24 gennaio 2011, Politica e società

La politica come merce nell’era del berlusconismo

di Aldo Schiavone

Mentre il calibrato e studiatissimo allontanarsi di Tremonti sta aggiungendo un´altra spinta – decisiva? – alla frana del sistema di governo varato dal centrodestra dopo la vittoria del 2008, il Presidente del Consiglio non sembra saper far altro che parlare al Paese di comunisti e di magistrati: non della crisi da cui non si riesce a venir fuori, non dei giovani cui non si è capaci di offrire prospettive, non di lavoro e di produzione nel mondo che ci aspetta, ma solo delle ossessioni che non hanno mai smesso di accompagnarlo, e che in altri tempi era stato in grado di trasformare in parole d´ordine per una mobilitazione emotiva di massa tanto inconcludente quanto vittoriosa.
In realtà, oltre ai suoi fantasmi, c´è però un altro tema che prende in questi giorni Berlusconi: la sua personale “campagna acquisti” di parlamentari d´ogni provenienza, nell´estremo tentativo di dare spessore a una maggioranza esigua fino all´inconsistenza. Sbaglieremmo, se liquidassimo l´ostinazione con cui questo sforzo viene reiterato spiegando tutto soltanto con la disperazione dell´ultima ora, con un deficit strategico che non consente altra via di salvezza a ciò che resta di quanto era stato (sembra secoli fa) una maggioranza imponente. Insomma, con una contingenza del momento.
C´è invece qualcosa di più profondo che si rivela nell´accanimento su questo obiettivo. Qualcosa che attiene “strutturalmente” al berlusconismo: non solo al suo estenuante e azzardoso epilogo, a quella specie di interminabile “via crucis” cui sta sottoponendo la democrazia italiana, ma che riguarda invece sin dall´inizio il carattere originale di quell´esperienza, anche se adesso soltanto, nel collasso finale, appare in piena luce.
Si tratta di due elementi, fra loro collegati.
Il primo è l´idea della politica – delle scelte e dei comportamenti che la condizionano e la determinano – come merce, e non come regole e procedure; come semplice scambio, e non come metodo e come insieme di principi e valori non negoziabili. Se si è abituati a pensare che tutto quel che conta – l´interezza delle nostre vite – passa attraverso il mercato, se tutto si può comprare e si può vendere in quanto ha il suo (giusto) prezzo, perché questo non deve riguardare anche l´ambito parlamentare? Se la politica in quanto tale, essa stessa, non appare altro che come un “prodotto” da promuovere e da piazzare, perché la transazione non può coinvolgere l´opinione e il voto di questo o di quel soggetto? E non vale invocare l´esistenza antica del trasformismo, perché c´è qualcosa di radicalmente nuovo nella pratica berlusconiana: il suo autorappresentarsi come normalità assoluta, come condizione fisiologica della politica.
È evidente che in un simile modo di ragionare viene travolta una distinzione capitale, costitutiva della modernità: quella tra etica, politica ed economia. Ma questo travolgimento non è il frutto tardivo e avvelenato di un declino irreversibile: fa parte, invece, del codice genetico dell´avventura berlusconiana, di una “normalità” deforme che si è cercato per quasi vent´anni di imporre all´Italia, gridata da milioni di televisori. È l´anima stessa di quell´ipermercatismo senza misura e senza confini che è stato il cuore del messaggio che l´imprenditore (prima ancora del politico) Berlusconi sin dall´inizio ha rivolto all´Italia – rovesciando il conflitto d´interessi nella sua più efficace credenziale (vedete chi sono e da dove vengo!) – cercando di farlo passare come l´annuncio di una grande rivoluzione liberale. Ed è uno stile che non può trovare le sue metafore più calzanti –la “campagna acquisti”, appunto – altrove se non nel mondo del calcio: il più devastato da un´anomia mercatista spinta fino al mostruoso.
La crisi ha spazzato via i presupposti materiali di quei proclami, e stiamo cominciando a capire come di ben altro ci sia bisogno che non della scomposta furia acquisitiva che vi veniva esaltata. Ma essa sopravvive ancora come tossina ideologica, come abdicazione etica, quando non almeno come rassegnazione a una “normalità”, appunto, che si vorrebbe realisticamente senza alternative. In questo cedimento la cattiva lezione recente incrocia purtroppo nostre predisposizioni antiche. Guarirne non sarà facile.
Il secondo elemento di cui si diceva attiene a quella che potrebbe definirsi la tendenza costante alla disarticolazione dei partiti (compreso il suo) come tratto permanente dell´azione berlusconiana. Di nuovo, siamo di fronte a qualcosa di organico, e non di contingente o di accidentale. La scelta dell´acquisizione di singoli parlamentari al posto della trattativa con i rispettivi schieramenti non fa altro che estendere quel rapporto fiduciario e personalistico fra il popolo e il suo leader, tipico del plebiscitarismo di Berlusconi, dal terreno propriamente elettorale alla sfera dei rapporti parlamentari: di trasportarlo, per dir così, dalle urne alle Camere. Non contano le appartenenze, non conta il mandato ricevuto dagli elettori, quando è il leader a chiamare: conta solo la relazione diretta con lui – poco importa che sia esplicitamente mediata dal denaro, o da un altro tipo di scambio. I partiti (compreso il suo) risultano formazioni intrinsecamente inutili in questa dinamica, e infatti per Berlusconi lo sono sempre stati. Ma così si arriva solo allo svuotamento completo della moderna democrazia rappresentativa, perché si sostituisce alla rappresentanza articolata degli interessi sociali la pura relazione personalistica degli eletti con il leader, chiamato ad esprimerli tutti. Se il Pdl avesse un´anima, i suoi stessi dirigenti dovrebbero cominciare a riflettervi. Cosa li aspetta, dopo? Ma forse qualcuno sta già cominciando a farlo.

(articolo tratto da “La Repubblica” del 10 gennaio 2011)

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