24 giugno 2014, In evidenza - Politica e società

Intervista a Enrico Berlinguer. L’impegno comune di comunisti e cattolici per la giustizia e la pace

di Giovanni Avena

In occasione del 30° anniversario della morte di Enrico Berlinguer (11 giugno 1984), ripubblichiamo una parte della lunga intervista che nel dicembre del 1982 Giovanni Avena, allora redattore di Adista (di cui è poi stato, fino a poche settimane fa, direttore e presidente della cooperativa editoriale), fece all’allora segretario del Pci. Un’intervista – inserita all’interno del fecondo dialogo fra Pci e cattolici, che provocò molte reazioni sulla stampa nazionale – che, al di là del valore di memoria storica, tocca temi ancora di grandissima attualità (l’intervista integrale si trova su Adista n. 86 del 16 dicembre 1982).

Negli ultimi mesi si è avuto un rinnovato interesse del Pci verso i cattolici (…). Qual è, on. Berlinguer, il senso politico e la portata culturale di questa nuova attenzione?

Non è di fresca data la nostra attenzione verso i vari movimenti, associazioni, gruppi, istituzioni che costituiscono la complessa e variegata realtà dell’area cristiana e cattolica. E ciò si spiega: la loro esistenza e consistenza costituiscono una tra le più significative peculiarità della storia e della vita sociale, politica e culturale italiana. Ecco perché una forza politica seria, e tanto più un partito operaio popolare di massa quale è il Pci, non ha potuto ignorare una simile realtà. Se per anticlericalismo vecchia maniera o per malinteso laicismo l’avesse trascurata, sarebbe caduto in un grave errore di astratezza o di settarismo che lo avrebbe tagliato fuori dal processo storico-politico quale è avvenuto e si sta svolgendo nel nostro Paese (…). Abbiamo valutato e tenuto conto non soltanto dell’importanza e del peso oggettivo che hanno in Italia le masse lavoratrici e popolari di ispirazione cristiana e cattolica, ma anche delle loro istituzioni e organizzazioni sociali, culturali, ecclesiali e politiche, e degli orientamenti e dei valori che possono promanare, ai fini della costituzione di una società nuova e superiore, da una fede religiosa profondamente e coerentemente vissuta.

È vero tuttavia che da parte del Pci c’è oggi un’attenzione più desta e penetrante verso l’area cristiana e cattolica. Il motivo sta nel fatto che in alcune organizzazioni, in numerose comunità e anche in certi settori dell’episcopato e del clero italiano nell’ultimo periodo si è risvegliato, anche se non ha il vigore prorompente e le caratteristiche innovative degli anni del Concilio e immediatamente successivi, un processo di maturazione democratica e di apertura culturale, una diffusa aspirazione a misurarsi e a impegnarsi nei problemi gravi, anzi nei drammi, che vivono il nostro Paese e il mondo (…). In particolare, ci pare di avvertire, nelle associazioni di ispirazione cristiana, e specialmente in quelle giovanili, il desiderio che si affermino una maggiore pulizia e coerenza morale nella vita pubblica e privata, un’esigenza di risanamento dello Stato, delle istituzioni, dei partiti; ma soprattutto – ed è questa, io credo, la cosa più importante – un rifiuto intransigente della corsa al riarmo, una rivendicazione aperta e insistente della pace e della giustizia fra i popoli, una partecipazione convinta e attiva ai movimenti di massa, alle manifestazioni e alle marce per il disarmo, la distensione e la pace nel mondo.

Voglio aggiungere che in questi ultimi tempi si sono avute iniziative sorte e promosse nell’area cattolica per obiettivi che sono al centro anche delle battaglie del Pci: la lotta contro la corruzione politica e la degenerazione dei poteri pubblici; la denuncia, la mobilitazione e la vigilanza contro l’eversione terroristica, contro la P2 e le sue trame, contro la mafia, la camorra e le loro allarmanti ramificazioni nelle amministrazioni e istituzioni statali e nei partiti governativi; la battaglia contro la droga, ecc. Queste e altre sempre più marcate consonanze di certe zone (che ci auguriamo diventino più ampie) della cristianità italiana col nostro impegno politico e sociale, civile e culturale ci fanno ritenere necessario e possibile che si sviluppino con esse un dialogo e una convergenza più intensi ed estesi di ieri, che cioè non siano solo transitori, occasionali, solo su questa o quella “cosa da fare”, ma che, partendo dalle “cose da fare” e facendole insieme, si prolunghino e si alimentino di alcuni obiettivi e prospettive comuni.

Ciò comporta evidentemente dall’una e dall’altra parte una sorveglianza autocritica, un superamento definitivo (ossia anche nella pratica) di pregiudizi antichi e di vecchie preclusioni ideologiche. Non ci si deve sorprendere se si producono, nel corso di un simile impegno, momenti polemici, differenziazioni politiche, battaglie ideali, diversità di atteggiamento su problemi specifici, che possono passare anche dentro le interne file dell’una e dell’altra parte. Ma io credo che vi sia una precisa mèta verso cui la sempre più grave crisi italiana sospinge oggi tutte le forze lavoratrici, democratiche, di progresso, di ogni orientamento ideale, che stiano dentro o fuori dei partiti; la mèta di arrivare, attraverso la dialettica di cui parlavo prima, a individuare un comune terreno di fondo, ponendosi e agendo sul quale possano liberamente prendere vita e forme nuovi valori unificatori e rinnovatori della nazione. Ma devono così affermarsi, per conseguenza, anche un nuovo modo di governare e di amministrare il potere e, in definitiva, anche una diversa concezione e prassi della politica in quanto tale: insomma, diciamolo con una sola parola, una alternativa al corso presente delle cose e alle forze che vogliono che non si tocchi niente di essenziale dell’esistente, che non si turbi il mantenimento dello status quo (…). Oggi soprattutto ci si accorge di come nell’area cristiana e cattolica si siano formate e si facciano sentire e valere forze pronte ad agire per il risanamento e il rinnovamento della società, delle istituzioni, del costume, dei modi stessi di vita. Certo, vi sono poi altre forze più incerte e torpide, più restie a scendere in campo per una rigorosa opera di moralizzazione, di innovazione, di sviluppo; e ve ne sono, infine, ancora altre apertamente contrarie al nuovo, le quali ultime, però, detengono importanti posizioni di potere nello Stato, nella società, nella stessa gerarchia ecclesiastica. È anche nei confronti di tali posizioni che oggi va ripresa con slancio una battaglia ideale e politica della quale siano coprotagoniste tutte le espressioni dell’area cattolica che sono legate al popolo, alle sue sofferenze, alle sue aspirazioni di giustizia, di più serena e umana convivenza civile, di pace.

Il XV Congresso del Pci del marzo 1979 segnò un effettivo sviluppo qualitativo delle fondamentali posizioni innovatrici del partito degli anni di Togliatti. Esso era pervenuto a definire il rapporto con la comunità ecclesiale italiana, intendendo per tale quella comprensiva sia delle sue realtà laicali sia di quelle religiose, come un rapporto fondato «sulla reciproca comprensione e sul reciproco riconoscimento di valori» (…) Negli anni successivi, si è fatta sempre più consistente l’impressione che questi assunti non siano stati pienamente assimilati dal complesso del partito e non abbiano sempre trovato adeguata e coerente attuazione nel concreto lavoro politico quotidiano del Pci, sia al suo interno (cioè nel rapporto con quei credenti, che in misura sempre grande militano nelle sue file, non solo come semplici iscritti ma anche come dirigenti), sia verso l’esterno (cioè nel suo modo di amministrare e governare in alcuni centri dove il Pci è investito di pubbliche responsabilità). Come spiega queste difficoltà del partito e con quali iniziative pensa che esso possa superarle?

Non sempre e non da tutti il senso preciso delle affermazioni contenute nei documenti da lei ricordati è stato pienamente compreso, correttamente interpretato e coerentemente attuato. Tali deficienze, probabilmente, hanno contribuito a dare l’impressione di un certo stallo nel nostro rapporto con l’area delle organizzazioni e dei movimenti cristiani e cattolici. Mi sembra che la ragione originaria di ciò sia da attribuirsi innanzitutto al perdurare nel convincimento di molti compagni (ma non sempre solo per loro responsabilità o per loro insufficiente visione politica e culturale) della identificazione del cattolico col democristiano, e del democristiano col reazionario e col corrotto, una figura cioè che per il comunista va giustamente avversata e combattuta. Una simile identificazione è rozzamente semplificatrice e perciò va respinta, ripristinando al suo posto una corretta distinzione tra l’essere cattolico e l’essere democristiano, e distinguendo, poi, nell’ambito stesso delle organizzazioni cattoliche e della stessa Dc. Perfino in campo cattolico si è ormai riconosciuto da molti l’errore compiuto dalla gerarchia ecclesiastica negli anni ’50 nel voler perseguire ad ogni costo l’unità politica dei cattolici nel partito della Dc. Quel grave errore ha portato poi molta gente, con grave danno del Paese e io penso anche della stessa Chiesa, a identificare Chiesa e partito politico democristiano. Va poi aggiunto che forse da parte nostra c’è stata una carenza di iniziative anche solo, diciamo così, conoscitive, di confronto con le associazioni, i gruppi, i movimenti che operano attorno alle Chiese locali, cioè con la realtà cristiana e cattolica organizzata che è a più immediato contatto con quella in cui operano le organizzazioni del Pci (…).

Voglio anche osservare, però, che da parte cristiana e cattolica, per converso, il più delle volte il confronto con noi è stato reso difficile, quando non esplicitamente rifiutato, da un atteggiamento che da parte di diverse organizzazioni cattoliche e della gerarchia è stato chiuso, prevenuto, arroccato su posizioni superate. Dove ciò non è avvenuto e vi sono stati reciproci sforzi per intraprendere in modo continuativo, aperto e fecondo, iniziative di dialogo e confronto, tutta la comunità civile ne ha tratto grandi vantaggi. (…).

Da parte delle Comunità cristiane di base e di tutta quell’area cattolica sorta sotto l’impulso innovatore del Concilio Vaticano II comunemente (quanto impropriamente) chiamata “del dissenso” o “critica” si è spesso rimproverato al Pci di affrontare il rapporto con i cattolici prevalentemente nelle sedi istituzionali, trascurando la ricerca di una collaborazione sistematica con quelle altre libere ed autonome espressioni dirette del “popolo di Dio” che hanno un orientamento progressista e che hanno aperto nuovi processi nella Chiesa e tra i cattolici italiani. Tale scelta sarebbe stata dettata dalla necessità, o forse dalla preoccupazione del Pci, di non perdere aperture di credito da parte della gerarchia ecclesiastica. Le sembra un rimprovero fondato?

Nei rapporti con la cattolicità italiana ha pesato, e non sempre per nostra colpa, una carenza di conoscenze, una disinformazione specifica che ha impedito a volte il dispiegarsi di un discorso coerente, continuativo, produttivo con i credenti, che fosse cioè adeguata alle singole, molteplici e a volte contraddittorie forme della loro presenza nella vita della società. Se un’autocritica il Pci deve muoversi per i suoi atteggiamenti nei confronti del cosiddetto “dissenso” progressista cattolico, questa non sta nell’aver temuto di perdere un presunto credito da parte della istituzione ecclesiastica o nell’aver preferito contatti con i vertici della sua gerarchia; sta, semmai, nel non aver saputo sempre accorgersi, tempestivamente interpretare e inserirsi, con i suoi reali connotati, in ciò che si muoveva nel corpo della comunità ecclesiale italiana, cogliendo magari solo i riflessi immediatamente politici di certe realtà nuove.
D’altra parte, non mi pare che il Pci debba andare alla ricerca di interlocutori privilegiati, quasi dei mediatori tra la sua proposta politica e l’insieme della cattolicità italiana. Diciamo piuttosto che la proposta comunista – diretta a tutte le forze democratiche, nessuna esclusa a priori – sarà accolta e anche condivisa a seconda della sensibilità e maturazione democratica dei singoli settori della cattolicità. E altrettanto si potrebbe dire per quelle proposte e iniziative di organismi cattolici che sono rivolte direttamente o indirettamente ad altri e a noi. Là dove sorgeranno rapporti di collaborazione non si tratterà, dunque, di rapporti “privilegiati”, ma di una franca e spontanea collaborazione concreta realizzata nell’interesse generale, per il bene comune e non a esclusivo, anche se reciproco, vantaggio dei “comunisti” e dei “cattolici”. (…).

È ormai trascorso un anno dalla pubblicazione del documento della Cei sui mali che travagliano il nostro Paese. Il punto centrale del programma proposto dai vescovi italiani è stato da loro stessi riassunto nell’imperativo «ricominciare dagli ultimi», cioè dagli emarginati di ogni tipo, dai disoccupati, dai non garantiti, dagli anziani, dai malati, dai più deboli. Lei pensa che in questo assunto programmatico dell’episcopato ci sia spazio concreto per un impegno quotidiano che veda fianco a fianco credenti e non credenti?

«Ricominciare dagli ultimi» è un proposito che può aprire un enorme campo di lavoro comune, se si tratta davvero, come lei dice, di un imperativo. Ciascuno dei temi oggi più brucianti obbliga infatti a scelte molto precise socialmente e politicamente: si pensi soltanto all’azione concreta, nel Paese e nel Parlamento, contro la proliferazione nucleare (a cominciare da Comiso, ma poi in tutta Europa), contro la corsa agli armamenti, agli sforzi da compiere per la distensione tra Est e Ovest; si pensi alla lotta contro la mafia di ogni tipo, contro la diffusione e il mercato della droga; si pensi infine alla mobilitazione che è necessaria per impedire che siano i lavoratori, i disoccupati, i pensionati, i giovani, le donne, le popolazioni del Mezzogiorno a pagare ancora una volta le spese della crisi a cui è stato portato il Paese dall’incapacità, dalla insipienza e dalla voracità dei partiti governativi con alla testa la Dc. Per queste ed altre battaglie, un movimento di lavoratori e di popolo, di onesti, che vedesse uniti credenti e non credenti nel medesimo impegno sociale, ideale e morale – «ricominciare dagli ultimi» – costituirebbe una forza imbattibile dalla quale il Paese trarrebbe la sicurezza di non precipitare nella disgregazione e nel baratro.

(“Adista Segni Nuovi”, n.24/2014)

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