21 aprile 2014, Globalizzazione ed Europa - Politica e società

La federazione europea c’è, ora ci vuole democrazia

di Raniero La Valle

Bandiera dell´Unione (EU Flag)

Potrebbe essere uno sterile esercizio cercare di fare previsioni su quello che sarà l’esito delle prossime elezioni europee, perché le elezioni non sono un fattore determinante del futuro europeo. Lo sarebbero se le istituzioni europee fossero istituzioni democratiche, perché allora il voto degli elettori deciderebbe del governo e della politica, come avviene nelle democrazie e come avviene ancora da noi. Ma le istituzioni europee non sono democratiche, non c’è una Costituzione europea, ci sono solo dei trattati internazionali fatti dai governi su misura dei mercati, e con il voto di maggio non si potrà nemmeno decidere se a fare il presidente della Commissione dovrà essere il tedesco socialdemocratico Schulz o il greco di sinistra Tsipras, perché pur tenendo conto dei risultati elettorali e delle preferenze del Parlamento di Bruxelles, a decidere su chi comanda in Europa resteranno i governi, e naturalmente i più forti tra loro.

Certo, sarà interessante vedere che seguito potrà avere la nuova lista di sinistra “L’Altra Europa” capeggiata da Tsipras, nel momento in cui quella che fu la sinistra italiana è dispersa tra l’elettorato grillino, ciò che resta del PD catturato nell’avventura personalista di Renzi, l’ex sinistra democristiana rottamata nel centrosinistra e le varie anime della cosiddetta sinistra alternativa. I sondaggi accreditano la lista di Tsipras di 5 o 6 deputati eletti, ma questa lista è viziata da un peccato d’origine, che è la presunta contrapposizione tra una società civile, che sarebbe pura, e la società politica dei partiti che sarebbe contaminata e esecranda. Infatti la lista è stata promossa da intellettuali, con al centro il nome di Barbara Spinelli; ma essi hanno decretato che i partiti e i loro dirigenti non ci dovevano entrare, e quando questo criterio di purità rituale è stato violato, sono cominciati i litigi e Paolo Flores D’Arcais e Andrea Camilleri, che erano tra i padri nobili dell’iniziativa, si sono defilati e hanno tolto la loro garanzia al prodotto.

Ma ciò riguarda più l’Italia che l’Europa: perché appunto l’Europa non avendo un ordinamento democratico è sul piano istituzionale indifferente alle elezioni. Vero è che un successo delle forze populiste e antieuropee, che non è affatto da escludere, potrebbe innescare dinamiche distruttive della stessa Unione Europea. Ma ciò non farebbe che confermare che il vero problema non è la composizione del Parlamento europeo, ma è il fatto che si tratta di un Parlamento figurativo nel quadro di un sistema non democratico. C’è infatti alla base un equivoco di fondo. Si dice che l’Europa dovrebbe andare verso l’unità politica. Ma di fatto l’Europa è già una Federazione, nel senso che decide al posto degli Stati. Caratteristica di una Federazione è che le norme e i regolamenti stabiliti dall’autorità centrale entrano direttamente in vigore negli Stati federati senza bisogno di passare attraverso una ratifica dei rispettivi Parlamenti, e questo già avviene; e altra caratteristica è che c’è una distinzione tra due sfere di competenza, una di materie su cui decidono ancora gli Stati, l’altra di materie su cui decide l’autorità federale, come accade già oggi per l’intera materia economica, commerciale e finanziaria. Il problema è che questa Federazione, che dunque già esiste, non è democratica, non conosce né limiti né garanzie contro il potere, e non gode di alcuna legittimazione, né ispirazione e, tanto meno, di alcun controllo popolare.

Qualcuno potrebbe dire che non è questo che conta, perché è una questione che riguarda solo la forma delle istituzioni europee. Ma la democrazia non attiene alla forma, bensì alla sostanza della vita di una comunità politica. E infatti il disastro in cui è caduta l’Europa in massima parte dipende proprio da questa mancanza di democrazia. È questa la ragione per la quale le elezioni per il Parlamento europeo avvengono nel segno di un rovesciamento. Il sogno dell’Europa unita si sta trasformando in un incubo. In Grecia le famiglie devono scegliere se comprare la luce, il cibo o le medicine. In Italia imprenditori si suicidano perché nessuno paga i loro crediti. In Francia e in altri Paesi fondatori della Comunità europea il principale emigrante è diventato il lavoro, che va dove è più abbondante ed è meno pagato e non ha alcun diritto. L’ideale politico dell’Europa unita, che avrebbe dovuto realizzarsi col superamento degli Stati nazionali e l’instaurazione della pace, è naufragato in un arretramento della politica che ha ceduto all’economia, alla finanza e al denaro, nel frattempo diventato euro, il governo della società e la sovranità che dai popoli europei avrebbe dovuto passare al popolo dell’Europa.

In questo contesto le politiche antisociali di rigore imposte dagli organi comunitari in ossequio ai mercati finanziari stanno producendo, in gran parte dell’Unione, una recessione che pesa interamente sui ceti più deboli, provocando un aumento della povertà e della disoccupazione e una riduzione delle prestazioni dello Stato sociale. Ne risulta minato il processo di integrazione, ben prima che sul piano politico e istituzionale, nella coscienza e nel senso comune di gran parte delle popolazioni europee. Sta così accadendo che il mercato comune e la moneta unica, che i padri costituenti dell’Europa concepirono e progettarono come fattori di unificazione, sono oggi diventati altrettanti fattori di conflitto e di divisione, mentre l’Europa, fino a pochi anni fa percepita in tutto il mondo come un modello di civiltà, è in preda, di nuovo, agli egoismi nazionalistici, alle pretese egemoniche, ai populismi, ai reciproci rancori che hanno sostituito l’originario spirito unitario e impediscono ogni contributo europeo alla crescita di un vero umanesimo mondiale.

Perciò la vera questione, ormai indilazionabile, è la riforma delle istituzioni europee. Queste sono le riforme necessarie, altro che quelle italiane. Ciò che urge è di introdurre la democrazia in Europa. Per questo il movimento chiamato “Economia Democratica”, i Comitati Dossetti per la Costituzione e “Sbilanciamoci” hanno lanciato un appello per l’attribuzione di funzioni costituenti al Parlamento che si sta per eleggere, quale Assemblea Costituente Europea.

Il compito di tale Parlamento costituente dovrebbe essere quello di dotare l’Unione di una Costituzione che, nel quadro delle garanzie nonché dei limiti e vincoli ai poteri, ben noti alla tradizione costituzionale europea, stabilisca l’eguaglianza nei diritti e nei doveri di tutti i cittadini europei, così realizzandone una vera unità politica. Si tratta da un lato di riprendere e finalmente portare a buon esito l’antica lotta per l’eguaglianza, irrinunciabile obiettivo non solo di ogni sinistra ma di ogni umanesimo, dall’altro di intraprendere la nuova lotta per l’inclusione politica economica e sociale di grandi masse di popolazione oggi emarginate, scartate, tenute fuori dal lavoro, dal godimento dei beni comuni, dai confini ideali o fisici dell’Europa e dalla stessa vita.

Questa è la vera, nuova, grande opportunità che si apre. Non è vero che dopo la crisi dell’euro e dopo il governo Renzi non resta che il diluvio. Dopo la transizione oggi in atto in Europa e in Italia, resta da rilanciare la Costituzione, resta da passare alla democrazia, con l’istituzione di un vero governo federale vincolato al Parlamento da un rapporto di fiducia, con una banca centrale dotata dei poteri di tutte le banche centrali, una fiscalità comune e un governo comune dell’economia obbligato a rispondere alla rappresentanza democratica dei cittadini europei.

Per avviare una riforma di questo tipo a noi sembra che i tempi, nonostante le apparenze, siano favorevoli, e ciò per due circostanze concomitanti. La prima è la gravità stessa della crisi che persuade milioni di persone della necessità di un cambiamento radicale ai fini della stessa salvaguardia del mondo. La seconda è la comparsa inaspettata sulla scena di una critica drastica al capitalismo finanziario oggi dominante in Europa e nel mondo, una critica che non ha nulla a che fare con la vecchia analisi marxista: è la critica rivolta dal papa Francesco al dominio incontrollato del denaro che, come ha detto più volte, è fatto “non per governare ma per servire”, è la sua  denuncia delle ideologie che si pongono a sostegno dell’assoluta autonomia dei mercati, della speculazione finanziaria e della società dell’esclusione e dello “scarto”, è il suo rifiuto delle teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesca a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo, è il suo invito a una rifondazione di sistema, finanziaria ed etica “che produca a sua volta una riforma economica salutare per tutti”.

Questo compito tocca naturalmente alla politica. Tenendo conto però dell’autorità della fonte da cui proviene questa istanza di cambiamento e dell’immensa platea di quanti se ne possono sentire chiamati in causa e coinvolti, si può dire che l’azione politica per un rinnovamento profondo dell’Europa e dell’ordine economico mondiale può trovare oggi, in aggiunta a quanti già in tutto il mondo hanno lottato e lottano per questi obiettivi, una ulteriore base di massa. Le elezioni europee possono essere la prima grande occasione per mettere questa possibilità alla prova.

(“Rocca”, n.6/2014)

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