20 luglio 2011, Politica e società

La politica è diversa dalla protesta

UNITI CONTRO LA CRISI  / United against the crisisdi Luigi La Spina

Il crepuscolo del berlusconismo in Italia, lungo o breve che sia, travagliato o meno, affida al Pd, il partito più forte dello schieramento che in questi anni si è opposto alla lunga egemonia politica del Cavaliere, una grande responsabilità. Quella di resistere a una tentazione e di non cadere in un equivoco. L’inaspettato successo dei referendum e le altrettanto sorprendenti vittorie di Pisapia a Milano e di De Magistris a Napoli hanno confermato la forza elettorale e l’efficacia comunicativa di un movimento trasversale di protesta.

Un movimento, guidato soprattutto dai giovani, contro una concezione della politica giudicata mediocre, corrotta, lontana dagli interessi urgenti dei cittadini. Molti commentatori, giustamente, ne hanno colto le caratteristiche innovative, a partire dalla prevalenza dell’uso propagandistico di Internet rispetto alla televisione e, simultaneamente, dal ricorso all’antico «passaparola» come mezzo di convincimento e stimolo a una rinnovata partecipazione politica. Un fenomeno che nella nostra società civile si era già annunciato, nei mesi scorsi, con i lusinghieri esiti delle manifestazioni delle donne o delle stesse primarie per la scelta dei candidati del centrosinistra. Ma che, nelle più recenti manifestazioni elettorali e referendarie, si è imposto con una straordinaria evidenza. Ecco perché il Pd potrebbe essere tentato di cavalcare, più o meno strumentalmente, questo inedito movimentismo protestatario per affrettare la caduta di Berlusconi e agevolare il proprio successo alla guida di un largo schieramento alternativo al centrodestra. La seduzione, in effetti, potrebbe sembrare molto allettante, ma si fonda su un equivoco interpretativo e comporta un rischio, per il futuro del nostro Paese, veramente altissimo.

La protesta emersa nelle inedite forme di queste settimane, infatti, non è il frutto di un clima para rivoluzionario o contestativo, come quello che, anche in Italia, maturò alla fine degli Anni 60 nel secolo scorso. Perché non si basa sulla fiducia di poter cambiare il nostro mondo, ma, al contrario, sul timore che possa cambiare questo nostro mondo. Allora, era l’ottimismo che accendeva l’immaginazione, ora, è la paura che turba gli animi. Allora, si chiedeva alla politica il coraggio di farsi da parte; ora, si chiede alla politica di farsi più responsabile, invece, del futuro dei cittadini. Allora, si inneggiava alla libertà, intesa in tutti i campi della vita. Ora, si cerca la rassicurazione, in tutti i campi degli interessi.

In questo contesto, è veramente illusorio pensare, per il Pd, di aggregarsi e, magari, di contribuire ad accendere fuochi di protesta come strumenti di lotta politica contro Berlusconi e il centrodestra. Perché l’indignazione contro la «malapolitica» non ha bisogno di un coro, compiacente e corrivo, di adulatori. Ma di un partito che dimostri di saper costruire un’alternativa di governo, con risposte realistiche rispetto ai timori degli italiani. Anche perché questo fenomeno politico e sociale di rivolta contro la classe politica ha già dimostrato, proprio a spese del Pd, quanto diffidi del paternalismo di chi si illude di poterlo rappresentare e, magari, utilizzare ai propri fini.

Il possibile equivoco di interpretazione nell’analisi di quanto sta avvenendo in Italia non costituisce, però, solo una trappola per chi travisasse, più o meno consapevolmente, il significato del fenomeno sociale al quale stiamo assistendo. Perché i tempi che si annunciano in Italia sono assai cupi: la manovra economica, ormai imminente, susciterà certamente malumori e proteste di varie categorie e l’esempio della Grecia, stretta tra rivolte sociali e tagli dolorosi a cui è costretto il governo, è troppo vicino, non solo geograficamente, per non preoccupare. Una sinistra estrema, poi, non paga di riflettere sull’irresponsabilità di comportamenti che costrinsero alle dimissioni Prodi e che provocarono la sua esclusione dal Parlamento, crede di sentire un clima di possibile rivincita. Così, rincorre qualsiasi focolaio di contestazione, da quella della Fiom a quella dei «no Tav», con antichi slogan e antiche illusioni. La maggioranza, infine, finché resterà tale, tra inchieste giudiziarie e delusioni elettorali, sembra ormai concentrata solo sulle sue convulsioni interne, in cerca di uno sbocco alla sua crisi che, per ora, neanche si intravede.

Proprio in queste circostanze, quando la politica sembra scappare dai suoi compiti ed eludere i suoi doveri, avvolta in un vuoto di decisione allarmante, si misurerà quanto sia credibile uno schieramento alternativo a Berlusconi che non si limiti a fare da megafono alle paure e alle proteste, ma che si assuma la responsabilità di avanzare proposte concrete di risanamento finanziario e di sviluppo economico. Un compito molto difficile. Ma se il Pd pensa di imboccare scorciatoie più facili per arrivare a palazzo Chigi potrà aumentare di qualche punto il suo bottino elettorale, ma non convincerà mai la maggioranza degli italiani ad affidare a un suo uomo le chiavi del governo.

(“La Stampa”, 18 giugno 2011)

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