7 settembre 2012, Cultura - In evidenza - Politica e società

La cenere sulla brace

di Raniero La Valle

Gesuita dal 1944, sacerdote dal 1952, arcivescovo di Milano dal 1979 al 2002, presidente della Conferenza dei vescovi europei dal 1987 al 1993, papabile nel 2005, ma soprattutto “uomo di Dio”, il cardinale Carlo Maria Martini ha lasciato la Chiesa terrena e il mondo il 31 agosto scorso. Lo stesso mese, l’8 agosto, aveva consegnato le sue ultime parole pubbliche a un colloquio con il gesuita Georg Sporschill e la giornalista Federica Radice Fossati Confalonieri. Aveva detto che la Chiesa è indietro di duecento anni (forse trecento, ha poi precisato l’intervistatrice), che le chiese sono grandi e le case religiose sono vuote, l’apparato burocratico lievita, i nostri riti e i nostri abiti sono pomposi, non ci sono più i Romero e i gesuiti martiri del Salvador, le Marie di Magdala e i Paolo di Tarso, non il centurione o il samaritano, “gli eroi a cui ispirarci”. Se ne trovassero almeno dodici per ogni Chiesa! Perché nella Chiesa così com’è oggi la cenere copre la brace dell’amore e della fede. Bisogna togliere questa cenere: tale il suo estremo appello.
La Chiesa che si appresta a celebrare i 50 anni dall’inizio del Concilio Vaticano II può dunque ancora contare su di lui. L’evento liturgico della sua morte, e lo straordinario consenso che l’ha accompagnata, quale in genere si manifesta solo ad ogni morte di papa, hanno mostrato come il suo insegnamento e la sua dolce testimonianza siano rimasti vivi, ed anzi vengano a porsi come vero evento inaugurale delle celebrazioni del cinquantenario e dell’anno della fede. Martini non aveva partecipato al Concilio, ma tutta la sua vita è stata intrecciata alla straordinaria novità con cui la Chiesa del Novecento aveva saputo ripensare se stessa, la fede e il mondo; di questa novità egli è stato il più lucido e coraggioso interprete nell’episcopato italiano, e a una delle conversioni più decisive della Chiesa conciliare, quella del ritorno alla Bibbia e della sua restituzione alla preghiera e alla riflessione dei credenti, ha dato il contributo più alto, sul piano pastorale prima ancora che su quello scientifico.
E il suo messaggio è questo: sì, è vero, la riforma della Chiesa non c’è stata, e in ciò il Concilio non è riuscito, tanto che a un certo punto egli ha vagheggiato un Vaticano III, cosa che rivela come egli considerasse naturale, accanto al ministero petrino, il ricorso al magistero conciliare nella Chiesa; ed è vero anche che molti problemi ardenti, dal celibato al ministero femminile alle questioni bioetiche sono rimasti irrisolti. Ma la vera eredità del Concilio è stata quella di aver dato agli uomini una ulteriore possibilità di comunione con Dio, aggiornando linguaggi riti e parole in cui nei secoli quella comunione era stata costretta e si era impoverita. Il Concilio aveva rappresentato una straordinaria, inaspettata occasione per la fede alla vigilia del terzo millennio. E questa, la fede, era stata la vera profezia di Martini. Troppo spesso, infatti, riguardo alla Chiesa e al suo futuro, si dimentica che la vera posta in gioco non è una scienza, non è una politica, non è un’etica, ma è la fede. La questione, la vera questione, è quella di Dio e del suo rapporto con ogni vivente. E tale è la questione che resta, se si vuole ancora parlare con l’uomo di oggi, all’altezza dei suoi problemi. E questo era precisamente ciò che spingeva Martini a parlare a tutti e ad andare a scuola da tutti, credenti e non credenti, laici e consacrati, cattolici e altri cristiani, uomini di altre religioni e senza religione. E qui sta anche la vera ragione del suo rifiuto di ogni accanimento terapeutico, di cui tanto si è parlato dopo la sua morte; non c’era solo il fatto che egli non abbia considerato acqua da bere quella immessa col sondino, né cibo per vivere quello introdotto direttamente nell’addome, ma c’era il fatto che non c’era alcun motivo per lui di ritardare oltre misura il suo incontro col Padre; c’era il fatto che nel suo magistero, così sollecito delle vite reali, aveva pure annunciato un’altra vita in Dio, senza più limiti di spazio e di tempo, e che la fede nella resurrezione, se era stata oggetto della sua tesi di laurea, tanto più doveva animare e motivare l’ultimo tratto della sua vita terrena.
È questa la Chiesa che ci consola. Perché c’è pure una Chiesa che ci dà molto dolore. Negli stessi giorni in cui egli ci lasciava, giungeva la notizia che il cardinale arcivescovo di New York, Timothy Dolan, presidente della Conferenza episcopale americana, era andato a investire con la sua preghiera il candidato repubblicano alle presidenza, Romney, alla Convention di Tampa. Non l’ha fatto per ragioni ecumeniche, essendo Romney mormone. L’ha fatto perché i vescovi americani, in nome dell’ideologia della vita, non perdonano al cristiano Obama l’assicurazione sanitaria che contempla anche l’aborto e la contraccezione. Di conseguenza la Chiesa americana, adducendo questa sola cosa, fa la sua scelta politica, forse determinando i destini del mondo, forse addirittura la guerra o la pace. Anche al Concilio la Chiesa americana ci dette dolore, impedendo la condanna delle armi nucleari.

(“Rocca”, n.18 del 2012)

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