14 giugno 2014, Cultura - Politica e società

La Chiesa che vorrei. Don Di Piazza: “Senza paura verso il futuro”

stavropoleosdi Luca Kocci

Quella che sogna don Pierluigi Di Piazza– prete “di frontiera”, fondatore del Centro di accoglienza “Ernesto Balducci” di Zugliano (Ud) – è una Chiesa povera e senza potere, libera e liberatrice, non clericale, femminile, democratica e pluralista.

Per delinearla, nel suo libro appena pubblicato da Laterza (Compagni di strada. In cammino nella Chiesa della speranza, pp. 152, euro 12), ha scelto lo stile narrativo, del racconto di viaggio, insieme ad alcuni compagni di strada, credenti, non credenti e credenti in altre fedi – Margherita Hack, don Tonino Bello, don Puglisi, mons. Romero, il Dalai Lama, don Gallo, Eluana e Beppino Englaro e altri ancora –, che sono profeti e testimoni. Ciascuno “incarna” un valore, evangelico e laico allo stesso tempo: Margherita Hack , per esempio, la laicità ma anche l’etica dei non credenti. «Sono convinto – spiega don Di Piazza – della necessità di affermare e di praticare la laicità, la laicità autentica, libera dal confessionalismo, dall’integralismo e dal laicismo, perché ci possono essere posizioni di assolutismo in entrambe le posizioni, quindi di dipendenza, di chiusura, di ostilità. Invece la vera laicità libera la fede alla sua autenticità, come la vera fede favorisce e incoraggia la laicità. Mi sento laico, credente sempre in ricerca e prete. Per questo mi sono trovato a condividere l’etica dichiarata e vissuta da Margherita Hack sulla giustizia, l’accoglienza, la pace, i diritti civili, il superamento di ogni forma di discriminazione, esclusione e razzismo, l’attenzione e la premura per tutti gli esseri viventi, animali, piante e i diversi organismi. Margherita Hack diceva, in sintonia con me, che la fede è fede e che non si può dimostrare né che Dio esiste né che non esiste. Il rispetto quindi deve essere reciproco fra persone diverse per ispirazione ed itinerario, ma unite dal comune obiettivo di contribuire ad un mondo più giusto ed umano».

Poi c’è don Gallo, immagine di una Chiesa evangelica e schierata accanto agli ultimi…

«Don Gallo mi fa pensare soprattutto all’uomo di fede nel Dio di Gesù di Nazaret, al suo essere prete con convinzione ostinata e con libertà sorprendente dentro la Chiesa. La memoria viva del suo insegnamento è il suo essere stato e continuare ad essere un riferimento di luce, di accoglienza, di conforto fra le persone più diverse: credenti e non, di diverse fedi religiose, eterosessuali omosessuali, transessuali, carcerati, prostitute, persone dipendenti dalle sostanze, emarginate, discriminate, scartate. Ha saputo guardare la vita e le storie delle persone dalla strada, dal marciapiede e per questo restare sempre partigiano, come lo era stato nella lotta di Liberazione, cioè di parte, schierato, come ha vissuto e ci ha proposto Gesù».

Un capitolo è dedicato ad Eluana e Beppino Englaro, con cui hai condiviso un pezzo di strada, anche perché la parte finale della loro storia si è svolta ad Udine…

«Ho ricordato Eluana e Beppino per la necessità di liberare la storia delle persone dalle strumentalità del moralismo, della politica, della religione, perché l’incontro vero con la storia delle persone possa significare ascolto, rispetto, dialogo ricerca di strade possibili per poter contribuire a vivere, soffrire e morire nel modo più umano possibile».

E i “principi non negoziabili”?

«Negli ultimi anni la Chiesa, una Chiesa politica, e certa politica hanno fatto a gara a sostenersi nel dichiarare i principi non negoziabili, espressione che pare scomparsa con l’arrivo di papa Francesco, il quale ha affermato che l’espressione non gli piace, perché i valori sono tali e basta. Inoltre è grossolana nei contenuti e nel linguaggio: “non negoziabili” si riferisce ad una sorta di trattativa mercantile, sconveniente se riferita alla vita delle persone. E ancora più grave se si pensa che la Chiesa dovrebbe incontrare le persone con le loro storie diverse, ascoltare, curare, accompagnare, esprimere condivisione e incoraggiamento. La non negoziabilità annulla ogni possibilità di dialogo. Le questioni della bioetica, dell’inizio e del fine vita chiedono informazione e formazione, riferimenti etici profondi, rispetto della libertà delle persone, anche nell’accettare o rifiutare le cure, nel decidere riguardo alla morte. E questo non si pone contro Dio, ma si esprime alla sua presenza con una libertà consapevole e serena, con la fiducia e l’affidamento della vita, non solo di quella biologica, a lui, fonte e accoglienza della vita».

Fra i tuoi “compagni di strada” c’è anche Tonino Bello. Che vescovo è stato?

«È stato un uomo e un vescovo, poeta e profeta, in cammino con il suo popolo e al suo servizio. Si è liberato dal potere clericale, maschilista e autoritario, dal compito di funzionario della religione e per questo ha espresso il potere e la forza dei segni: nel muoversi, nel vestire, nell’incontrare, nel condividere, nell’aprire le porte del palazzo vescovile per accogliere, nel denunciare e nel proporre con forza e nell’incontrare con tenerezza. Continua a comunicarci una profonda spiritualità che anima l’audacia e la concretezza delle scelte, del linguaggio e dei gesti».

Che vescovi vorresti per la Chiesa?

«Vescovi insieme profeti e pastori, perché le due dimensioni non sono contrapposte ma complementari. La forza della profezia dovrebbe guidare il pastore perché non diventi un funzionario di un’istituzione religiosa, perché annunci con libertà e franchezza la Parola e ne viva la coerente testimonianza; perché si senta in mezzo al popolo di Dio, non al di sopra; perché esprima segni di semplicità, di sobrietà, rinunciando a titoli onorifici, al palazzo vescovile, all’automobile di rappresentanza. Un vescovo che incontri, ascolti, condivida esperienze e percorsi, un uomo appassionato del Dio di Gesù di Nazaret e delle persone, delle loro storie, accogliente, non preoccupato dell’organizzazione, ma dalla sensibilità del cuore e dall’atteggiamento di vicinanza e di prossimità. Anche nella scelta dei vescovi il criterio non dovrebbe essere quello di fedeltà all’istituzione religiosa, ma di fedeltà al Vangelo, di coerenza nella vita, di segni leggibili riguardo alla giustizia, all’accoglienza, alla pace, alla misericordia, alla verità, alla salvaguardia del creato, di tutti gli esseri viventi».

Il Concilio attraversa e permea ogni pagina del libro. Dopo 50 anni, a che punto siamo?

«Lo spirito del Concilio ci sta davanti, l’impegno per il suo compimento dovrebbe vederci coinvolti, soprattutto su due dimensioni fondamentali: la Chiesa come popolo di Dio in cammino nella storia, di cui papa, vescovi, preti, religiosi e religiose sono una piccola parte con compiti specifici, non di superiorità e di distanza, ma di condivisione, di servizio. E poi il rapporto fra Chiesa e mondo: non di superiorità, di sospetto, di giudizio preventivo, bensì di attenzione, ascolto, apprendimento, dialogo, e poi orientamento, indicazione, insegnamento sempre rispettoso, di forte denuncia e giudizio su tutte quelle situazioni che opprimono, offendono e umiliano la dignità delle persone».

L’ultimo capitolo ha come titolo “Una Chiesa che non ha paura e che guarda al futuro”. I gesti e le parole di Francesco sono di incoraggiamento? Quale Chiesa sogni?

«Certamente le parole e i gesti di Francesco incoraggiano tanti preti insieme a tante persone che in questi anni sono stati sospettati e criticati per il loro impegno nella società, per un rinnovamento di fondo della Chiesa. Sta spostando il baricentro dalla dottrina alla testimonianza, dall’istituzione alle relazioni, dalla preoccupazione organizzativa all’atteggiamento interiore».

Quali sono le prime riforme da fare?

«Innanzitutto la scelta di camminare con i poveri e di presentarsi come Chiesa povera, essenziale, sobria. Poi la scelta di una maggiore democrazia. Da parte di alcuni si dice che la Chiesa non è una democrazia, in parte è vero perché dovrebbe essere una comunione, che però di fatto dovrebbe partire dall’attuare le elementari forme di partecipazione e di democrazia, per poi tendere all’ulteriorità della comunione. Infine la realizzazione di una Chiesa pluralista che riconosce le diversità culturali e simboliche delle diverse comunità sparse su tutta la Terra. Un pluralismo di teologie e liturgie. E ancora una Chiesa che riprende in modo profondo e pacato alla luce del Vangelo e con il contributo delle scienze umane le dimensioni dell’affettività, dell’amore e della sessualità nelle loro diverse esperienze ed espressioni. È questa la dimensione fondamentale della vita delle persone: riguarda i rapporti donna-uomo, la famiglia, i separati, i divorziati; l’omosessualità e la transessualità, la pedofilia; il celibato obbligatorio da sciogliere per la credibilità del celibato stesso e per una Chiesa con preti celibi, sposati e con donne prete. Sempre, continuamente e prima di tutto il riferimento a Gesù di Nazaret e al suo Vangelo: da qui si parte e qui si ritorna, altrimenti la Chiesa diventa un’istituzione fra le altre, con una copertura esteriore di religiosità».

(“Adista Segni Nuovi”, n.18 del 2014)

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