23 giugno 2012, In evidenza - Politica e società

Intervista a Don Luigi Ciotti in ricordo di Giovanni Falcone

Giovanni Falcone è ricordato da tutti come un magistrato coraggioso e un servitore dello Stato. Ma Lei cosa ricorda dell´uomo Falcone?

Giovanni Falcone l´ho incontrato a Gorizia in un dibattito sul tema della droga. Era una persona capace di una sana ironia, oltre di una grande intelligenza e cordialità. Una persona normale. Definire Falcone, Borsellino e tutti gli altri, “eroi”, sarebbe riduttivo e incompleto. I loro familiari vogliono che vengano ricordati come persone giuste, coraggiose e soprattutto “normali”. Perché il concetto di eroe produce l´effetto di allontanarli dalla gente. Il miglior modo per ricordarlo non è quindi la retorica, né gli appellativi enfatici, ma occorre farlo con la coerenza, con la giustezza e dandosi da fare ogni giorno tutti quanti. Lo voglio ricordare con le sue parole: “La mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine”. Per questo bisogna fare ancora di più. Nella concretezza delle nostre vite, in un impegno che sia sempre più contraddistinto dalla continuità, condivisione e corresponsabilità.

Lei ha sempre sostenuto l´importanza di parlare della mafia, di indicarla come un problema sempre presente, in modo aperto. Ma qual è la parola che fa più paura alle mafie?

Arrivando fuori la scuola di Brindisi dove ha perso la vita la giovane Melissa, sfogliando alcuni di quei quaderni che erano a terra, ho visto che parlavano di Costituzione, di diritti e di democrazia. E mi viene da pensare che aveva ragione Nino Caponnetto quando diceva “che la mafia teme più la scuola che la giustizia. L´istruzione toglie il terreno sotto i piedi alla cultura mafiosa.” è quello che quei ragazzi stavano facendo. Ed è quello che dobbiamo continuare a fare: andare nelle scuole, coinvolgerle in percorsi di educazione alla legalità, alla cittadinanza, come stiamo facendo da anni in migliaia di scuole. Attenzione le mafie stanno reclutando nuovi giovani. Sono sempre più necessarie politiche sociali e lavoro, per sottrarli alla criminalità organizzata. Questo è un momento di grande smarrimento, di grande fragilità: la crisi economica, quella sociale. Sopratutto c´è bisogno di una politica che stia nelle strade, vicino alle persone. Attenta a tutto ciò che avviene nel Paese. Forza ragazzi, non smarriamoci. Troviamo la forza del morso in più. In questo momento è necessario tirare fuori le unghie, la passione, l´impegno, la volontà. In Puglia come in tutto il Paese ci sono beni confiscati alle mafie dove tanti giovani si danno da fare per ridare a questo nostro Paese più legalità, più dignità, più lavoro, più giustizia sociale. Lo stesso avviene in tante scuole dove i ragazzi, come quelli colpiti dall´attentato di Brindisi, imparano non solo le materie del sapere ma anche l’alfabeto della cittadinanza e della corresponsabilità. Che questo fatto violento, incredibile, non può farci dimenticare la meraviglia di questi ragazzi impegnati a costruire il loro ma anche il nostro futuro . Dentro quella scuola di Brindisi c`è una bellissima foto di Giovanni e di sua moglie. Ora mettiamo anche la foto di Melissa.

Le mafie si sono espanse, da tempo, in tutte le regioni italiane. Quali sono le dimensioni e le caratteristiche del fenomeno nel Lazio?

Io mi stupisco di chi si stupisce quando si parla delle mafie al Nord, in Piemonte, in Liguria, nel Veneto. Le mafie sono presenti e fanno affari in tutte le regioni. Anche nel Lazio. E alcuni numeri testimoniano la pericolosità della situazione: nel 2010 sono aumentate nella regione le segnalazioni di operazioni sospette di riciclaggio, toccando quota 5495 (+80 % rispetto all´anno precedente); in un anno sono stati sequestrati e confiscati a Roma e provincia beni mafiosi per 330 milioni di euro; nel Lazio è stato sequestrato il 19 % della cocaina intercettata dalle forze dell’ordine a livello nazionale; e c´è anche la mafia degli incendi, che in cinque anni ha bruciato una superficie più grande del XX municipio di Roma. L´abbiamo definita la “quinta mafia”, una mafia che cambia pelle, che crea un intreccio tra le diverse cosche che unisce tante competenze. Una quinta mafia che dal radicamento è passata alla fase della contaminazione di persone e settori dell´economia e della politica locale e della criminalità autoctona. Le mafie nei nuovi territori dapprima investono, poi tendono a contaminare. Creano metastasi. Si diffondono, corrompe lentamente. In silenzio. Oggi il pericolo è rappresentato da un sistema di criminalità economica che contamina anche i territori dal punto di vista sociale e culturale.

A Roma, secondo l´ultimo rapporto Libera, solo il 27,35% degli immobili confiscati alle mafie è stato assegnato. Perché?

È un problema che riguarda il Lazio e l’intero Paese. Oggi sono 11mila i beni confiscati, ma 3.500 beni non possono essere consegnati perché sono sotto ipoteche bancarie e una parte sono ancora occupati dagli stessi mafiosi. Non è possibile. È necessario e fondamentale sbloccare queste situazioni. Deve essere una scelta di volontà, ferma e chiara, anche e soprattutto della politica. E le banche? Mi chiedo chi ha dato certi mutui a certi personaggi di mafia o ai loro prestanome. Questi beni vanno restituite alla collettività. È necessario e fondamentale sbloccare queste situazioni. Quando nel 1995 Libera si mobilitò per ottenere la legge sulla confisca dei beni, partiva dalla consapevolezza che il loro riutilizzo per finalità sociali e di sviluppo economico costituiva la sintesi delle dimensioni che deve avere il contrasto alle mafie: la dimensione investigativa, quella politico-amministrativa, quella economico-produttiva, quella culturale e quella educativa. È una sfida che non possiamo perdere.

A Roma la politica ha fatto e fa abbastanza contro le mafie?

La lotta alla mafia si fa sul territorio, ma si fa soprattutto a Roma, in Parlamento, varando le leggi giuste. Dal 1999 non si ratifica il trattato di Strasburgo, che prevede l´introduzione di strumenti e di reati penali essenziali per la lotta alla corruzione. Il Parlamento da 18 anni non introduce i reati ambientali nel codice penale. Si dovrebbe tornare indietro sull´abuso d´ufficio e sul falso in bilancio. La corruzione pubblica fa da viatico ad interessi, a giochi, a poteri. La vera lotta alla mafia si fa con le politiche sociali, difendendo il lavoro, a cominciare da quelli che lo hanno. Troppo poco per chi ha davvero a cuore la lotta alla mafia. Noi chiediamo a Stato e Istituzioni di assumersi fino in fondo le proprie responsabilità, ma il cambiamento ha bisogno oggi più che mai di ciascuno di noi. La democrazia ci offre due doni, la dignità umana e la giustizia, ma la democrazia non starà mai in piedi senza l´impegno e la corresponsabilità di tutti.

(insieme, contro le mafie 23 maggio 2012)

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