16 febbraio 2012, Cultura - Politica e società

La nostalgia dell’uguaglianza

tutti i colori della protesta | no g8, lecce, italy, 2009di Adriano Sofri

L´equità è un´uguaglianza cui sono state messe le braghe, come ai nudi della Cappella Sistina. Bisognava farlo, perché ci fu un momento in cui l´uguaglianza smise di essere guardata negli occhi, e pagò il pegno della temerarietà.
Fu allora che le cose cominciarono a essere guardate di sotto in su, dal lato della disuguaglianza, e lo spettacolo era davvero madornale. Sul conto dello scandalo per l´”appiattimento” e il “livellamento” si banchettò a oltranza per qualche decennio, e la disuguaglianza – di soldi e di potere – non fece che moltiplicarsi. Non passa giorno senza che le statistiche ne registrino nuovi record. Assoluti, e non solo relativi. Non, cioè, di redditi che crescono, benché gli uni molto di più degli altri, bensì dei redditi che crescono a dismisura mentre gli altri diminuiscono. Le statistiche arrivano a sancire quello che le persone avevano capito da un bel po´, però fanno sempre il loro effetto. Ne vorrei leggere una sul reddito e il patrimonio medio dei presidenti del consiglio e dei loro ministri, dal dopoguerra a oggi. Dal fiabesco cappotto di De Gasperi all´anomalia di Berlusconi, elegantemente corretta dall´anomalia dei banchieri. Le statistiche hanno un contesto, e il contesto cambia. I politici di professione a un certo punto si invaghirono del denaro e lo arraffarono alla rinfusa: tempi di gente nova e súbiti guadagni. Allora Massimo Cacciari, a un amico che lo invitava a iscriversi al Partito socialista, rispose: “Grazie no, sono ricco di famiglia”. La ruota gira. Oggi essere ricco di famiglia non è la migliore delle raccomandazioni. Specialmente essere troppo ricco di famiglia. Buffett si chiede se diseredare o no i figli, Romney è alle prese con la sua dichiarazione dei redditi e delle tasse, Obama va in campagna contro i grandi patrimoni. Obama invoca “i valori americani”: sarebbe curioso che in omaggio ai valori americani uno non venga eletto presidente, e neanche nominato candidato, perché è troppo ricco. A Davos, montagna incantata, i contestatori si sono piazzati – alla periferia – dentro tende da pellerossa e igloo: il sindaco, dicono le cronache, ha dato una mano a costruire l´igloo.
A quanto pare, oggi basta esser ricchi per star lì lì per “scendere in politica”. Ma la fila di aspiranti a una nuova leadership politica che vengono da liquidazioni troppo cospicue deve rifare i conti, un po´ dovunque. Si sente un brontolio che sale da sottoterra, e già trova i suoi varchi. Detestate Landini, diffidate di Camusso: arriverà Savonarola. Poi, perché la ruota gira, lo brucerete, ma intanto vi rincorreranno coi forconi e i crocifissi.
Si è (giustamente) insistito sul ruolo dell´invidia sociale, sul suo ripiegamento sul vicino, sulla sobillazione della guerra fra i poveri. È vero, può arrivare un punto in cui i poveri antepongano il desiderio della rovina altrui a quello del proprio miglioramento. Però non va sottovalutata nemmeno la disgrazia dei ricchi (dico ricchi e poveri come se si potesse generalizzare, ma ho l´attenuante dei precedenti, per esempio i vangeli). Si dovrebbe spiegare ai ricchi che anche se i poveri non fossero troppo poveri, i ricchi sarebbero lo stesso piuttosto odiosi e odiati. Non lo capirebbero. I ricchi infatti sarebbero infelici se non ci fossero i poveri, e in particolare i troppo poveri. È quella, la ricchezza. È un confronto. Voi e noi. La fotografia di Valletta e del mendicante. Secondo Luca, Gesù disse: “Beati i poveri…”, e però completò: “Ma guai a voi, i ricchi…”. In economia come in psicologia, sulla terra come nel regno dei cieli, ricchi e poveri si tengono come due che facciano l´altalena, e però un trucco ha bloccato l´altalena. E anche quando a furia di puntare i piedi si compie uno sblocco improvviso – una rivoluzione, diciamo – quelli arrivati su si arrangiano a restarci. Nel vangelo del resto la sfortuna dei bonus e delle liquidazioni dei manager era stata annunziata con una spiritosa comprensione: il giovane cui il Maestro propone di vendere tutto, dare il ricavato ai poveri e seguirlo, si rabbuia e se ne va tutto rattristato, “perché era molto ricco”, il poveretto.
Siccome ho due diletti bassotti, ho letto Daniel Rigney. I suoi due bassotti sono gemelli, maschio e femmina. Il maschio è più forte, e quando ha finito con la propria scodella spinge via la sorella e finisce la sua. Dunque diventa ancora più forte, e la prossima volta mangerà una porzione ancora maggiore. La femmina potrebbe anche morire, mentre l´altro cresce. Anche fra i miei due le cose andrebbero così, se io non fossi un animalista keynesiano e non facessi la guardia alla scodella debole. Rigney (”Sempre più ricchi, sempre più poveri”, Etas) tratta sistematicamente dell´effetto san Matteo, così nominato da Robert K. Merton. “A chi ha sarà dato e sarà nell´abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha” – ma Matteo, inflessibile coi ricchi, sta parlando del vantaggio cumulativo di chi ha la grazia e il senso delle cose divine, non di soldi. Infatti la disuguaglianza e la sua crescita illimitata coprono una quantità di campi: e se ce n´è uno che, nonostante gli scandalosi privilegi nella scuola e l´istruzione, vede più equilibrata o a volte rovesciata la piramide è il sapere, dal momento che ricchi e potenti sono spesso, e non per caso, ignoranti, e giovani e precari, non a caso, capaci di conoscenza e saperi.
C´è anche in giro, motivata dallo slogan delle liberalizzazioni, dal ripudio del consociativismo, dall´insofferenza per lacci taxi eccetera, un fastidio per le rappresentanze tutte, un “tana libera tutti”. Viene in mente il famoso discorso parlamentare di Giovanni Giolitti (che non fu solo il ministro della malavita) nel 1901: “Io poi non temo mai le forze organizzate, temo assai più le forze disorganiche (Bravo! Bene!) perché se su di quelle l´azione del governo si può esercitare legittimamente e utilmente, contro i moti inorganici non vi può essere che l´uso della forza”. A un rivoluzionario, quella sembrava un´astuzia tesa a intrappolare la spontaneità dei movimenti e delle lotte. A chi ora si voglia riformatore dovrebbe ricordare che la dissoluzione dei legami e del confronto sociale porta con sé una costellazione di rivolte particolari, la cui quota di spontaneità è confiscata da professionisti congiunti di politica e antipolitica. Non è quello che sta avvenendo? Giolitti invocava “un miglior riparto dei prodotti della terra e dei capitali”. Siamo al peggior riparto. Un governo liberale è un dono del cielo – del colle, dell´accerchiamento europeo e mondiale, dell´altura che volete – anche perché ridà a una sinistra riformatrice un interlocutore avversario di cui essere all´altezza. Difficile sollecitare una crescita senza favorire i consumi, impossibile uscire dalla pania senza convertire produzioni e consumi. Alla conversione appartiene una nostalgia dell´uguaglianza guardata negli occhi, e un impegno ad accorciare le distanze. Anche a guardare di sotto in su, che cosa c´è di più moderato del proposito di ridurre le disuguaglianze – di sedare gli eccessi, di tagliare gli artigli e riportarli a unghie? Eppure.

(“La Repubblica”,28 gennaio 2012)

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