7 aprile 2012, Politica e società

La sfida di Monti al PD

di Alfredo Reichlin

Di fronte all’aggravarsi della crisi italiana e immersi come siamo negli sconvolgimenti dell’ordine europeo e mondiale la domanda alla quale io credo che non possiamo più sottrarci riguarda il ruolo del Pd nell’aspro travaglio di questa nostra nazione.
Ha senso continuare a pensarsi come il risultato di una malgama tra ex comunisti ed ex democristiani? A me sembra che ormai la domanda che dobbiamo porci è un’altra: siamo solo un episodio tra i tanti delle confuse e avvilenti vicende dei partiti e partitini italiani oppure siamo decisi a emergere come una funzione essenziale della necessaria ricostruzione del Paese? Noi non siamo il sindacato e io non ho nulla da aggiungere alla posizione che abbiamo preso sull’articolo 18. Penso però che la sfida politica che (non so quanto consapevolmente) il prof. Monti ha lanciato non solo alla Cgil ma al Pd, rifiutando praticamente un accordo già fatto sulla necessaria riforma del mercato del lavoro, debba essere accettata.
Perché, dopotutto, in che consiste questa sfida? Riguarda l’idea che si ha dell’Italia, di ciò che sta soffocando le sue imprese e distruggendo il suo capitale umano e sociale, e quindi di quale dovrebbe essere la risposta. Smettiamola di nasconderci dietro non so quali diktat dei banchieri tedeschi. La Germania è così forte perché la sua potenza produttiva è stata costruita su un fortissimo patto sociale. Questa è la questione che pone il Pd. È la nostra risposta alla sfida del prof. Monti. È la necessità di un nuovo patto sociale. È l’idea che solo su un po’ più di giustizia può basarsi una prospettiva di sviluppo.
Il momento è grave, bisogna misurare i toni e apprezzare anche cosa c’è di buono nelle proposte di governo. Purtroppo però gli asini non volano. Va benissimo liberalizzare i taxi e le farmacie, ma qui si tratta della desertificazione di intere regioni (il Sulcis, la Calabria), della distruzione di reti produttive che non so se rinasceranno più. Di masse popolari che per arrivare alla fine del mese comprano meno perfino gli alimenti. A chi vendono gli ipotetici investitori che la signora Fornero ha liberati dal terribile articolo 18? Agli operai che senza più remore possono essere licenziati? Il tutto in un Paese dove le statistiche (ma anche certe sorprendenti dichiarazioni dei redditi) ci dicono che lo strato superiore, il più ricco, è molto più ricco degli omologhi stranieri.
Mentre i salari e gli stipendi italiani sono tra i più bassi in Europa. E in un paese dove la spesa pubblica è in crescita continua (ben oltre il 50 per cento del Pil) mentre i servizi vengono tagliati e quindi è chiaro che essa va a ingrassare le rendite e le speculazioni. E in più il fatto che le tasse pagate in gran parte dal lavoro hanno raggiunto un record mondiale. Rispondiamo con l’articolo 18?
Torno così alla domanda iniziale: che cos’è il Partito democratico? È una delle tante avventure politiche che si fanno e si disfano oppure è quella ipotesi politica (non ne vedo altre) che può restituire alla vita democratica, sempre più svuotata, una forza?
Voti, schieramenti, candidature vengono dopo. Ben prima io mi chiedo se siamo noi lo strumento di una democrazia che voglia tornare a contare qualcosa rispetto agli immensi poteri senza volto che la sovrastano. È vero. I partiti così come sono fanno schifo, ma qualcuno mi deve spiegare che senso ha litigare tra noi sul riformismo in una situazione in cui (ripeto la battuta) i mercati governano, i tecnici gestiscono, i politici vanno in televisione a farsi sbeffeggiare.
Vogliamo cominciare a dire chi sono questi famosi mercati? Leggo sul Sole 24 Ore che una società finanziaria come la Black Rock, una tra le altre, ha in gestione 3.513 miliardi di dollari. Insomma: maneggia somme una volta e mezza più grandi del Pil italiano. Ho detto tutto. Altro che articolo 18.
Quella che si apre nel Partito democratico è dunque una discussione seria, che io prenderei molto sul serio. È una grande discussione tra diverse idee di riformismo. In ciò il governo Monti ha veramente accelerato le cose. Io in questa discussione vorrei entrare con molto rispetto non solo per le mie idee ma per quello che a me sembra ormai il vecchio riformismo di ieri, (“liberal”, mercatista, di tipo americano).
Riconosco le debolezze della vecchia sinistra italiana ma sono sempre più convinto che la sfida micidiale alla democrazia moderna viene da qualcosa che è il drammatico fallimento dell’ordine economico costruito in questi anni intorno all’idea che la mondializzazione poteva essere guidata dalla trasformazione della finanza da infrastruttura dell’economia in industria del denaro fatto col denaro. Risultato: il mondo affogato nei debiti e una ricchezza fittizia al posto della produzione reale.
Ecco una delle ragioni più profonde per cui credo nella funzione storica di un partito che si dica democratico e che guardi al di là della sinistra.
In che cosa può stare la sua novità se non nel fatto che esso si organizza intorno all’idea che il nesso tra l’esigenza di un riformismo più giusto e la restaurazione di una democrazia dei partiti è diventato inscindibile? Questo è il punto politico.
La società, non solo le classi ma la società, cioè quell’insieme di bisogni, storie, religioni, culture che costituiscono il mondo vivente, ciò che sorregge tutte le cose perché consente all’uomo di pensare il futuro, è minacciata se si riduce a società di mercato. Se qualcuno pensa di governarla «come chiedono i mercati», se cioè l’economia di carta continua a mangiarsi l’economia reale, questo qualcuno si sbaglia. È la società moderna, è il suo bisogno di non ridursi agli interessi e alle logiche di poteri senza volto e senza nome che ci fa riscoprire l’importanza e la funzione degli organismi intermedi, quelli che organizzano la democrazia dal basso. Sta qui la funzione (oggi perduta) dei partiti come strumenti attraverso i quali anche le classi subalterne, i poveracci, possono pesare e decidere anche al livello del potere statale ed esprimersi attraverso i loro rappresentanti in un Parlamento democratico.
Questo è il pluralismo, cari amici super esperti di marchingegni elettorali. E questo è il riformismo. Detto nel modo più semplice: è far contare non sempre e non solo le solite élite (gli «ottimati») ma qualche volta anche il «primo popolo», come lo chiama De Rita, «quello che sfanga la vita nel lavoro quotidiano».
Sappiamo benissimo che il sentiero è molto stretto e che, purtroppo, per l’Italia che lavora, che pensa e che produce il peggio deve ancora arrivare: ancora tasse, chiusure, licenziamenti, banche che non prestano denaro, costo della vita, disoccupazione. Bisogna assolutamente far ripartire lo sviluppo,non nascondendoci però che la condizione è risanare.
Monti ha avuto questo grande merito: ci ha aiutati a non finire come la Grecia. Noi non lo dimentichiamo e faremo di tutto per evitare il caos di una crisi di governo. Ma anche l’unità del Pd è per l’Italia un “bene comune”. La nostra funzione è rispondere alla sfida delle cose non solo con dei no, ma tenendo alto il vessillo della giustizia e di un nuovo patto tra gli italiani.

(“L’Unità”, 24 marzo 2012)

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