6 settembre 2012, Politica e società

La libertà religiosa dopo le nuove intese con ortodossi, apostolici e mormoni

di Stefano Ceccanti

In data 7 agosto sulla Gazzetta Ufficiale sono state pubblicate 3 leggi che si riferiscono alle Intese con tre Confessioni religiose, ovvero ortodossi, apostolici e mormoni. Sin qui le confessioni diverse dalla cattolica coperte da Intesa, che siamo soliti vedere sul modulo apposito al momento della dichiarazione dei redditi, erano solo sei: valdesi, assemblee di Dio, avventisti, ebrei, battisti e luterani. Analoghi i contenuti delle nuove Intese, eccetto il fatto che i mormoni non hanno richiesto di entrare nell’otto per mille.

Non deve sfuggire a nessuno il grande progresso compiuto. A seguito delle più recenti ondate migratorie gli ortodossi sarebbero ormai più degli islamici e supererebbero il milione di presenze. Rispetto quindi alle Intese storiche, importantissime come apripista, che coprono qualche centinaio di migliaia di persone, soprattutto italiane, e che rappresentano importanti presenze consolidate, qui la base si è ampliata di più di cinque volte e a molti non cittadini italiani. Un risultato importantissimo sia in termini di libertà religiosa sia di integrazione. Ciò non significa che il lavoro sia finito. In attesa di capire come risolvere il nodo del rapporto con l’Islam anzitutto dal punto di vista degli interlocutori legittimati, il Parlamento potrebbe realizzare comunque un ulteriore salto oltre l’ambito giudaico-cristiano approvando le altre Intese già all’esame della Commissione affari costituzionali del Senato, tra cui quelle coi buddisti e induisti.

C’è poi la questione di una legge complessiva sulla libertà religiosa, che superi quella del 1929, ma essa potrà più facilmente arrivare dopo che tutte le presenze, più significative, si vedranno riconosciute con Intesa. Detto ciò sul merito, ci sono alcuni insegnamenti più complessivi che si possono trarre. Il primo attiene al ruolo dei parlamentari che spesso si limitano a lamentarsi per il protagonismo quasi solo governativo sulla legislazione, non utilizzando però fino in fondo gli spazi che comunque esistono, specie per azioni tra eletti di gruppi diversi con sensibilità comuni su problemi specifici.

In questo caso gli spazi sembrerebbero inesistenti perché è il Governo che stipula le Intese e dovrebbe quindi essere esso stesso a presentare poi i relativi disegni di legge. Invece, a causa di alcune riserve della Lega (che paradossalmente voleva le radici cristiane in Europa ma bloccava anche gli ortodossi in Italia), il governo Berlusconi le teneva nel cassetto. Le ha sbloccate solo dopo che col collega Malan del Pdl abbiamo deciso di presentarle noi per primi, giocando d’anticipo. Il secondo insegnamento è che sul piano parlamentare i poteri vanno usati sino in fondo: mai si era osato approvare Intese direttamente in Commissione, dove però sono concentrati i parlamentari con competenze specifiche.

Eppure in questa legislatura si è fatto, creando un precedente importante. Da segnalare, infine, che paradossalmente, proprio a seguito di alcuni emendamenti ostruzionistici della Lega, dichiarati inammissibili perché il disegno di legge ha una natura pattizia, si è solennemente affermato che in questa materia il testo si può approvare o bocciare ma non modificare unilateralmente.

La logica della libertà religiosa all’italiana, pur ancora incompiuta, si rivela in tutta la sua forza espansiva, un segnale prezioso anche per chi giunge ora alla democrazia sull’altra sponda del Mediterraneo.

(“L’Unità”, 9 agosto 2012)

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