3 agosto 2010, Politica e società

La destra e la legalità

di Franco Cordero

E se il governo cade? L’ipotesi alimenta istruttivi Kriegsspiele, finte battaglie da tavolo. Sua Maestà rassicurava i devoti: sono favola giacobina i malaffari ministeriali, «vergognosa montatura», quindi svaniranno; quattro innocui lestofanti non inquinano la classe politica «del fare»; l’aveva detto, affosserà le intercettazioni perché l’Italia lo chiede (una tra le varie Italie, malvivente). Ai conversanti d’ argomenti delicati mancano canali sicuri, lacuna gravissima e Silvius Caesar provvede. Se dei ficcanaso in toga vogliono indagare, imitino Auguste Dupin (Poe, The Murders in the Rue Morgue) o Sherlock Holmes, maghi d’arte induttiva: era troppo comodo spiare discorsi riservati; siamo o no una democrazia moderna, fondata sulla privacy? «Hic manebimus optime», vantava il Governatore tomista della Banca d’Italia, seduto in aria, mentre gli ascolti svelavano scalate bancarie trasversali. Ma i reperti dicono «regime malato». I maledetti nastri parlano; chiunque abbia la testa sul collo ormai sa perché nel fondo della crisi economica occupasse le Camere con una revisione vandalica delle norme sulle intercettazioni: quel gangsteristico ddl doveva nascondere il brulichio sotterraneo. Gesta e figure evocano in chiave dialettale gl’inferni dipinti da Hieronymus Bosch. Contro i persecutori in toga almanacca una commissione parlamentare sull’uso politico della giustizia, che inquisisca gl’inquirenti. L’ altro male organico era che il Pdl non fosse più monolite, essendovi emersa una seconda anima, ancora esile ma cova idee pericolose: che la legalità vada presa sul serio, un partito serio sia luogo d’opinioni e non schieramento d’asini chiamati a dire sì, i colletti bianchi malfattori vi figurino male, e simili eresie; l’atteso taglio chirurgico sopravviene giovedì sera 29 luglio. Secchi anatemi separano il Cofondatore dall’Ecclesia. Oracoli dell’opinione moderata (M. Franco, Corriere della Sera, 30 luglio) lo strigliano: da quattro mesi sbagliava partita, spavaldo, rabbioso, ingenuo; forse non capiva cosa sarebbe successo (detto d’un uomo politico, è giudizio squalificante); ed esce indebolito dalla scomunica, sotto prevedibili attacchi parlamentari e macchine del fango (dobbiamo considerarlo materia spendibile in politica?). Qualche ipotesi prognostica. Dipendesse dal Dominus, scioglierebbe le Camere. Lo sappiamo insuperabile in fiera elettorale: monopolista delle televisioni nonché editore dominante, sfrutta l’analfabetismo che disseminava, tenendo i sudditi a bagno nella menzogna; spaccia fescennini, promette miracoli, diffonde paure, innesca odio proclamandosi apostolo d’amore. Il consuntivo dei suoi tre gabinetti fa rizzare i capelli ma nei mondi virtuali i fatti contano poco: disinnescato l’organo mentale collettivo, corre qualunque favola; il bianco diventa nero e l’inverso; spesso smentisce quel che ha appena detto, con raffiche d’ingiurie minatorie contro i falsi informatori. Nel tête-à- tête elettorale parte favorito: sarebbe la quarta vittoria e due volte l’aveva sfiorata; agl’Italiani piace. Domineddio li perdoni. Ma lo scioglimento delle Camere spetta al Capo dello Stato, quale ultimo rimedio. Casi simili destano impulsi d’autodifesa nella palude parlamentare: rincresce chiudere bottega quando mancano tre anni lautamente retribuiti; la fedeltà cede al tornaconto (etica e virtù intellettuali non erano criteri selettivi). Le crisi al buio incubano incognite. Quella d’un lungo governo d’affari gli mette freddo: sarebbe il bis del 1994-96; e stavolta non è detto che lo salvi qualche pasticheur. Sembra dunque poco verosimile la crisi intesa all’ordalia plebiscitaria. Probabile invece, anzi consideriamolo in atto, un secondo matrimonio con l’ ex democristiano, a lungo alleato, indi dissidente su questioni tattiche. Vuol tenere il timone nell’ intera legislatura, spiccando il volo al Quirinale, signore d’ una Repubblica slombata. Sebbene perda colpi, resta forte: mette mano dappertutto; a parte i famigli e chi spera d’ entrarvi, comanda una larga platea assuefatta, pronta a scommettere che 2+2 diano 5 o magari 7; né conta poco l’ avere avversari tiepidi. Il leader Pd porta una decorosa sconfitta sul viso e nella flemma verbale: viene dall’ ormai vuota Chiesa rossa, pupillo del Bicamerista; bonario, affabile, incline all’ ovvio, indulgente, riscuoteva lodi dal Gran Cappellano Pdl don Luigi Verzè, quando l’ Italia ufficiale versava lacrime sul re taumaturgo, ferito dal mattoide davanti al Duomo; finalmente percepisce i pericoli dell’ antipolitica berlusconiana ma sta ancora nel vago soppesando sic et non. Lettori con memorie flaubertiane rivedono Bouvard e Pécuchet, meno intellettuali. Il precedente italiano d’ottantotto anni fa è Luigi Facta, ultimo presidente del Consiglio ante marcia su Roma, soprannominato «Nutro fiducia»: lo ripeteva al pubblico; gli eversori (vedi Benito Mussolini o l’ attuale omologo) non trovano quasi mai chi li fermi; nel 1922 l’antagonista serio sarebbe Giolitti con trent’anni in meno; ormai vecchio, fraintende le novità dirompenti e nel fascismo vede una convulsione postbellica ancora guaribile. Nutre fiducia anche il dignitario in seconda, monsignore nipote (lo zio è cardinale Pdl, cerimoniere diplomatico): il toupet non gli manca, infatti aspirava alla leadership, e cooptato dalla nomenclatura, corre col numero 2; danno spettacolo i due officianti nei rispettivi campi. Parlatore assiduo dal sorriso fisso, modula memorabilia. Spigoliamone tre: è vicolo cieco l’antiberlusconismo; infilandovi lì, starete vent’ anni lontani dal potere; niente vieta un piccolo bill d’ immunità al pirata premier. Idee luminose. Così, strateghi Pd garantiscono vita comoda all’ Affarista supremo: «non è un regime», asseverava ex cathedra l’ inventore della Bicamerale; e ritenendosi politicanti sopraffini, sogghignano se qualche ossesso afferma che la partita da giocare sia una sola, «contra Berlusconem». Se ne rendeva conto l’ avversario interno. Senza questo paradosso saremmo al Miserere. Tali essendo i dati del Kriegsspiele, sarebbe interessante sviluppare le sequele ipotetiche; ecco la più virtuosa: una coalizione dei non rassegnati al dominio plutocratico batte il pirata, liquida il conflitto d’ interessi, istituisce limiti costituzionali in materia, aprendo la via alla fisiologica dialettica destra-sinistra. Costa poco sognare.

(Articolo tratto da “La Repubblica” dell’ 1 agosto 2010, p.24)

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