2 maggio 2015, Cultura - Politica e società

La Consulta e il problema del bilancio nazionale

di Paolo Pombeni

La recente sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato incostituzionale la riforma Fornero che bloccava la perequazione delle pensioni anche di basso importo agli andamenti dell’inflazione merita una riflessione che vada oltre i tecnicismi giuridici e finanziari su cui noi, lo dichiariamo tranquillamente, non siamo competenti.

Le sentenze della Consulta hanno spesso, specie quando si occupano di certe tematiche, un valore che va oltre il mero dato giuridico relativo alla questione che ne è l’oggetto specifico: sono, in senso alto, prese di posizione di “indirizzo politico”.

Nel caso specifico ci pare esistere una prima trappola interpretativa da evitare, cioè l’impressione che siamo davanti ad una sentenza che si pronuncia a favore della teoria della intangibilità dei presunti “diritti acquisiti”. Come si sa, questa è una interpretazione profondamente conservatrice, attraverso cui tutto il nostro sistema corporativo (che è molto ramificato) difende privilegi spesso insostenibili delle generazioni mature a scapito delle generazioni più giovani e di quelle che verranno. A leggere quel che della sentenza è riportato non ci pare proprio che questa sia stata l’ottica della Corte.

Piuttosto abbiamo visto, se non ci sbagliamo, l’affermazione di un principio molto interessante: il bilancio dello stato non è una entità manipolabile a piacimento dal potere politico giusto per far in qualche modo “quadrare i conti”.

Da non tecnici abbiamo spesso avuto l’impressione che il bilancio dello stato fosse stato gestito varie volte negli ultimi decenni con quella che ci permetteremmo di chiamare “la logica del Passatore” (che secondo il Pascoli era “cortese”, ma che storicamente non risulta esserlo stato). Insomma, quando mancavano soldi per far quadrare i conti ci si appostava lungo un metaforico sentiero e si alleggerivano le borse di chi passava per esso, senza darsi troppa pena di verificare se questo “alleggerimento” fosse o meno rispondente alla razionalità delle finalità pubbliche che competono ad uno stato.

Abbiamo visto all’opera questa mentalità in una pluralità di campi, dall’istruzione, alla ricerca, alla sanità (tanto per citare) quando la logica solita dei “tagli lineari” colpiva a casaccio mettendo in difficoltà servizi pubblici essenziali assieme a centrali di spreco (che convivono tranquillamente nello stesso comparto, ma che non si ha né il coraggio né la capacità di catalogare e colpire come andrebbe fatto).

La Corte con la sentenza a cui facciamo riferimento ha, sia pure in un caso specifico, statuito che il diritto del governo di “far quadrare i conti” (che pure è diventato materia di rilievo costituzionale) non è tanto ampio da consentire di ledere altri fini costituzionali che competono allo stato. Perché di questo ci pare si tratti, piuttosto che di “diritti acquisiti”. Il principio per cui il trattamento pensionistico è indirizzato a consentire al cittadino il godimento di una vecchiaia serena in cui non sia di peso ad altri per la sua dignitosa sopravvivenza è un principio di rilievo costituzionale. Il fatto che in un contesto economico come quello in cui viviamo ci sia un problema di adeguamento costante di questo beneficio all’andamento del costo della vita va riconosciuto ed il meccanismo attraverso il quale si risponde a questa esigenza ha anch’esso un suo rilievo costituzionale, perché se venisse leso si vanificherebbe quella stessa tutela riconosciuta come fondamentale.

Ora in senso morale questa sentenza pone un problema non indifferente di finanza pubblica e ancor più di linea politica. Infatti si afferma che l’indirizzo nella gestione del bilancio dello stato non deve essere quello puramente contabile di far rientrare la spesa entro parametri sostenibili, ma quello di raggiungere questo necessario e legittimo obiettivo senza ledere i principi che reggono il nostro edificio costituzionale, cioè la garanzia del quadro di sviluppo armonioso della nostra convivenza civile.

Per la politica sarà un bel rebus, perché per rispondere a questa esigenza dovrà seriamente mettere mano a quella “spending review” che non si vuole affrontare in pieno perché pesta i piedi a troppi “interessi acquisiti”, nonché misurarsi con una severa revisione di quanto è davvero di “competenza” della mano pubblica, tagliando tutta una serie di interventi di cui si potrebbe tranquillamente fare a meno. Si tratta di una rivoluzione di mentalità, certo assai difficile da far entrare a regime, ma ancor più necessaria in tempi di scarsità di risorse, sicché il vecchio sistema di accontentare un po’ tutti (anche a fini elettorali) non potrà più funzionare.

(www.mentepolitica.it , 2 maggio 2015)

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