18 ottobre 2013, Cultura - In evidenza - Politica e società

La morte di Enrico Chiavacci teologo e parroco

di Mariangela Meraviglia

All’autrice è stato chiesto, da numerosi amici, un ricordo del teologo fiorentino spentosi alcuni giorni fa. Come l’autrice ricorda, don Chiavacci è stata una delle voci più apprezzate della teologia italiana del Novecento. Il Concilio Vaticano II è stato il suo orizzonte di riferimento. La sua è stata “una teologia come tentativo di tradurre il Vangelo nella vita e con la vita”.

 

All’inizio di ogni lezione o conferenza si sorrideva per quegli intercalari caratteristici che davano avvio al suo parlare: «Lor signori non sanno…»; «Per svolgere convenientemente questo argomento dovrei avere sei mesi…». Espressioni spese per indicare l’estrema complessità dei problemi che venivano di volta in volta affrontati e che di fatto il professor don Enrico Chiavacci, mancato lo scorso 25 agosto,  affrontava con competenza e intelligenza che si imponevano a chi lo ascoltava: e anche il sorriso che sorgeva spontaneo era un sorriso di stima e di simpatia, che accompagnava l’attesa di un contributo di sicuro valore.

Il contributo di Chiavacci nasceva sempre da un’analisi puntuale delle realtà antropologiche, sociali, economiche lette alla luce della Parola di Dio, Parola che doveva ispirare, suggerire orientamenti, non sovrapporsi o imporre soluzioni precostituite a situazioni di cui egli coglieva la complessità dei fattori e la continuità dell’evoluzione. Chi seguiva le sue lezioni, chi ascoltava le sue conferenze veniva informato sulla necessità di sprovincializzare la sua cultura e i suoi riferimenti, accedendo a fonti e documentazione internazionali, assai prima che la globalizzazione imponesse uno sguardo mondiale sui diversi fronti del vivere e del pensare.

Enrico Chiavacci, nato a Siena nel 1926, figlio del filosofo Gaetano Chiavacci e fratello della dantista Anna Maria Chiavacci Leonardi, era professore emerito della Facoltà teologica dell’Italia centrale, ma aveva insegnato anche  all’Università Cattolica di Milano, alle Università di Leida e Vienna, all’Accademia teologica del Patriarcato di Mosca e in varie Università degli Stati Uniti.

Figura tra le più significative della teologia cattolica del Novecento – autore di importanti studi di teologia morale, di un capitale manuale più volte riedito (Cittadella Editrice), presidente dell’Associazione italiana per lo studio della teologia morale dal 1979 al 1984 – aveva scelto da sempre di unire alla sua attività di studioso il ministero di parroco in una piccola parrocchia, San Silvestro a Ruffignano, tra Sesto fiorentino e Firenze. Una scelta che significava, come emergeva esplicitamente nelle sue lezioni, legame con le persone e i loro bisogni, desiderio che gli studi che costituivano di fatto la sua vita non determinassero isolamento umano e astrattezza di impostazione.

Di fatto i suoi affondi teologici – che possono essere rintracciati nel sintetico Il cammino della morale. Enrico Chiavacci a confronto con Valentino Maraldi, Ancora Editrice 2005 – conducevano anche a opzioni molto concrete, come l’autoriduzione della percentuale di quota fiscale destinata alle spese per le armi nucleari, che gli aveva guadagnato nel corso degli anni azioni legali e pignoramenti da parte dello Stato. Più spesso le sue analisi si traducevano in prese di posizione non gradite ai poteri politici, come l’opposizione militante – spesso in collaborazione con Pax Christi – alle varie forme di «guerra giusta» che si ripresentavano ciclicamente, dalla metà del Novecento come conseguenza della logica spartitoria del globo terrestre, più recentemente come reazione e «prevenzione» agli attacchi terroristici di matrice islamica.

Se più conosciuti erano i suoi interventi nell’ambito della teologia della pace, non meno significativa si era rivelata la sua rilettura della morale sessuale, volta a superare la tradizionale visione tutta negativa  del corpo umano, dell’amore coniugale, perfino della donna madre: ricordava come episodio esemplare di una pretesa “impurità”, quella concezione, viva fino a pochi decenni fa, per cui la donna che aveva partorito doveva sottoporsi al rituale chiamato popolarmente «rientrare in santo», e come avesse faticato, da parroco, per far capire che il parto era già di suo una benedizione che non richiedeva ulteriori purificazioni.

Non si era sottratto dall’affrontare le più discusse problematiche connesse con le trasformazioni dell’etica, della cultura, dell’economia: sono del 2005 le Lezioni brevi di bioetica (Cittadella Editrice); in rete sono rintracciabili suoi eloquenti contributi di riflessione sull’omosessualità – Omosessualità e morale cristiana. Cercare ancora, pubblicato in «Vivens Homo», Rivista della Facoltà Teologica dell’Italia centrale e dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Firenze, 2 (2000), pp. 423-457, all’indirizzohttp://kairosfirenze.files.wordpress.com/2010/04/chiavacci_articolo_omosessualita.pdf – e sul dominio della finanza nell’economia internazionale: In nome del Dio profitto, pubblicato in «Jesus», 11 (1999), all’indirizzohttp://www.stpauls.it/jesus00/1199je/1199je50.htm

Il suo orizzonte teologico era quello aperto dal Concilio Vaticano II, alla cui costituzione conciliare Gaudium et Spes aveva dedicato un amplissimo commento (La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, Edizioni Studium, 1967).

Scriveva nell’articolo sopra citato apparso su «Jesus»:

«Non vi sono due storie: quella della salvezza e quella dell’umanità. “La storia è storia di salvezza”, è il lento e doloroso cammino della famiglia umana verso la pienezza del Regno, verso la sua trasformazione in “famiglia di Dio” (Gaudium et spes, n. 40). E il traguardo è la pace, la città di Dio in cui “tutti si servono vicendevolmente nella carità” (Agostino, De civitate Dei, XIV,28). Si tratta dunque di un cammino verso una logica globale di convivenza della famiglia umana intera, una logica che rispecchi l’Assoluto della vita trinitaria. Come il Figlio dell’Uomo è venuto per servire e non per essere servito, così nessun essere umano “ può pienamente realizzarsi, se non attraverso un dono sincero di sé” (Gaudium et spes, n. 24)».
Era una delle ultime grandi voci della Chiesa conciliare, una delle meno esposte mediaticamente ma anche delle più efficaci e feconde perché l’apertura alla misericordia di Dio e l’aspirazione alla fraternità universale che raccoglieva dal Vaticano II non originavano approcci generici ma analisi pazienti e accurate e coerenza di scelte personali. Ci mancherà ma possiamo raccoglierne la lezione di rigore intellettuale ed etico, l’ostinato tentativo di tradurre il Vangelo nella vita e con la vita.

 

(www.c3dem.it , 12 settembre 2013)

 

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