23 settembre 2010, Politica e società

La crisi di un partito senza identità

di Giorgio Ruffolo

C’è chi dice che il Partito democratico non c’è più. C’è chi dice che non c’è mai stato. Sulla sua esistenza  grava un peccato originale. Pur di non riconoscersi in un’identità socialista questo nuovo partito ha scelto un non-luogo politico esponendosi al rischio, puntualmente verificatosi, di costituirsi come congerie di gruppi e progetti disparati. Parlai allora, esprimendo le mie riserve, di “salade nicoise”. Il fatto è che le identità politiche non si inventano con brillanti improvvisazioni. Sono storia e memoria, non slogan che degradano la politica in pubblicità.

Questa sua condizione di nomade politico si è subito rivelata nella difficoltà di trovare una collocazione politica precisa in Europa e nella pretesa che fossero i partiti socialisti europei a rinunciare alla loro identità in nome di non si sa che cosa.

Ma c’è di più. Il nobile e ambizioso  proposito di realizzare  la confluenza  in una nuova forza politica di due grandi correnti sociali, una sinistra laica e una sinistra cattolica, avrebbe richiesto la elaborazione di un progetto di società come fondamento ideologico del nuovo partito. Il termine ideologia è stato screditato da Marx come “falsa coscienza”. E invece, come Bobbio ricorda, deve essere inteso nel suo significato originario, di interpretazione della storia e di ispirazione ideale ed etica della politica.

Ora, non si ha neppure la minima traccia nella breve e tormentata vita del Partito democratico, di un investimento culturale e politico inteso a costruire una ideologia moderna, una proposta di società, un progetto di riforme economiche, istituzionali e sociali capace di concretarla. Niente di tutto questo. Al suo posto c’è una azione incapace di allargare il nostro spazio politico angusto proponendo  temi; un’azione intenta soltanto a contrastare o a emendare le iniziative della parte avversa, restringendo la propria strategia politica alla scelta contingente delle alleanze. Non si discute su che cosa ci si deve impegnare, ma con chi bisogna stare.

Ora m i chiedo: c’è da stupirsi se la gente non si appassiona alle vicende del Partito democratico? Se perde consensi e simpatie? C’è chi dice (come Galli della Loggia) che una delle principali ragioni della crisi del partito democratico sta nella sua incapacità di obbedienza ai capi. E che l’antiberlusconismo farebbe parte di questa sindrome. No, non è così.

I grandi capi socialisti, come Brandt, come Palme, suscitavano deferenza e obbedienza vastissime  in virtù delle idee e dei valori che rappresentavano, non di atteggiamenti duceschi o giullareschi, che dovrebbero suggerire non una benevola condiscendenza, come accade in ambienti “liberali”; ma una vera e incontrovertibile condanna.

Ciò che alla sinistra manca non è l’obbedienza, ma la “credenza”: la convinta fiducia nei propri valori, spesso sacrificati all’opportunismo delle convenienze immediate e alle ragioni del potere; e soprattutto la capacità di tradurre quei valori in un concreto progetto di società; e non certo affidarli a demagoghi rumorosi o a seduttori populisti.

(articolo tratto da “La Repubblica” del 22 settembre 2010, pag.49)

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