2 agosto 2012, Globalizzazione ed Europa - Politica e società

La fiducia torna solo con le regole

global financial crisisdi Stefano Lepri

E’ ancora meno facile prendere di petto difetti annosi e intricati dell’Italia, come quelli che gonfiano e rendono inefficiente la spesa pubblica, quando in tutto il mondo le condizioni dell’economia tornano a peggiorare. La crisi globale che tra un mese compirà cinque anni e non è mai finita pone ora problemi nuovi, che sono politici nel senso più profondo del termine, e vanno riconosciuti come tali. Il cieco instabile potere della finanza rende oggi arduo sanare quegli squilibri enormi della globalizzazione (Paesi avanzati che vivono al di sopra dei propri mezzi, in debito verso i Paesi emergenti) che lo hanno fatto crescere a dimensioni spropositate. Le ricette di politica economica applicate finora – tutte, non solo quella neoliberista che ha condotto alla crisi – diventano o inefficaci o dannose.

L’area euro fatica a risolvere i suoi problemi perché non riescono ad essere solidali tra loro le nazioni che la compongono. Negli Stati Uniti la ripresa stenta a causa della paralisi del governo, dovuta a contrasti politici mai così aspri, insomma a un calo della solidarietà tra i cittadini. Le banche continuano a funzionare male perché la sregolatezza passata fa sì che ognuna non si fidi delle altre.

Nello stesso tempo, arrivano al pettine i nodi in parecchi Paesi emergenti. Il lungo boom della Cina si infiacchisce: un regime autoritario che da anni chiede di faticare oggi in nome di un migliore domani, non sa dire ai suoi cittadini che il domani è arrivato, perché non ha fiducia in loro.

L’Italia, inoltre, soffre di una comprensibile sfiducia nella propria classe dirigente. La nostra economia aveva cominciato a perder colpi già prima della grande crisi; la crescita del tenore di vita si era arrestata, e non per colpa dell’euro. Anzi, il vantaggio dei primi anni dell’euro, ossia i bassi tassi di interesse, era stato usato per nascondere i guai.

Se non vuole restare schiacciato dal debito, il nostro Paese deve ritornare più efficiente. O ci riesce rivedendo a fondo la spesa pubblica, e rinnovando lo Stato, o sarà costretto ad abbassare ancora il proprio tenore di vita, a cominciare dai salari (come ci consigliano i tedeschi, scettici sulle nostre capacità di autoriforma). E sì, purtroppo, in una prima fase anche i tagli aggravano la recessione, al contrario di quanto predicavano alcuni economisti in voga.

Non è facile intervenire nel modo giusto sulla spesa. Attorno agli sprechi peggiori si annidano i gruppi di potere più tenaci; e può accadere che si finisca a tagliare prestazioni sanitarie agli anziani nell’incapacità di eliminare le mazzette sulle forniture agli ospedali; che riducendo i fondi un po’ per tutti si puniscano le Regioni meglio governate. Però protestare a priori contro ogni intervento sulla spesa è proprio ciò che aiuta di più i corrotti e gli scialacquatori.
In Italia come altrove, la fiducia può ritornare solo con regole chiare, spiegando bene che cosa si fa e perché. Gli ostacoli all’efficienza non vengono solo dalla classe politica.

Burocrazia, lobbies, forze sociali, pezzi anche ampi di società, profittano dello stato presente delle cose. E quanti di noi si aggrappano a piccoli privilegi perché disperano in ogni possibile soluzione di più ampio respiro?

Un progetto tecnico calato dall’alto fallisce perché la gente non ne comprende la necessità. Eppure, far piazza pulita a colpi di demagogia non risolve nulla, perché unirsi in nome del «non ne posso più» dura poco e distrugge le scarse solidarietà che restano. Occorre spiegare con pazienza, confrontarsi sui dettagli: mostrare che esiste un progetto, che nuove regole varranno per tutti. Altrimenti, perché gli altri Paesi dell’euro dovrebbero avere fiducia in noi?

(“La Stampa”, 7 luglio 2012)

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