3 novembre 2011, Politica e società

La fine del diritto al lavoro

di Roberto Fiorini

Ho attraversato le strade delle mia città in corteo con i lavoratori che, il 6 settembre, hanno scioperato contro questa manovra finanziaria e per la soppressione dell’art. 8. Il contatto diretto con i volti e le voci è elemento essenziale per la comprensione di quanto sta accadendo.
Il corteo era accompagnato da potenti percussioni che entravano nell’anima, quasi fosse un unico cuore a battere. L’immagine mi è venuta da Ramiro un amico catalano, gesuita operaio, che ora si trova ad Haiti. E racconta che, la domenica, una grande folla di popolo si ritrova all’aperto per la messa che dura un’intera mattinata, al suono del tamburo, a evocare il ritmo del cuore che batte all’unisono.
Mi sono ritrovato immerso in questa umanità che non vuole accettare di essere schiavizzata e condannata all’irrilevanza.

Si ribella all’uso perverso della crisi economica, impugnata per piallare, o addirittura azzerare, il minimo di dignità e di diritto del lavoro, che dal dopoguerra, nonostante tutto, si è riusciti a ottenere. Ho sentito la presenza di una coscienza che lotta non per consumare di più ma perché è la stessa vita ad essere minacciata. L’art. 8 sembra alimentato da un’intenzionalità punitiva e vendicativa. Dice Luciano Gallino: «L’art. 8 non lascia dubbi: esso mira a stabilire per legge che è realmente possibile derogare da tutte le leggi» finora vigenti in materia di diritto del lavoro. In sostanza, la contrattazione aziendale o territoriale può soppiantare e sostituire quella nazionale per tutti i lavoratori di quell’azienda o territorio. Al legislatore sarebbe bastata questa sola affermazione: «I contratti collettivi nazionali sono aboliti e con essi tutte le norme concernenti il diritto al lavoro».
Possiamo fare qualche esempio: il lavoratore potrebbe essere controllato istante per istante da un impianto audiovisivo, per tutto il tempo lavorativo. Cosa vietata dall’art. 4 dello Statuto dei lavoratori (davvero è ridicolo e tragico quando si pensi che il nostro capo del governo, quello che si autodefinisce «premier a tempo perso», vuole inibire la magistratura inquirente dall’uso delle intercettazioni telefoniche!). E ancora, l’orario di lavoro potrebbe essere portato a 60 ore settimanali, e in alcuni casi a 65, limite estremo posto dalla Commissione europea. Un operaio specializzato può sentirsi dire: o accetti la nuova qualifica di operaio generico o te ne vai. Può succedere che l’azienda proponga al dipendente di convertire il suo rapporto di lavoro a tempo indeterminato in quello di collaboratore a progetto per tre mesi, rinnovabile. Un lavoro autonomo a cui vengono richieste tutte le prestazioni di prima, compresi i controlli audiovisivi, ma senza i vantaggi del lavoratore dipendente (ferie retribuite). Inoltre, diventerebbe molto più facile licenziare o mettere in condizione di licenziarsi. In tutti i casi si perverrebbe ad un’ulteriore frammentazione e «al degrado dell’attività sindacale» e si intensificherebbe il clima di paura, peraltro già molto presente anche nella situazione attuale. Per chiudere, Gallino sottolinea che l’art. 8 «non è in alcun modo emendabile o assoggettabile a pattuizioni. Se non si vuole far fare una salto indietro di mezzo secolo alla nostra civiltà del lavoro, va semplicemente cancellato». Del resto, la distruzione di ogni forma di opposizione è l’obiettivo del neoliberismo globalizzato, con l’imposizione di regole il cui scopo è far saltare definitivamente il patto sociale che in Europa ha normato i rapporti tra capitale e lavoro, nonché scardinare il Welfare con la sistematica riduzione della spesa pubblica.

Nella scrittura e riscrittura della manovra, chi non ha avuto la chiara percezione che premier, ministro dell’Economia & company agivano come pupi eterodiretti? Una domanda può diventare illuminante: Come mai le 5 più grosse banche americane assieme a tante altre ad esse subordinate, che manipolano circa 600 mila miliardi di dollari l’anno, cioè 10 volte la ricchezza prodotta annualmente, attaccano l’euro speculando sulla sua perdita di valore? E come mai l’economia mondiale pubblica ha dovuto creare 12mila miliardi di risorse monetarie per salvare quelle stessa banche che ora si adoperano per un indebolimento della nostra moneta? Forse perché la zona euro è proprio quella dove si è sviluppato il welfare vero.

Tutti sanno che le cause profonde di questa crisi dipendono dal fatto che il potere politico ha lasciato libertà totale alla finanza speculativa, sostiene Riccardo Petrella. Occorre essere coscienti che siamo ad una svolta epocale. L’ideologia e la pratica neoliberista rappresentano «un sistema parassitario», dice Baumann; è come un cancro che divora le persone, la natura e i beni comuni. Quello che è successo dal 2008 ad oggi è «la più gigantesca truffa della storia», aggiunge l’economista James Galbraith. E sono i popoli a pagare.

Qualche giorno fa Sergio Marchionne, interrogato sulla stagnazione del mercato italiano, rispondeva: «Il problema vero è che si sono svuotati i portafogli della gente». E possiamo aggiungere: i problemi più veri sono da un lato la redistribuzione equa delle enormi ricchezze che sono prodotte e, dall’altro, la reimpostazione di un’economia che assuma come teatro l’intera umanità nei suoi bisogni vitali e il mondo nei suoi limiti ecologici.

* Direttore della rivista “Pretioperai”

(“Adista Segni Nuovi”, n.70 del 1 ottobre 2011)

1 commento per : La fine del diritto al lavoro

  • eva

    Sta tornando la schiavitù.
    Che lo vogliano Marchionne e i paladini politici del liberismo di casa nostra e dell’Europa,non mi pare una stranezza: sono solo diventati un poco più pescecani del secolo scorso.
    Sta tornando la schiavitù.
    Che non se ne accorgano i paladini del riformismo di sinistra che in questi anni sono stati demenzialmente succubi dell’idolatria liberista, mi preoccupa, ma era da mettere in conto.
    Sta tornando la schiavitù.
    Che non lo voglia vedere Napolitano, invocando il senso di responsabilità, mi indigna.

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