12 settembre 2014, Cultura - Globalizzazione ed Europa - Politica e società

La democrazia stremata dei post-moderni

di Graziella Priulla

Un Paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per i soldi, perché le risorse mancano, o i costi sono eccessivi. Un Paese che demolisce la sua istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere.
(Italo Calvino)

Il bilancio politico del 2013 non può essere che impietoso. Il panorama è liquido, si è addirittura liquefatto, coerente con la nuova forma che ha assunto il capitalismo – “disorganizzato”, asimmetrico, globale, neoliberista.
Forme fluide dagli esiti crudeli. Modelli privatistici che invadono i comportamenti pubblici. Governi indecisi a tutto che abdicano al ruolo di indirizzo e di regolazione della politica, rinunciano a redistribuire benessere se non nelle briciole, si limitano ad assecondare i cacciatori di rendite, tenendoli al riparo da un minimo di concorrenza e lontani da ogni accettabile idea di merito. E i popoli si ritrovano impoveriti e stremati, disillusi e incattiviti.
A causa di seri deficit nelle rispettive culture politiche, destra e sinistra paiono diventate parole obsolete, detestate, e con loro i partiti; l’epoca moderna pare finita e viene accantonata, liquidata con poche sprezzanti battute; il linguaggio politico è cambiato e con lui il pensiero. La democrazia rappresentativa è ormai affetta da un surplus di potere dei gruppi di interesse che hanno cooptato partiti, sindacati, associazioni, trasformandoli in strutture oligarchiche volte alla riproduzione del consenso, piegandoli a sequenze infinite di compromessi al ribasso. Appare particolarmente felice la definizione di “postdemocrazia” coniata da Colin Crouch.
Assistiamo ormai privi di anticorpi non solo alla trasformazione/involuzione della dimensione rappresentativa della democrazia, ma alla crisi della sua dimensione costituzionale, con la verticalizzazione e la personalizzazione della leadership, con l’invocazione del carisma a supplire alla volontà condivisa, della velocità a supplire l’approfondimento.
Oggi sono la democrazia diretta e l’euforia plebiscitaria, con le loro pretese di verginità, con le loro parole d’ordine dicotomiche, con le loro configurazioni spesso grottesche, a mobilitare passioni, fornire gratificazioni che la relazione politica disciplinata nel quadro della Costituzione non pare più in grado di offrire: ne sono attratti soprattutto i meno garantiti, che sono diventati legioni e che hanno risuscitato la sfiducia atavica del Bel Paese nelle istituzioni democratiche. Ne conseguono sostanziale disprezzo delle regole istituzionali e del ruolo del Parlamento, guide autocratiche, abiti dirigistici, patologie propagandistiche accanto al fantasma comunitario del populismo (se i contenitori politici e gli strumenti di mediazione vanno in crisi si crea fra governo e cittadini un vuoto pericoloso, e allora la tendenza è che sia la gente a illudersi di entrare direttamente in scena, occasionalmente nelle piazze, più stabilmente nella forma magmatica offerta dal web, dalla sua strana miscela di modernità tecnologica e di archeologia antropologica).
I partiti si sono rinchiusi in se stessi come in un bunker, interessano ormai solo ai telegiornali; la società civile, pur viva nei suoi saltuari sussulti, non riesce ad incidere sulle fasi politiche che attraversiamo.
La solidarietà, che nel secondo dopoguerra è stata propugnata come istanza politica per sostenere i diritti sociali dei cittadini dei moderni Stati di welfare, è diventata esclusivamente sinonimo di volontariato, ossia motivazione etica all’agire al di fuori dei partiti e della politica stessa.
Qualcosa si è spezzato. Smarrito il senso della convivenza, atomizzata la società; dissolti i corpi intermedi, travolti dalla crisi della politica, percepiti come meri ingranaggi del potere ma non sostituiti; non resta più nulla a elaborare i bisogni e i desideri, se non la pulsione indistinta di aggregati mobili e provvisori.
L’insoddisfazione verso le istituzioni democratiche è un dato universale in tutto il mondo occidentale, ma in Italia si aggiunge a un profondo degrado del sistema politico: della cultura, dello stile, delle pratiche. Il nostro Paese fa da estenuata maglia nera in un’Europa sempre meno amica.
E’ come se la degenerazione cui l’Occidente sembra condannato avesse dato i suoi frutti peggiori in un paese già eticamente fragile. Roberta De Monticelli la chiama “filosofia del disincanto”. Paolo Ceri definisce questo cinismo una “incapacità addestrata a stupirsi e a scandalizzarsi”. Maurizio Viroli scrive dell’abitudine degli italiani di scambiare la derisione dei princìpi per un realismo politico, che si trasforma presto in opportunismo. Anche Claudio Magris vede gli italiani come “realisti miserabili”. Ne parlava già Leopardi.
E’ la questione dell’“anomalia”? Troppo antichi per stupirsi, troppo vecchi per indignarsi; al massimo, un po’ di moderato disgusto.
Secondo Demos il 30% degli italiani ritiene che si possa rinunciare alla democrazia a favore di leader forti e decisionisti: non è un caso che a pensarlo siano le persone meno istruite e in condizioni economiche precarie, presso le quali le scorciatoie e gli slogan godono di maggior popolarità. La crisi ha colpito le classi popolari e subalterne, la parte bassa della distribuzione, non quella alta. Gli italiani più ricchi hanno un reddito dodici volte superiore a quello dei più poveri.Mentre le uniche azioni della Borsa di Milano che hanno chiuso in positivo il 2013 sono state quelle dei marchi del lusso, più di una famiglia su dieci vive in condizioni di povertà relativa e una su venti in condizioni di povertà assoluta.
Nemmeno per fasce d’età la recessione è stata ed è uguale per tutti. I giovani stanno pagando il prezzo più caro, stanno sostenendo e sosterranno il peso di decenni di errori nostri. La disoccupazione giovanile è arrivata quasi al 45%, emilioni di ragazzi sfiduciati ormai neppure cercano lavoro, ma si limitano in qualche modo a sopravvivere. Neet: un acronimo incomprensibile per una tragedia chiarissima.
La crisi economica diventa crisi di civiltà, trasformazione del modo d’essere dell’etica pubblica. Una massiccia erosione del capitale sociale. Spezzato il rapporto di fiducia. Al suo posto il disincanto, sentimento inutile, o la rabbia, l’animosità, il risentimento, sentimenti ripiegati su se stessi. Proliferano incertezze, insicurezze, frustrazione per i diritti perduti o per le certezze mai raggiunte. A esprimere i sentimenti negativi più accentuati sono i giovani tra i 25 e i 34 anni: coloro cui è mancata di più qualunque proposta di pedagogia civile. Il disprezzo per i politici si è allargato all’intero establishment: banchieri, tecnocrati, giornalisti, persino intellettuali e scienziati.
Rapporto Eurispes 2013 sul nostro Paese: i delusi passano dal 68,5% del 2011 al 73,2% del 2013, e raffrontati con il 2010 segnano un incremento superiore al 27%; prendendo invece come base il 2004, anno della prima rilevazione, si evince che il dato riferibile a quanti indicano una diminuzione della propria fiducia ha subìto un incremento di oltre il 35%.
A pesare non è lo spread, non è la stabilità, non è la famosa governabilità: è la credibilità della classe politica, della politica stessa. E’ il virus corrosivo della mancanza di speranza, della sfiducia generalizzata nel futuro.
La fiducia è un concetto denso e sfuggente, ma comunque è un termine che presuppone interattività e sfere condivise di significati. La dose di fiducia che circola in una collettività rappresenta in ultima istanza il fattore più decisivo ai fini del suo benessere e delle sue possibilità di crescita; è la chiave di volta della sua coesione sociale, della sua moralità pubblica, delle sue capacità di sviluppo, dell’efficacia della sua amministrazione, della qualità stessa della vita delle persone. L’analisi dei fenomeni che determinano la creazione o la distruzione di fiducia è centrale non solo nel lavoro dei politologi ma anche in quello degli economisti.
Credibilità, reputazione, competenza – o meglio, rappresentazioni positive di esse – sono requisiti e sono risorse, implicano uno scambio attivo tra l’individuo e il suo mondo sociale, l’interpretazione di simboli e situazioni e la reciproca interrelazione di prospettive tra i partecipanti nei processi di interazione. Riducono i costi, stimolano l’innovazione.
Polverizzate e messe in contrapposizione reciproca le condizioni reali, rese afasiche le strutture simboliche, come si ricostruiscono rapporti sociali capaci di alludere a un differente modello di società?
Io parto dal mio habitat. Come si ricostruisce un legame sociale fra me, che mi batto per non perdere ciò che resta dei diritti conquistati, e la nuova generazione di studentesse e di studenti che ho di fronte, per la quale parole come eguaglianza, diritti, perfino lavoro, sono quasi prive di significato perché la loro vita scorre in una dimensione di precarietà che diventa la sola possibilità dell’esistere? Abbiamo trasmesso loro un’eredità pesante da portare, quella del disincanto.
Si è spezzato l’esile filo che pure legava l’istruzione legale (quella che appare sulla Gazzetta Ufficiale) e l’istruzione reale che vive nelle aule. Quest’ultima sembra oggi senza diritto di parola, senza voce, senza orizzonti e soprattutto senza senso.
Ripenso all’insegnamento di Weber: una relazione sociale può essere definita “comunità” se e nella misura in cui la disposizione dell’agire poggia su una comune appartenenza, soggettivamente sentita (affettiva o tradizionale), degli individui che ad esso partecipano. E’ “comunità” la mia università, tutta autoreferenziale, tutta burocratizzata, un cantiere in perpetua ridefinizione ma sempre in ritardo, incapace di incidere sui destini dei suoi studenti e sulla cultura del Paese? La stessa autodefinizione è ambigua: cerchiamo di vivere al nostro interno istanze e pratiche riconducibili alla metafora della comunità, ma siamo governati dalla metafora dell’impresa. Una congerie di atti privi di organicità regge ormai le nostre sorti.
I dati non permettono neppure al miglior ottimista di negare lo stato di crisi in cui versa l’università italiana oggi: in dieci anni il numero degli iscritti si è ridotto di 58 mila unità.
La stessa cosa accade alla scuola, con ben altra ampiezza. E’ stata lasciata sola di fronte a problemi che non può risolvere da sola. I veri problemi della scuola sono i problemi della società e della politica: sono le conseguenze di un disorientamento generale. La precarietà del futuro e il ristagno del sistema Italia sono anche il risultato di una lunga e colpevole disattenzione alla qualità dell’istruzione. Se da molti anni si parla di un deficit culturale di massa, la novità recente è che oggi è possibile addirittura vantarsi della propria ignoranza, perché questo costantemente fa la nostra classe dirigente.
Le strutture formative furono credibili e rispettate finché furono sostenute da una fiducia diffusa, da un elevato consenso sociale, da valori condivisi dalle autorità politiche, da quelle scolastiche, dalle famiglie, dai docenti. Questa trama di relazioni si è indebolita, e non solo per i contraccolpi del ventennio ignorante, che pure si sentono ovunque.
In questo Paese bloccato, l’intero valore del sapere come motore di crescita e di successo è entrato in crisi, l’intero pacchetto-cultura non interessa a nessuno. I lettori continuano a calare, anno dopo anno (uno spread che non pare preoccupante): sei italiani su dieci non leggono mai. Una famiglia su dieci non possiede nemmeno un libro. La spesa bibliotecaria per abitante in Italia equivale a un terzo di quella media europea. Abbondano ovunque gli sportelli bancari e le gioiellerie, ma chiudono le librerie e i cinematografi; per non parlare dei teatri, dei musei, delle zone archeologiche …
C’è sempre meno voglia di andare a scuola, sono sempre di meno quelli che ci credono. L’Italia è in coda all’Europa per abbandono scolastico, con il 17,6% di adolescenti che non arriva al diploma di contro alla media UE del 12,6%. Siamo d’altronde agli ultimi posti per quanto riguarda il complesso della spesa pubblica destinata all’istruzione. I paesi OCSE vi investono mediamente il 5,7% del Pil, il nostro a malapena il 4,5%; riesce a fare di peggio solo la Repubblica slovacca.
Fino a quando l’immagine della scuola è stata collegata alla domanda sociale di modernizzazione essa ha fruito dell’alone dell’idea di progresso. Via via, il rinforzo sociale si è spento. Oggi anche noi siamo schiacciati dalle macerie del discredito delle istituzioni, anche noi ci siamo dovuti rassegnare a galleggiare nella mediocrità. Per ottenere comportamenti virtuosi non basta ripetere il mantra del merito, inflazionato nell’enfasi retorica; occorre disegnare meccanismi che additino obiettivi socialmente desiderabili.
Mai come in questo momento il tema dell’uguaglianza è diventato centrale, perché mai gli abissi di ineguaglianza sono stati così forti, mai hanno fatto parte in maniera così vistosa di un intero modello economico e sociale. Accade in tutto il mondo, ma da noi è più devastante: abbiamo il tasso di ereditarietà della ricchezza più alto d’Europa, la mobilità sociale più bassa. Un Paese rigidamente diviso in caste, immobile e marchiato dalle disparità, dove «la classe di origine influisce in misura rilevante e limita la possibilità di movimento all´interno dello spazio sociale»: è l´Italia fotografata dall´Istat.
La percezione di vivere in una società iniqua anche nella distribuzione delle posizioni lavorative impatta con forza sulla performance scolastica. L’esistenza di una competizione distorta per le posizioni lavorative ed economiche diminuisce l’incentivo alla skill acquisition sia degli studenti privilegiati, che ottengono le posizioni comunque, sia di quelli non privilegiati, che hanno scarse probabilità di farcela e comunque verranno remunerati meno della loro produttività. E le risorse familiari influenzano non solo la performance scolastica, ma anche il livello delle aspirazioni: è la scuola frequentata, assai più delle personali competenze, a modellare le aspirazioni dei ragazzi. I meno privilegiati sanno che per loro i “buoni” lavori sono progressivamente scomparsi, per far posto a impieghi che richiedono scarse competenze e che sono mal remunerati dal punto di vista materiale e dal punto di vista psicologico.
Gli effetti retroagiscono infatti sulle cause che li hanno prodotti, rafforzandole. Per dirla con Marco Rossi-Doria, «è peggio oggi che ai tempi di don Milani». La scuola italiana è tra quelle meno capaci di favorire emancipazione.
C’è di più: il problema non è solo funzionale, ma epistemologico. E’ saltato e non è stato sostituito il patto che fonda la trasmissione simbolica dei valori e delle regole da una generazione all’altra. Il confine dell’età giovane è difficilmente definibile rispetto a un tempo, ma il fatto grave è che gli adulti sembrano aver perso la capacità di essere punto di riferimento per le generazioni che seguono.
Quello che ci si aspetta dalla scuola è che dia ai giovani le conoscenze, le abilità e anche i valori appropriati alla società in cui vivranno.E’ il luogo dove la realtà esterna e sociale dovrebbe cominciare a diventare comprensibile a chi si appresta a diventare adulto. E’ la scuola che fornisce i primi e grandi schemi interpretativi. Oggi essa per prima sa, più o meno coscientemente, che non è più in grado di fornire schemi interpretativi non solo perché ogni schema diventa presto obsoleto e inutile, ma perché il quadro che riesce a fornire ai ragazzi forse non è appropriato neppure per la realtà presente. L’universalizzazione dell’istruzione, messa a confronto con una pluralità crescente di condizioni e di esigenze, non ha saputo imprimere un mutamento decisivo all’antico modello culturale. I risultati che riusciva un tempo a garantire con sicurezza sono diventati aleatori e inversamente proporzionali alle risorse e alle aspettative investite.
Nel complesso l’attuale ricerca del senso da parte delle nuove generazioni è idiosincrasica rispetto a gran parte degli stili, dei codici e delle abitudini tramandati. E’ probabilmente la prima volta nella storia umana che cambiamenti così radicali avvengono nell’arco di così pochi anni. Non si tratta del solito cambiamento di mode, di idoli, di gerghi, di stili: c’è qualcosa di ben più profondo. Si praticano modalità dell’esperire, strutture cognitive, abitudini sociali che sono situate in luoghi lontani dall’ordine concettuale di buona parte della tradizione pedagogica, e dunque costringono a metterla apertamente e radicalmente in discussione. Ben pochi tra noi ne sono capaci, pochi ne avvertono la necessità.
D’altronde si sconta un’ulteriore impasse: è ovvio che tutte le agenzie di mediazione sociale siano deputate ai tempi lunghi, ai risultati differiti, e le agenzie formative più delle altre. Il nostro è invece un tempo che sa solo correre, insofferente per tutto ciò che è lento, che non dà gratificazioni istantanee. Nella cultura che va per la maggiore tutto è prigioniero della filosofia dell’immediato; attendere equivale a provare irritazione, frustrazione e noia; si cerca soddisfazione immediata in ogni click; si coltivano reazioni rapide, giudizi sommari. Andiamo così veloci che non riusciamo a fare esperienza delle cose, figuriamoci trasmetterla alla generazione successiva.
Di quale genere di apprendimento hanno bisogno le nuove generazioni, che a quanto pare devono prepararsi a vivere una vita intera all’insegna della rincorsa, del mutamento e dell’incertezza? E’ nota la tesi di Bauman secondo il quale il senso opprimente di crisi, la sensazione diffusa di trovarsi a un crocevia, avrebbero poco a che vedere con errori e negligenze degli educatori e molto con i tratti culturali che caratterizzano la condizione postmoderna.
Sono gli insegnanti stessi a denunciare questo stato di cose, loro che sono stati massacrati da riforme abborracciate, lasciati soli a sopperire a tutto ciò che manca, loro che vivono una crescente difficoltà a misurarsi con il disinvestimento scolastico e che soffrono ogni giorno sulla propria pelle il fatto che i ragazzi si disinteressano del curriculum proposto. Le difficoltà sono aumentate, benché la demoralizzazione, la scarsa autorevolezza sociale, la carriera bloccata e la misera retribuzione non inducano al rimpianto o alla fuga verso un altro lavoro: la stragrande maggioranza, convinta che la microsocietà delle aule sia meno scalcinata di come i mass media la dipingono, dichiara che se potesse tornare indietro sceglierebbe di nuovo la stessa professione. Amareggiati, stremati, ma non rassegnati. Quasi un miracolo.
Tra le istituzioni infatti, quelle formative se la cavano meglio delle altre. È scesa la fiducia degli italiani nella scuola: secondo l’Istat era al 63% alla fine del 2003, mentre oggi si attesta al 54% (partiti e Parlamento rispettivamente 5,1% e 7,1%). Comunque, più di una persona su due la considera un’istituzione su cui fare affidamento, e agli insegnanti va la fiducia del 60% degli italiani.
Meno ottimisti sono gli studenti: secondo il rapporto su Gli italiani e lo Stato (curato da Ilvo Diamanti) solo il 48,7% dei giovani intervistati dichiara di aver fiducia nella scuola, solo il 28,2% ne è soddisfatto. Quattro su dieci non ritengono che gli insegnanti siano all’altezza del compito loro affidato: forse non hanno torto, almeno a guardare alla noncuranza con cui il nostro ministero tratta un settore delicato come quello dell’aggiornamento della professione.
E’ l’insegnante il vero artefice della scuola, non il programma, non i libri, e tantomeno quelle Lim o quei tablet cui molti affidano escatologiche speranze. La disponibilità di insegnanti capaci – in termini di preparazione, di motivazione e di capacità didattiche e relazionali – è il motore propulsivo dell’intero sistema.
D’altra parte una politica che riduca la questione dell’istruzione al tipo di reclutamento è non solo illusoria, ma scorretta: addossare agli insegnanti il peso dei risultati scolastici significa non vedere che la crisi è crisi di senso. Le loro professionalità, funzioni, condizioni di lavoro, l’intera fisionomia del loro mondo evolveranno in un modo o in un altro a seconda degli scenari che si apriranno. Scenari politici, ovviamente.
I fenomeni sono in atto, lo si desideri o no. E’ importante cercare di capire quali conseguenze ne derivino, e come si possano padroneggiare. E’ importante decidere se vogliamo affidare al solo mercato il compito di indirizzarli e di governarli. E’ importante riprendere a declinare la parola futuro ma non sappiamo da che parte cominciare. Forse non lo sa nemmeno la ministra dell’istruzione, visto che delega a un sondaggio via web il compito di delineare la scuola del futuro (ossia il Paese dei prossimi decenni).
Eppure la storia dovrebbe aver insegnato che dalla crisi della politica si esce solo con la politica.

(“Nuvole”, n.50/2014)

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