21 dicembre 2015, Cultura - Politica e società

La democrazia cambia o precipita?

di Raniero La Valle

E’ risaputo, e non contestato da nessuno, che la Costituzione Italiana è il risultato eccellente dell’incontro di tre culture, messe a confronto e proiettate ad un progetto comune dal reagente della guerra, dell’antifascismo e della resistenza; ognuna di queste tre culture, la comunista, la liberale, la cattolica ha dato un’impronta di valore inestimabile alla Costituzione e quindi alla Repubblica: basti ricordare, per la cultura comunista, quel principio di realtà, quella cura delle persone concrete, che portò la più giovane deputata partigiana, Teresa Mattei, a fare inserire quel “di fatto” nell’art. 3 della Carta, che richiamava agli ostacoli non solo di principio, ma di fatto, economici e sociali, che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e che toccava alla Repubblica rimuovere. . E per i liberali basti evocare l’impronta di Calamandrei, e per i socialisti di Lelio Basso.
Ma qui vorrei ricordare la portata e il valore dell’innesto nella Costituzione del ’47 della cultura cattolica, senza per questo sminuire le altre. Di certo si è trattato del contributo più alto che i cittadini di tradizione cattolica hanno dato alla società civile nel Novecento: più alto dell’invenzione del partito aconfessionale di massa di Sturzo, più alto dell’intransigentismo che ha portato il popolo cattolico a lottare contro l’inequità sociale dei clerico-moderati e del feudalesimo liberale, perfino più alto della partecipazione cattolica alla resistenza antifascista.

Il miracolo del cattolicesimo laico

La Costituzione è stata infatti il miracolo del cattolicesimo laico del Novecento, il primo segno dei tempi che ha fatto irruzione nella storia italiana dopo le tenebre della Questione Romana e la tragedia della seconda guerra mondiale. La cultura cattolica che ha innervato la Costituzione ha anticipato di vent’anni le tre grandi riconciliazioni della Chiesa con l’età moderna che sono state proclamate dal Concilio: la riconciliazione con la scienza moderna, che in Costituzione figura all’articolo 33 con la solenne affermazione della libertà di ricerca e insegnamento e all’articolo 34 con l’istruzione e il diritto allo studio per tutti, senza cui non esiste la “buona scuola”; la riconciliazione con lo Stato laico moderno, che in Costituzione è la Repubblica democratica dei diritti, la scuola pubblica, e quella privata “senza oneri per lo Stato”, e la riconciliazione con la libertà di coscienza e il pluralismo religioso, che è in Costituzione all’articolo 19 con la libertà religiosa e all’articolo 8 con l’eguale libertà e le intese assicurate a tutte le confessioni, diverse dalla cattolica.
Ma dove la ricchezza del patrimonio di fede, pur non nominato, è traboccata in una costruzione imperitura, è stato nell’articolo 1, dove la sovranità, una volta rivendicata ai principi e ai papi, è attribuita al popolo (che poi il Concilio Vaticano II chiamerà “popolo di Dio”) e dove il fondamento della Repubblica viene posto nel lavoro, con largo anticipo su papa Francesco che nel lavoro stabilirà non solo il mezzo per il sostentamento e per l’esercizio della responsabilità verso la famiglia, ma la dignità stessa della persona umana.
Sovranità popolare e lavoro come fondamento, dovevano poi dall’articolo 1 dilagare e invadere tutta la Costituzione, la cui seconda parte non è altro che l’attuazione nell’ordinamento di questi due supremi valori cristiani.
Quanto al primo, perché non restasse solo una vuota formula di principio la Costituzione traduceva la sovranità nella rappresentanza, che è l’unica attuazione possibile della sovranità popolare in tutti i casi, come nelle grandi e popolose democrazie, in cui non si può esercitare una democrazia diretta. La rappresentanza vuol dire assemblee in cui non siedano solo uno o due partiti ma si riversino tutte le diversità del corpo sociale, e si convenne che le Camere fossero due con diversa base elettorale, perché le leggi fossero più ponderate e non si finisse in una dittatura d’assemblea; ed era ovvio per la Costituente, tanto da non metterlo su carta, che il sistema elettorale fosse proporzionale, tanto ovvio come il fatto che il sole illumina il giorno e la luna la notte, che infatti non si mette in Costituzione.
Quanto al secondo – il lavoro – la Costituzione prevedeva un sistema di governo, uno statuto della proprietà e un rapporto tra economia e politica che consentisse una politica di piena occupazione, non essendo nemmeno concepibile che si stabilisse un “tasso di disoccupazione necessaria per non fare aumentare i salari” (NAWRU), quale oggi si sta programmando in Europa, e stabiliva i diritti del lavoro “in tutte le sue forme ed applicazioni”, in perfetta parità per gli uomini e per le donne.
Nonostante queste altezze la Costituzione tuttavia non era affatto perfetta e all’avvento della globalizzazione avrebbe dovuto essere modificata ma in avanti, non all’indietro; per esempio si sarebbe dovuto introdurre il diritto dell’ambiente, il diritto all’esistenza della stessa natura umana, come l’ha chiamato il papa all’ONU, si sarebbero dovuti mettere in Costituzione dei vincoli di bilancio a favore delle spese sociali o scolastiche, come in molte Costituzioni dell’America Latina, che ci hanno superato in garantismo, si sarebbe dovuto articolare “il diritto e il dovere della pace”, come lo definisce la Costituzione della Colombia, si sarebbero dovuti potenziare gli strumenti della democrazia diretta, man mano che il potere si allontanava da Roma per attestarsi a Bruxelles o a Wall Street, si sarebbe dovuto compensare con più incisive forme di partecipazione politica e di corresponsabilità di governo la perdita della sovranità monetaria; e ora dinanzi alla nuova minaccia dell’ISIS si sarebbe dovuto rilanciare il costituzionalismo internazionale e attivare le forze armate di pace dell’ONU in armonia con il ripudio della guerra sancito dall’articolo 11 della Carta.

Uno scrigno di valori che non ha trovato custodi

Purtroppo questo scrigno di valori cristiani ed umani che era la Costituzione italiana non ha trovato custodi. Pazienza per gli eredi della cultura comunista che per la loro formazione storicista sono meno propensi ad attestarsi su valori definitivi nella storia. E’ stato questo il caso di Napolitano, della sua assillante richiesta di riforme, immemori del suo stesso retaggio. Ma anche l’altra tradizione ha mostrato di non avere idea della cultura da cui veniva, della sintesi che essa comportava tra nuovo ed antico, tra l’idealismo della prospettiva e il realismo di limiti e garanzie ben piantati nel presente. Non ha visto ad esempio nelle precauzioni costituzionali contro gli abusi del potere la cicatrice lasciata da passate oppressioni ma anche la saggezza cristiana che conosce il peccato e perciò non può lasciare a un uomo solo al comando senza controllo e senza vincolo di fiducia il destino di un intero popolo e perfino della pace.
Il personale politico che usando il Partito democratico si è investito del potere in Italia ha preso la Costituzione come un intralcio, come un telefono a gettoni che non può più funzionare nell’età dei telefonini, e come una mera carta da giocare insieme alla legge elettorale, al tavolo del potere.
Al termine del processo ci sarà un governo sostenuto non più dalla fiducia parlamentare, ma dalla disciplina di un solo partito, in una sola Camera; e la democrazia sarà svuotata della rappresentanza come ha già detto la Corte Costituzionale bocciando la legge elettorale precedente (Porcellum) del tutto simile all’attuale (Italicum) e anzi meno distorsiva di questa. Queste norme elettorali producono infatti, ha denunciato la Corte, “un’eccessiva divaricazione” (cioè un contrasto) “tra la composizione dell’organo della rappresentanza politica” (cioè la Camera che rimarrà sola dopo la neutralizzazione del Senato) “che è al centro del sistema di democrazia rappresentativa e della forma di governo parlamentare prefigurati dalla Costituzione”, e la volontà dei cittadini “espressa attraverso il voto”.. Cioè i cittadini vanno da una parte, il governo e la sua Camera vanno dall’altra.
Dunque la Carta del ’47, la Costituzione della sovranità popolare, della democrazia rappresentativa e della dignità del lavoro non ci sarà più. Il governo dello “zero virgola” (secondo il PIL), che doveva cambiare l’Italia, ne cambia invece il regime. Ma in tal modo la democrazia cambia, o precipita?
Forse un attimo prima che si schianti al suolo distrutta, bisognerebbe tirare la funicella del paracadute, interrompendo questo ciclo di governo o, al più tardi, col referendum oppositivo, questo ciclo di “riforme”.

(“Rocca”, novembre 2015)

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