11 settembre 2012, Politica e società

La ricostruzione oltre Monti

di Alfredo Reichlin

Chi governerà tra pochi mesi l’Italia? La risposta non è così facile. Essa non sta più tutta dentro i vecchi schemi del gioco politico parlamentare e comporta il disperato bisogno di forze dirigenti nuove, capaci di misurarsi con gli sconvolgimenti che vediamo. Dunque chi governerà, e in nome di quale visione delle cose che ci sovrastano? E quindi con quale proposta politica, intendendo per proposta politica il tipo di problema che si pose Alcide De Gasperi alla cui «proposta politica» (un centro che guarda a sinistra) si richiama oggi un nuovo fermento cattolico moderato. E che si pose in modi diversi Palmiro Togliatti con la sua proposta di «democrazia progressiva». So bene che l’Italia di allora era molto diversa, ma come allora anche oggi la nostra patria sembra sospesa tra la dissoluzione del vecchio Stato e la ricostruzione di una nuova Repubblica.
È con questo animo che io ho letto la Carta d’intenti presentata da Pier Luigi Bersani. C’è in essa un forte senso di verità soprattutto nella sua analisi, ed è da qui che egli fa discendere la necessità di uno schieramento più largo e più ampio rispetto anche al vecchio centrosinistra.

La ragione molto profonda e molto realistica di ciò è che è necessario avviare una vera e propria ricostruzione dell’Italia. Ricostruzione. Questa è la questione di fondo. Ecco perché trovo forviante il tentativo di contrapporre al Pd la cosiddetta «agenda Monti», intendendo così insinuare il dubbio che un governo di centrosinistra non garantirebbe la necessaria continuità nello sforzo di risanare l’Italia e di ricollocarla nell’agone europeo.

Certo tutti i dubbi sono sempre leciti. Ma la domanda che secondo me dovremmo porci (tutti, anche noi del Pd) è che cosa intendiamo per «continuità» con lo sforzo intrapreso dal governo Monti e che, come si sa, si è retto molto su di noi. Guardando al domani, non so se è chiaro a tutti quali prove ci attendono. Io parto dal fatto che ciò che è in discussione non è solo l’economia, ma la nazione italiana. Stiamo attenti. Perché, se è vero che il nostro destino è vitalmente legato a quello dell’Europa, è altrettanto vero che noi siamo di fronte a un nodo tuttora irrisolto: quale Italia e in quale Europa? Questa è la partita drammatica che si sta giocando. C’è da riflettere quando un intellettuale serio come Michele Ciliberto scrive su questo giornale che l’interrogativo dominante è ormai quello delle «fonti» della nostra sovranità e se essa si può ancora esprimere nella «forma» della democrazia. E poi c’è il mondo: possiamo dire tutto quello che vogliamo contro le logiche speculative dell’economia finanziaria, ma ciò che non dobbiamo dimenticare sono i termini nuovi e le dimensioni inedite del conflitto mondiale. Siamo dentro un vero e proprio sconvolgimento. Sono passati cinque anni dall’esplosione di una crisi mondiale sconvolgente, ma non si vede ancora una via di uscita. Evidentemente si è rotto qualcosa di molto profondo. Non regge più il vecchio «ordine» basato sul fatto che il governo di quel fenomeno grandioso che è la mondializzazione è stato affidato – di fatto – ai cosiddetti mercati finanziari, e quindi alla inaudita potenza di una ristretta oligarchia degli affari, rinunciando al potere regolatore della politica.

Ecco perché, arrivati a questo punto, tutto chiede nuovi ordinamenti e nuovi patti tra l’economia e la società. In mancanza di ciò, noi stiamo assistendo a una lotta feroce su chi prenderà la guida del mondo. Per questo è così importante la partita che si sta giocando sull’euro. Consolidarlo dando ad esso la garanzia di una unione politica e quindi la forza di quel continente Europa che rappresenta 500 milioni di persone ed è il luogo più ricco, più colto e più bello del mondo, sarebbe una svolta. Spingerebbe verso una nuova Bretton Woods. L’Italia è nell’occhio di questo ciclone in cui cinismo, potere, paure e speranza si mescolano.

Mi scuso per queste «fantasie». Vi ho accennato non per sfuggire all’asprezza del nostro «qui e ora», ma al contrario, l’ho fatto per dire perché l’Italia così com’è oggi non regge. L’agenda Monti? Va benissimo, ma che cosa resta di questa agenda se non allarghiamo lo sguardo e non comprendiamo che la vera garanzia di una continuità rispetto ad essa è affrontare il problema di una ricostruzione anche sociale del Paese?

Questo Paese ha un enorme bisogno di verità. Berlusconi ha aggravato le cose, ma la verità è che da molti anni, almeno venti, è la struttura profonda dello Stato italiano che si è andata indebolendo. Perché? È a questa domanda capitale che bisogna dare una risposta. E la devono dare gli italiani, non la Bce. Perché è vero che il gioco della speculazione finanziaria ci sta dissanguando, ma dopo tutto esso si nutre di un processo involutivo profondo che da anni blocca lo sviluppo dell’Italia e che nasce dal modo come la società italiana si è disarticolata, ha perso coesione, ha smarrito quella che è la condizione prima dello sviluppo: un patto di cittadinanza (diritti e doveri, l’uguaglianza e l’autorità della legge) insieme con un compromesso sociale in funzione delle forze produttive, e non come è accaduto delle rendite. Come non comprendere che sta qui la forza della Germania? Non dico nulla su quello che resta il nostro problema principale irrisolto da centocinquanta anni e che negli ultimi anni si è per- fino aggravato, il problema del Mezzogiorno, quasi il 40% del Paese che si allontana non solo dal Nord ma dall’Europa.

Questa è la dimensione dei problemi. Non ce la faremo da soli forse, abbiamo bisogno vitale dell’Europa certamente. Ma di quale Europa? La forza singolare del Pd sta nel fatto che noi siamo parte di una grande corrente ideale politica e innovatrice europea, che ha già vinto in Francia, che può vincere in Italia, e che ha buone carte per governare tra un anno la Germania. Altro che governi tecnici. Come ha scritto giorni fa Mauro Magatti, ciò di cui il Paese ha disperatamente bisogno è un nuovo progetto di modernizzazione in grado di portarlo a ricomporre tecnica e senso, competitività e integrazione sociale, capitale e lavoro, e in questo modo prendere parte alla nuova fase storica che si sta aprendo.

(“L’Unità”, 14 agosto 2012)

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