31 luglio 2012, Politica e società

La Chiesa di Dior

di Giovanni Colombo

La chiesa è quella del Premier Monti e quindi si può presumere che sia anch’ essa guidata dai preti più “tecnici” della Diocesi di Milano, in possesso di alte capacità per giostrarsi agilmente nelle realtà temporali.
Di fronte alla necessità di trovare fondi per l’ intervento conservativo dei fronti e delle cappelle laterali, questi tecnici non devono aver perso molto tempo prima di decidere di mettere la pubblicità sull’ impalcatura della facciata.
Mettere poster su una Chiesa non è osé? Non è mischiare il diavolo e l’ acquasanta? Ma se l’ hanno fatto sul Duomo, la Chiesa Madre, si può fare senza problemi anche sulle chiese figlie.
Dubito però che abbiano visto in anticipo il cartellone che l’ agenzia pubblicitaria ha deciso di esporre all’ inizio del mese di maggio. Chi passava davanti alla piazza vedeva una bellissima donna.
Chi è? La Madonna stella mattutina? Quasi: Charlize Theron, bionda fotomodella attrice sudafricana, fra le più gettonate del mondo. Nello spot Martini che l’ ha resa reso famosa in Italia mostrava il suo lato B mozzafiato, sul cartellone si limitava al lato A, che è altrettanto mirabile.
Cosa esclamava questa moderna turris aeburnea? “J’ adore….” Sì, sì tu adori, sulla facciata di una chiesa non
puoi che adorare, ma chi? Chi ti fa andare in estasi? “J’ adore Dior”.
Potenza della erre moscia. La bellissima, dopo una settimana, è stata tolta. Anche i tecnici, che di solito non tentennano, hanno avuto un momento di ravvedimento.
Adesso c’ è uno stuzzicante telone che inneggia alle qualità di un formaggio. Dacci oggi il nostro grana quotidiano…

L’ attivismo per il fund raising non è una novità, è uno degli aspetti principali del pragmatismo del clero ambrosiano. Quante volte ho sentito ripetere che c’ è bisogno di danè per costruire e mantenere le pietre, che non ci si può limitare alle offerte dei parrocchiani, sempre troppo stitici, anche quando si chiamano Monti, che l’ evangelizzazione ha bisogno di accessori moderni. Quante volte ho sentito ripetere le parole di Santa Teresa d’Avila: Teresa da sola fa niente; Teresa e Dio fanno molto; Teresa , Dio e i soldi fanno tutto.
Ma l’avrà detta sul serio, questa frase, la Santa? Nessuno mi ha mai saputo indicare la fonte della citazione.
La Diocesi di Milano, nonostante il dimagrimento causato dalla inarrestabile secolarizzazione, resta superdotata di mezzi.
Una delle prime decisioni del Cardinal Scola è stata quella di mantenere in attività tutte e tre le sedi storicamente utilizzate per la formazione del clero.
La cittadella voluta nel 1933 dal beato cardinal Schuster sulle colline del Varesotto resterà il seminario vero e proprio. Gli attuali 160 seminaristi con i loro professori avranno a disposizione spazi molto ampi, quasi infiniti. Le altre due sedi sanno utilizzate, una, per le attività pastorali e, l’ altra, per la formazione permanente del clero.
In più, la Diocesi continuerà a mantenere una casa di esercizi spirituali in Brianza.
Un edifico imponente, che aveva senso quando la gioventù cattolica era in cammino quale falange di Cristo redentore ma che non si sa quale futuro possa avere, ora che non cè più nessuno esercito all’ altar. Intanto lì è andato ad abitare il cardinale emerito Tettamanzi. Grandi case, grandi iniziative.
Il VII incontro mondiale delle famiglie e l’ arrivo del Papa è costato più di 10 milioni di euro. Non sono troppi? Per il Fondo di aiuto alle famiglie in crisi sono stati raccolti, a fatica, 14 milioni in tre anni, e poi se ne sono spesi dieci in tre giorni.
Forse è tempo di un super tecnico che controlli i monsignori della Curia e li aiuti a fare una spending review.

Me la prendo con la mia chiesa locale ma logicamente il discorso è più generale. In queste settimane di dichiarazione dei redditi si è tornato a parlare dell’ otto per mille. Nel 2010, ultimo anno di cui sono disponibili i dati, la Chiesa cattolica ha conquistato l 85% dell’intera torta, pari alla cifra di un miliardo e 118 milioni euro (di questi, 360 milioni sono andati al clero, 190 alla edilizia di culto, 280 al culto, pastorale, evangelizzazione, 150 ai progetti sociali in
Italia e 85 a quelli all’ estero). Il meccanismo è contestato soprattutto per due aspetti: il metodo di ripartizione e
l’ ammontare dell’aliquota. Per quanto riguarda la ripartizione, si è previsto -con un’ oggettiva forzatura – che la firma di ogni cittadino valga come un voto: in base alle preferenze dei votanti (che nel 2011 sono stati meno della metà dei contribuenti) viene stabilita la ripartizione complessiva dei fondi. Per quanto riguarda invece l’ aliquota del prelievo, la legge istitutiva n. 222/85, all’ art. 49, indica la possibilità di ridefinirla ogni tre anni da parte di un’ apposita commissione paritetica, nominata dall’ autorità governativa e dalla Conferenza episcopale italiana. Ciò al fine di valutare periodicamente se il gettito si stia rivelando troppo basso o troppo alto.
I soldi alla Chiesa cattolica sono cresciuti di cinque volte in venti anni, passando dai 210 milioni dei primi anni novanta al miliardo e 100 di oggi, ma l’ aliquota non è mai stata toccata. Visti gli anni di vacche magre che vive il Paese e che costringono tutti a tirare la cinghia, anche la Chiesa dovrebbe dare il buon esempio offrendosi disponibile a rivedere
l’ impianto dell otto per mille.
Almeno potrebbe di sua sponte richiedere una riduzione dell’ aliquota. Si metterebbe in linea con quanto dichiarato in un passo molto bello e molto dimenticato al n . 76 della Costituzione conciliare Gaudium et Spes :” Bisogna che tutti quelli che si dedicano al ministero della parola di Dio, utilizzino le vie e i mezzi propri del Vangelo, i quali differiscono i molti punti dai mezzi propri della città terrestre….La Chiesa non pone la sua speranza nei privilegi offertigli dall’ autorità civile. Anzi, essa rinunzierà all’ esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso può far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove circostanze esigessero altre disposizioni.

Altrettanto bello sarebbe il recupero dello spirito con cui per lunghi secoli almeno una parte della Chiesa ha considerato e utilizzato i benefici, cioè i piccoli o grandi patrimoni quasi sempre costituiti da immobili, pervenuti alla Chiesa di solito per eredità o donazione, destinati al mantenimento di un determinato responsabile di una struttura (vescovo, canonico, parroco, vicario o altro).
Don Luisito Bianchi, un profeta del nostro tempo da poco scomparso, in una sua ricerca ormai introvabile (Monologo partigiano sulla gratuità, edizioni dell’ abbazia di Praglia, 2006), ha spiegato come il beneficio fu per più secoli considerato, nonostante tutto, un patrimonium pauperum, usato dal beneficiario in quanto egli stesso povero e bisognoso di questa rendita per svolgere il suo compito. Per questo la conservazione e l’amministrazione del benefico era considerata importante e richiedeva il massimo scrupolo (ben 142 canoni del codice canonico del 1917 sono dedicati all’ argomento). Il sovrappiù del beneficio, cioè quello che eccedesse il necessario per una vita sobria del beneficiario, doveva essere distribuito ai poveri. Inoltre chi ne godeva era tenuto a recitare il cosiddetto ufficio – quelle preghiere che leggeva don Abbondio quando incontrò i bravi e se in uno o più giorni non lo recitava era invitato a dare ai poveri il corrispondente per il numerodei giorni di mancanza.
Quanti sono i preti che, vedendo arrivare il proprio stipendio dall’ 8 per mille, lo considerano anch’ esso in qualche maniera un patrimonio dei poveri? E c’ è ancora qualcuno che fa l’ offerta per i giorni in cui non prega a sufficienza?

Ho parlato di beni ecclesiastici* ma la visione della Theron ha suscitato, almeno in me, un interrogativo ben più radicale: non è che stiamo arrivando alla fine, cioè alla definitiva omologazione della Chiesa cattolica al mondo, che oggi è mondo economico, mondo di soldi e di pubblicità?
Di fronte a quel cartellone ho visto il tutto nel frammento. Il tutto è il Mercato, o meglio l’ Oligopolio Finanziario
Mondiale, chiamiamolo OFM, viene bene, sembra l’ acronimo di un ordine religioso.
L’ OFM punta al suo incessante potenziamento e riempie ogni buco della nostra esistenza. Le sue dinamiche tentacolari sono così pervasive che le diamo per scontate, considerandole naturali. L’ OFM si afferma con la forza delle sue immagini. Parla all’ occhio, e siccome la vista è uno dei sensi più incostanti, ha bisogno di farlo in continuazione, su ogni video, display, muro, strillando con colori assordanti, offrendo immagini sporche a furia di essere pulite, svuotate di ogni ombra e di ogni dispiacere. Il frammento è una chiesa di grandissima tradizione, fondata nel lontano 1568, che ha passato indenne guerre e moti, e che ora abdica definitivamente alla sua diversità (nel mondo ma non del mondo) finendo impacchettata nella pubblicità ( Dior o grano padano, la sostanza non cambia).
Se anche la Chiesa accetta di diventare un prolungamento del mondo, cos è rimasto al mondo che resista al mondo? Non lo so. Non sono un tecnico, chiedetelo a loro. Io so solo che una mattina sono passato sotto le gonne della Theron ed entrato nella chiesa incriminata.
In un angolo ho visto un candela. Una misera candela già mezza smoccolata. Stava lì dimentica di sé. Non smaniava di occupare correttamente il proprio posto, di essere all’ altezza della propria posizione. Non calcolava niente, non ammucchiava niente, non edificava niente. Si consumava e non parlava. Stava in silenzio davanti al Signore e sperava in Lui.
Nulla è più puerile della luce di una candela che trema nel buio. Nulla è più evangelico ed eversivo dell’infinitamente piccolo.

* Sull’ argomento rinvio alla bella relazione di Vittorio Bellavite,
portavoce di Noi siamo chiesa su Le risorse economiche e la loro
gestione nella Chiesa italiana oggi, pubblicata nel testo Sulla povertà,
La Meridiana, 2008.

(“Il Margine”, maggio 2012)

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