12 dicembre 2016, In evidenza - Politica e società

Intorno ad alcune confutabili tesi dei sostenitori del “si”

di Giovanni Bianco

Ho letto con viva attenzione, in questi giorni di intenso dibattito postreferendario, alcuni articoli e contributi di convinti ed appassionati sostenitori del “si”, ritrovandovi spesso pregiudizi e talora persino stereotipi.
E anzitutto riduttivo bollare i ssotenitori del “no” quali conservatori. Su quali basi politiche, storiche e culturali si basa una definizione così affrettata? Di certo essa è espressione di quel “nuovismo a tutti i costi” che molto ha caratterizzato la politica renziana, fatta di frasi ad effetto.
Seguendo il filo di questi ragionamenti coloro i quali hanno difeso con rigore e coerenza l’attuale Legge Fondamentale opponendosi ad una “controriforma” sciatta e contraddittoria, di dubbia costituzionalità in non poche norme (mi riferisco in primis a quello che sarebbe dovuto essere il nuovo art.57 Cost.), sono tutti etichettabili quali conservatori.
Quest’idea è di facile confutazione, tanto più che nel fronte del “no” diversi sono convinti sia che la Costituzione vigente meriti di essere rispettata ed attuata progressivamente, sia che difenderla da presunte riforme, che sono nei contenuti alteratrici della sua stassa fisionomia, non vuol dire volerla conservare per sempre così com’è, quale un testo sacro, ma auspicare eventuali interventi di “manutenzione costituzionale” congrui ed adeguati.
A tal riguardo sono dell’avviso che sia meritevole di citazione un recente intervento di Franco Monaco, dal titolo “Cattolici e referendum”, che ho apprezzato per la profondità dei ragionamenti e soprattutto per la fedeltà autenticamente riformista e non conservatrice alla Costituzione, Monaco infatti si interroga sul perchè vi siano stati cattolici che abbiano scelto di votare “si”, ricordando che la stesura del testo costituzionale è anche frutto dell’ingegnosa operosità di cattolici democratici, soprattutto per la valorizzazione della democrazia partecipativa e del pluralismo sociale ed istituzionale. E pone l’accento sull’idea di fondo di questa discutibile “riforma”, quella del “mito della democrazia decidente”.

La “democrazia decidente”, l’accentramento di poteri nelle mani della maggioranza politica e dell’esecutivo, è stato il rischio colto con lucidità da non pochi sostenitori del “no” . In questo rilievo critico non c’è esagerazione, uno degli scopi preminenti del premier dimissionario e dei suoi uomini di fiducia era quello della “democrazia efficente”, cioè della “democrazia semplificata”, della forma di governo in cui la “governabilità” risulta essere preponderante rispetto alla “rappresentatività”.
Così come non vi è esagerazione se si sostiene che spostando oltre una certa soglia l’equilibrio tra i supremi poteri dello Stato si finisce con il produrre un’altra “forma imperii” e, di conseguenza, un’altra “forma regiminis”.
A questi dubbi si è risposto, dal fronte del “si”, affermando che essi non hanno fondamento, perchè la proposta di riforma lasciava intatta la prima parte del testo costituzionale, e dunque la forma di Stato democratica, la “forma regiminis”. Tuttavia siffatta obiezione non regge, come a più riprese chiarito da diversi eminenti sudiosi, la connesione tra la prima e la seconda parte della Legge Fondamentale è molto stringente, una consistente riscrittura di quest’ultima non può non riverberarsi sulla prima.

Altro argomento che ho letto, con una certa dose di stupore, è l’insistenza sulla c.d. “accozzaglia del no”.
Anche con riguardo ad esso ho notato una proliferazione di pseudoargomenti e di ipotesi ricostruttive marcatamente capziose,
I progressisti ed i democratici che hanno scelto di battersi per il “no” lo hanno fatto perchè convinti di dover scendere in campo per la difesa della Costituzione, ritenendo che essa sia un prodotto primario e non alterabile della storia della Repubblica antifascista. Questo è stato fondatamente considerato un motivo non derogabile. Se poi altri raggruppamenti politici di centrodestra o di destra hanno scelto di sostenere il “no” pure con differenti motivazioni, magari spinti esclusivamente da un forte antirenzismo (alimentato dallo stesso premier dimissionario con la sua malcelata volontà di personalizzare il referendum costituzionale), ciò non significa che l’ala sinistra del fronte del “no” sia composta da sprovveduti oppure, per riprendere un’espressione leninista, da “utili idioti”.
Se in Europa la Le Pen e Farange hanno festeggiato per il trionfo del “no”, quest’entusiasmo non può essere confuso con le tesi, gli scopi, i seri propositi dei progressisti contrari all’ampia revisione costituzionale.

Inoltre, nella battaglia per il “no”, ad esempio nei documenti del “Comitato per il no”, è stata sempre presente un’idea di fondo profondamente intrisa di una visione alta della politica, basata sulla dialettica tra posizioni differenti e, soprattuto, volta ad implementare la democrazia. Dunque, concezioni molto distanti dalla “politics of angers”, dalla “politica di rabbia”, spiccatamente velleitaria, sprovvista di una “pars costruens”.
Ed anche la presenza tra gli oppositori della c.d.”riforma costituzionale” di movimenti protestatari, o prevalentemente tali, non offusca, non riesce a scalfire, la finalità precipua dell’ampio fronte che si è schierato per il “no” anzitutto per la salvaguardia dello spirito della Costituzione.

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