in abitudine. La concorrenza nel settore sanitario, così come nelle infrastrutture o nella formazione professionale, certo preferiva trattare una quota di riparazione piuttosto che arrischiare denunce pubbliche del sistema. Tutto avveniva alla luce del sole, è proprio vero. E Formigoni contava di trarne benefici politici considerando marginali, anche se dovuti, i benefici di natura economica.
A sorreggere per qualche settimana ancora il Pirellone gravato di dodici consiglieri sottoposti a inchiesta su ottanta, è la convenienza spicciola di una Lega Nord che vede nella Regione Lombardia il pegno di ogni possibile scambio futuro con il Pdl. Un progetto al quale Formigoni risulta inservibile, ormai. Facendo la voce grossa spera di ritardare il momento della resa dei conti che lo taglierà fuori. Altro che le dimissioni della Minetti, il cui assistente (pagato da noi tutti) nei giorni scorsi ha depositato presso l’Ufficio brevetti del Ministero dello Sviluppo economico il marchio “Bunga Bunga Condom” per la distribuzione di profilattici. Almeno lì c’è della coerenza. In Formigoni neanche quella.

(“La Repubblica”, 13 luglio 2012)

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