11 giugno 2010, Politica e società

L’altro Israele

di Raniero La Valle

Sull’aggressione degli incursori israeliani alla flottiglia pacifista dinnanzi alle coste di Gaza è stato detto tutto quello che si poteva dire sul piano politico. È stato un atto di pirateria, però compiuto da uno Stato sovrano: la distinzione di Sant’Agostino tra l’Imperatore e il pirata, l’uno, imperatore perché corre il mare con una grande flotta, l’altro pirata perché lo fa con un piccolo vascello, è venuta a cadere. È stato un atto violento, tecnicamente fallimentare, perché conclusosi con un gran numero di morti tra gli aggrediti inermi, che secondo Israele nemmeno si sarebbero dovuti difendere a mani nude. È stato un abuso di sovranità, perché esercitato per impedire l’accesso alle coste di Gaza, che non sono le coste d’Israele. È stata la prova del fatto che Israele considera ormai acquisiti come propri tutti i territori della Palestina e di Canaan, dal mare al Giordano, occupati e no, e quindi che per quanto lo riguarda la partita è chiusa, il processo di pace è finito e mai si potranno avere due Stati per due popoli.

Ma c’è qualcosa che ancora non è stato detto: sarebbe possibile che pur all’interno della fede ebraica lo Stato d’Israele presentasse un volto diverso, praticasse una politica tollerante e pacifica e non configurasse la propria identità sul modello dell’antico condottiero Giosuè, che secondo l’autore biblico votò allo sterminio Gerico e tutte le città della Palestina, da Gaza ad Hebron alla valle del Libano, alla Transgiordania?

Sì, è possibile una lettura della fede d’Israele che conduca a tutt’altri esiti. Lasciamo stare quella fattane da Gesù e da Paolo; ma nella stessa tradizione ebraica c’è una lettura del giudaismo realizzato che sarebbe una meraviglia per il mondo intero.

Se ne trova l’ultima espressione in una relazione fatta all’assemblea plenaria dell’Unione Internazionale delle Superiori generali delle religiose cattoliche dal rabbino Arthur Green di Boston, un “maestro di maestri” per aver dedicato la sua vita alla formazione di rabbini; di ispirazione neo-hassidica egli si rifà alla tradizione mistica ebraica secondo cui “Dio si può incontrare in qualsiasi luogo e in ogni istante”. In forza di una teologia che gli chiama dell’ “empatia”, dichiara che “non esiste una fede in Dio che sia autentica, che non stimoli a prendere cura e a fare qualcosa per le creature di Dio più bisognose”.

Ma il fondamento di questa affermazione non è etico, è ontologico. Green lo dice raccontando una famosa controversia tra il rabbino Akiva e il rabbino Ben Azzai su quale fosse il principio fondamentale della Torah su cui si regge tutto il giudaismo. Diceva Rabbi Akiva che è il precetto di amare il prossimo come se stessi. Per Rabbi Ben Azzai sta invece nel fatto che Dio creò gli esseri umani a somiglianza sua. L’amore è un piedistallo troppo instabile per fondarci sopra tutta la Torah. Alcuni li ami di più, altri di meno. Però tutti devono essere trattati come immagini di Dio. Forse, dice il rabbino Green, Ben Azzai vedeva  che il principio di Akiva poteva essere ristretto, concepito solo in relazione alla propria comunità. Dopo tutto “il vostro prossimo” potrebbe designare semplicemente il vostro correligionario ebreo, o quello cattolico. E lo sconosciuto, il peccatore, il vostro nemico? Il principio di Ben Azzai invece non ammetteva eccezioni, poiché risale alla creazione stessa. Non solo “la tua gente”, ma tutti gli esseri umani sono stati creati a immagine di Dio.

Dunque questo è il principio su cui tutto deve essere misurato, e ogni forma di giudaismo che se ne allontani “è una deformazione della religione”.

Se la Torah proibisce le immagini è perché, come dice il maestro Abraham Heschel, l’immagine di Dio siete voi, il resto è idolatria. “Voi non potete fabbricare un’immagine di Dio, solamente potete essere questa immagine”.

Nel cristianesimo, dice il rabbino Green, c’è l’immagine potente del “Corpo di Cristo”. Ma questa espressione include solo gli appartenenti alla Chiesa, o abbraccia il mondo intero? Quanto a noi ebrei – aggiunge – siamo una entità etnica, ma anche una comunità di fede. E allora in che misura siamo esclusivi? Quando preghiamo  per “tutto il popolo d’Israele” preghiamo solo per noi? E il resto dell’umanità? Noi non vogliamo che tutti diventino ebrei, ma crediamo che ogni persona sulla terra porta in sé l’immagine di Dio. La lotta contro l’esclusivismo è “la grande sfida del giudaismo oggi”.

E l’Olocausto? La sua memoria, si chiede Green, come intercetta questa sfida? Molti ebrei pensano che il messaggio è chiaro: Mai più! Non permetteremo mai più che gli ebrei siano vittime. Ma i migliori dei sopravvissuti, come Heschel, come Wiesel, hanno capito che “mai più” significa “che non permetteremo mai un altro genocidio nella nostra unica famiglia umana, che prenderemo la difesa di tutti quelli che soffrono”.

Rabbi Green non l’ha detto, ma “tutti” vuol dire anche i palestinesi.

(Articolo in corso di pubblicazione sul n.13 del 2010 della rivista “Rocca”)

Lascia un commento

 

 

Visitatori

  • 798783 visite totali
  • 135 visite odierne
  • 2 attualmente connessi