22 agosto 2014, Cultura - In evidenza - Politica e società

La P2 e i progetti di Gelli

di Nicola Tranfaglia

Più di uno studioso dell’Italia repubblicana, e chi scrive è tra questi, è convinto che il caso della P2, legato al maestro venerabile di una loggia massonica coperta, l’aretino Licio Gelli, sia un passaggio importante nella storia dell’ultimo settantennio. Ci sono nella storiografia italiana tre o quattro volumi che ne parlano. Forse il più interessante è costituito da “La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi” pubblicati tre anni fa da Chiare Lettere ma ad essi si aggiungono almeno l’intervista del giornalista Sandro Nero a Licio Gelli. “Parola di Venerabile” uscito nel 2006 dall’editore Aliberti, il “Dossier P2” pubblicato dalle edizioni Kaos nel momento di maggior successo politico di Silvio Berlusconi, nel 2008, i ricordi di Sandra Bonsanti usciti da “Chiare Lettere” l’anno scorso e infine il volume “Loggia P2″ a cura di Giuseppe Amari e Anna Vinci, un libro collettivi con sei saggi di notevole interesse appena uscito dall’editore Castelvecchi che mi sento di consigliare ai miei lettori visto che permette, a mio avviso, un passo avanti importante, anche se forse non ancora decisivo, sul ruolo di Gelli e della sua loggia nella nostra storia repubblicana.
Due cose mi hanno colpito leggendo questi libri, pur così diversi tra loro, sia per le personalità dei loro autori sia per quello che ancora non emerge dalla massa dei documenti che è andata accumulandosi nell’ultimo trentennio abbondante da quel che successe nei primi anni Ottanta (vorrei ricordare, infatti, che l’Archivio storico della Camera ha pubblicato già nel 1995 l’indice degli Atti della Commissione che comprende le sei relazioni, i sedici tomi degli atti dei lavori della commissione Anselmi, i quattro tomi sequestrati a villa Ada a Castiglion Fibocchi, nove tomi di documenti allegati alle relazioni, nove tomi sui riscontri sull’attendibilità delle liste, venticinque tomi di documentazione su eversione e criminalità organizzata e infine dieci tomi su affari ed editoria. Dicevo che due elementi mi sono parsi di particolare interesse. Il primo è quel che disse la requisitoria di due magistrati, Elisabetta Cesqui (pm) e Francesco Monastero (giudice istruttore) nove anni dopo la scoperta delle liste di Castiglion Fibocchi: “Nel progetto di Gelli – scriveva allora Sandra Bonsanti – i magistrati hanno individuato un progetto di cospirazione contro lo Stato.(..) Gli accertamenti arrivano così a smentire in maniera clamorosa tutte le ricostruzioni e le interpretazioni minimizzanti a cominciare da quelle più volte enunciate dal presidente della repubblica Francesco Cossiga. …La Cesqui riassumeva in tre punti il “livello di efficienza” raggiunto dalla P2. Primo: “Controllava i servizi di informazione, interi settori dell’Arma dei Carabinieri e i vertici della Guardia di Finanza”. Secondo: “Poteva contare su mezzi finanziari praticamente illimitati; disporre di uno strumento di controllo dell’opinione pubblica, il più diffuso e prestigioso”. Cioè il quotidiano più diffuso e la TV. Terzo: “Poteva acquisire informazioni riservate su chiunque e bloccare qualsiasi accertamento su se stessa; disporre di una rete di collegamento che costituisca una una vera struttura ombra rispetto agli organi dello Stato e in grado di espropriarne di fatto il potere, pur essendo naturalmente priva di qualsiasi legittimazione.”
Il secondo elemento che mi ha colpito nasce da qualcosa che avevo già constatato in saggi scritti sul caso Moro (per il quale nei prossimi mesi si formerà finalmente una nuova commissione parlamentare di inchiesta) e sul valore periodizzante che gli anni Settanta hanno assunto nella nostra storia.
“Una pur sommaria ricognizione delle iniziative che, a partire all’incirca dalla metà del decennio, ricadono più o meno direttamente nell’ambito della P2 – ha osservato Francesco Biscione – mostra che il sodalizio massonico ebbe vitalità e ramificazioni tali da rappresentare un nuovo punto di vista per il superamento degli equilibri di potere vigenti nel Paese. Il sostegno a Michele Sindona e la mobilitazione piduista in difesa del suo sistema finanziario; la produzione e l’esportazione clandestina di olii lavorati tra il 1974 e il 1979, rese possibili dalla complicità di settori dell’imprenditoria petrolifera, dei vertici della Guardia di Finanza, degli apparati ministeriali e del mondo politico (il cosiddetto scandalo dei petroli, manifestatosi con l’inchiesta giudiziaria del 1979); la ripresa e il rilancio del “metodo Sindona” da parte di Roberto Calvi, direttore del banco Ambrosiano in colloquio con lo IOR fino alla bancarotta dello stesso Banco Ambrosiano; la capacità di pervadere ambienti della magistratura al punto di sferrar l’attacco contro Baffi, Sarcinelli e la Banca d’Italia nel 1979; la penetrazione nei partiti, nel Parlamento, nei governi e nelle alte burocrazie ministeriali.
Il sistema delle “reti comunicanti” fu esteso a settori trasgressivi della società difficilmente riconducibili a comuni radici: non solo all’eversione nera (e questa non era certo una novità) ma anche ad ambienti della criminalità organizzata e in particolare di Cosa Nostra.” Su due aspetti, a quanto pare, fondamentali: la confluenza dei capitali provenienti dal narcotraffico nel circuito finanziario legale (il riciclaggio cioè del denaro sporco e la mondializzazione del sistema finanziario mafioso, operati da Sindona all’inizio degli anni Settanta) e la crescita “politica” di Cosa Nostra che proprio allora sferrò un attacco di straordinaria violenza allo Stato con gli assassinii di Boris Giuliano, Mattarella, La Torre, Dalla Chiesa (per citare soltanto i più clamorosi).”
In questo senso si può essere d’accordo con la conclusione che Biscione (autore tra l’altro di quel bel libro su “Il sommerso della Repubblica” uscito da Bollati Boringhieri nel 2003) quando scrive: “I tre maggiori ambiti della P2 (servizi segreti ed eversione, uso e potenziamento del crimine organizzato) appaiono tra loro strettamente intrecciati e disegnano un panorama che indica nella P2 un segmento qualificato della classe dirigente nazionale con un’evidente aspirazione egemonica.” Il tutto legato, possiamo aggiungere, alla crisi evidente della democrazia antifascista repubblicana.

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