11 febbraio 2010, Politica e società

Io ti salverò

Un anno dopo il “caso Englaro” torna a porci domande profonde, spesso senza una risposta univoca, che possono dividere credenti e non credenti, ed anche gli stessi credenti, e che ci impongono di confrontarci sull’arduo tema del “quando finisce la vita”, su cui filosofi, teologi ed intellettuali da secoli si interrogano.
Un argomento così intenso non dovrebbe essere oggetto di miserande strumentalizzazioni politiche, di becere prese di posizioni opportunistiche, che servono soltanto a confondere le acque ed a creare confusione nell’opinione pubblica.
Sul tema si pubblica l’articolo di Mariuccia Ciotta, uscito su “Il Manifesto” del 10 febbraio, che suggerisce spunti di riflessione che possono alimentare il dibattito tra posizioni diverse.


di Mariuccia Ciotta

Eluana un anno dopo. Sarebbe bello che fosse viva la ragazza dagli occhi profondi e i capelli scuri, icona di un affetto collettivo, come succede con le star, tante volte vista sorridere sulle pagine dei giornali. In occasione del primo anniversario del suo corpo dissolto, già abbandonato dal pensiero, è questo che ci piacerebbe sentire, il dolore del padre e di tutti nel ricordo di una crudele agonia politico-mediatica. Invece, il soggetto si capovolge, «Io non ho evitato la morte di Eluana». Io, il presidente del consiglio, che in una lettera indirizzata alle suore della clinica Beato Luigi Talamoni, dove la ragazza restò in stato vegetativo per 14 anni, parla alla nazione e sottintende che avrebbe potuto salvarla se solo avesse esercitato i suoi superpoteri. La brutalità della dichiarazione dà la misura del cinismo dell’uomo e del suo governo, che sfruttano l’occasione in vista della legge sul biotestamento, pronta a ripartire sul testo Calabrò approvato al senato.
Eluana fa al caso loro perché l’obiettivo è negare la libertà di scelta e imporre l’obbligo di alimentazione e idratazione, anche in caso di volontà esplicita del paziente contro l’accanimento terapeutico, che a questo punto sarà sancito per legge. Il principio di autodeterminazione verrà così cancellato, essendo «una pia illusione» come dice monsignor Fisichella che fa appello «all’inviolabilità e l’indisponibilità della vita». C’è chi preferisce la morte, s’intende. Lo scontro, mistificato, tra laici e credenti è il terreno su cui il governo spinge la discussione, mentre in gioco è la dignità umana, l’esistenza come espressione di sé in relazione agli altri, non semplice battito del cuore, ridotto a organo e non più a sede simbolica dell’essere. Così sono proprio i paladini della misericordia a negare la pienezza della vita, a eclissarne il senso, e fa rabbrividire il giornale dei vescovi, l’Avvenire, che ieri pubblicava l’editoriale del direttore Marco Tarquinio intitolato «È semplice stare dalla parte giusta», dove si legge che è «naturale e umano proteggere chi è piccolo e fragile», mentre è «innaturale e terribile» lasciar andare «alla deriva una persona totalmente disabile». Eluana è morta di sete, vittima di chi le ha negato, digrignando sofismi crudeli, un bicchiere d’acqua. L’offesa grandissima ai familiari, si fa più feroce nell’evocazione della «mamma», parola che la ragazza in coma avrebbe pronunciato dopo due anni dall’incidente. Il link con la lettera di Berlusconi è sensazionale, «Io l’avrei potuta salvare». Dopo un anno, niente è cambiato. La malinconia di Peppino Englaro, il suo paziente insistere «l’avesse vista non parlerebbe così», cadono nel vuoto. Il corpo di Eluana è impugnato ancora a sostegno dell’onnipotenza dei legislatori, proprietari di lacrime e sorrisi.

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