16 febbraio 2013, Politica e società

La rivoluzione dei democratici

di Alfredo Reichilin

E’ cominciata – e andrà avanti, e sarà al centro dello scontro elettorale – la discussione sulle cosiddette “agende” quella di Monti o quella di Bersani.
È naturale. Cercherò anch’io di dire la mia. Ma intanto, nelle ultime settimane è avvenuto qualcosa che non ha precedenti, e che già, fin d’ora, rappre- senta un mutamento delle forze in gioco. Entrano nuovi attori e questo non potrà non avere profonde conseguenze. Quali è difficile valutare nell’immediato ma tutto ciò suscita in me grandi speranze e nuovi interrogativi.
Il fatto è grosso. Le candidature al nuovo Parlamento presentate dal Pd non stanno più nei limiti di un vasto ricambio. A me sembrano, piuttosto l’avvento, dopo decenni, di una nuova classe dirigente. Non è una piccola cosa. E in più il fatto che nella vecchia, maschilista, cattolica Italia il 40% dei parlamentari del centrosinistra sarà composto da donne. Non è un ricambio. È una rivoluzione.
Altro che l’«agenda Monti non si tocca», caro vecchio amico Umberto Ranieri. Sono le cose che la toccano. E poiché dopotutto l’economia non è un rapporto tra «cose» (gli insindacabili mercati) ma tra «persone», anche le «scandalose» polemiche di Fassina sul rapporto tra «rigore» e sviluppo presto appariranno datate.
Di colpo, a fronte di un fenomeno come questo, un vecchio militante come chi scrive si sente come lontano, spiazzato, spinto più che a parlare a capire. Questo da un lato, dall’altro quel militante, che poi sono io, vede riaprirsi un orizzonte, quello in cui la politica cessa di essere solo una lotta per il comando tra vertici ristretti e torna a essere lo strumento che offre agli uomini, associati tra loro (e non solo i ricchi), la capacità di incidere sulle decisioni dello Stato e di decidere del proprio destino. Del resto sta tutto qui il senso della mia lunga militanza, e spero solo che invece non venga avanti un nuovo ceto politico interessato quasi soltanto alla conquista delle cariche pubbliche.
È con molta attenzione che bisogna leggere le idee e i programmi. Perché un programma non può essere il solito elenco di «occorrismi» (occorre fare questo, occorre fare quest’altro) e di promesse. Da un lato, un programma è una «visione» complessiva del Paese e dei suoi possibili sviluppi storici (quale Italia europea di domani). Dall’altro è il «come»: con chi e contro chi è possibile realizzarlo. È presuntuoso da parte mia dire alla nuova classe dirigente che questo è il suo compito? Ricordo una discussione con Pietro Scoppola negli anni della fondazione del Partito democratico. Il Pd – egli diceva – se vuole avere un futuro non deve fondarsi solo sul programma (pure indispensabile), ma avere un disegno storico e assumere la missione di riformare in senso anche morale un Paese che è antico ma ha una debole idea di sé e del proprio destino. La preoccupazione dominante di questo grande amico era combattere la crisi di identità sia delle persone che delle comunità, aggravata dalle spietate logiche speculative di un superpotere finanziario che è arrivato a negare soprattutto ai giovani la libertà di costruirsi una vita propria attraverso il lavoro. Mi colpisce che adesso, anni dopo, Bersani dice più o meno la stessa cosa: moralità e lavoro.
Dietro queste due parole ci deve essere la consapevolezza della sfida che il processo di costruzione di una nuova Europa lancia all’Italia. Se il nostro Paese non vuole uscire dalla storia moderna, esso deve essere ricostruito. Perciò il Pd non accetta lezioni da Monti. Perché non sto parlando solo dell’economia monetaria ma del modo di stare insieme degli italiani. È questo che deve essere cambiato, qualcosa di simile – per capirci – a ciò che toccò ad altri giovani di fare, dopo il fascismo e a fronte di un cambiamento come la fine dell’Italia contadina. Non si va in Europa con questo Mezzogiorno (il problema principale del Paese di cui nessuno parla); con questa corruzione; con questa inefficienza dello Stato; con questa disoccupazione. Abbiamo fatto benissimo a sostenere il governo di Mario Monti. Era la condizione per tornare europei. Ma adesso ciò che conta è la capacità di mobilitare il capitale umano e il capitale sociale italiano secondo un nuovo disegno nazionale. Forse anche tra di noi è ancora troppo debole la severa consapevolezza che spetta a noi assumere la responsabilità molto pesante di guidare l’Italia perché è evidente che senza il Pd l’Italia non va da nessuna parte.
Il problema più impellente è come si esce dalla crisi di un sistema che si regge sui debiti e sulle rendite finanziarie, per pagare le quali stiamo bruciando i posti di lavoro e i mobili di famiglia. Il problema è questo, non è Vendola. In pratica è quello di chiedersi come avviare un nuovo ciclo economico nella consapevolezza che anche per rispondere ai formidabili mutamenti demografici del mondo extraeuropeo occorre una ripresa del tasso di crescita e, soprattutto, un miglioramento dell’efficienza del sistema Paese. Si tratta quindi di dire chiaramente se pensiamo a un nuovo ciclo trainato ancora dalla crescita dei consumi privati, oppure da un tipo di sviluppo diverso, in cui la crescita della domanda interna sia determinata da un flusso di investimenti pubblici rivolti a fare compiere all’apparato produttivo un salto di qualità, verso la green economy per consentirgli di riposizionarsi adeguatamente in un mercato mondiale in profondo cambiamento.
È solo con forti aumenti della produttività che possiamo sostenere il debito senza uccidere l’economia reale. Tutto sta quindi nel potenziare i beni pubblici, quali la messa in sicurezza e la volarizzazione del territorio, il complesso delle infrastrutture, l’istruzione, la sanità, la ricerca, la giustizia, l’ordine pubblico. Resta da vedere come uno sviluppo trainato da beni pubblici possa esse- re finanziato in una situazione di bilancio così deteriorata. Io penso che, probabilmente, questo sarà il principale problema della politica economica nei prossimi anni. E una risposta a questo problema non potrà essere data senza la collaborazione europea e senza inventare nuove forme di collaborazione fra privato e pubblico, sia per quanto comporta la messa in campo di nuovi modelli di finanziamento degli investimenti, sia per quanto riguarda nuove forme di welfare e di utilizzo di capacità sociali.
Ecco perché mi chiedo quale sarà il pensiero e il linguaggio del nuovo ceto dirigente del Pd. Come cambierà il suo senso comune rispetto alla vecchia egemonia liberista? Come staranno insieme culture molto diverse tra loro, come dice l’elenco dei candidati al Parlamento che va da Mario Tronti, al dirigente della Mac Kinsey, al cattolico militante? Confesso che ponendomi questa domanda ho ripensato a Bruno Trentin, che fu un grande capo della Fiom e poi della Cgil. Insomma – si tenga forte il professor Monti – il Landini e la Camusso del suo tempo. Io ricordo bene il modo con cui Bruno pensava il lavoro moderno. La libertà prima di tutto, si intitola il suo ultimo libro. E la libertà per Trentin è autonomia delle persone. autodeterminazione, possibilità di autorealizzazione. È quindi la dignità e la libertà del lavoro. Perché è con il lavoro e attraverso il lavoro che l’uomo si realizza. Per Bruno il lavoro è il diritto dei diritti, il garante fondamentale della libertà della persona. È evidente la diversità rispetto alla dottrina liberale. Ma è un pensiero diverso anche rispetto alla concezione che fa dipendere la liberazione umana dalla proprietà collettiva e dal primato dello statalismo e del classismo. Quella di Trentin era una concezione del lavoro direi perfino antropologica, cioè come il tratto più tipico della condizione umana. Ed è per questo che il lavoro sta alla base di una economia moderna che non produce solo vecchie merci, ma beni immateriali. Il lavoro è quindi il fondamento dello sviluppo della società moderna e della democrazia. Moralità e lavoro. Esiste ancora un nesso tra passato e presente.

(L’Unità, 12.01.13)

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