2 maggio 2012, Globalizzazione ed Europa - Politica e società

Intervento del Presidente della Repubblica in occasione della celebrazione della Festa del Lavoro

di Giorgio Napolitano

Per l’evento musicale con cui si celebra e festeggia questo Primo Maggio sono state scelte delle parole – credo campeggino sul palco di San Giovanni – che mi auguro riflettano davito del mondo del lavoro: “la speranza, la passione, il futuro”. La speranza che deve sorreggerci e guidarci in tempi difficili ; la passione che deve animare ogni richiesta e proposta di cambiamento ; il futuro che deve costituire il riferimento essenziale anche nell’affrontare i problemi assillanti del presente.
E’ un presente duro, lo sappiamo, quello che l’Italia del lavoro sta vivendo ; sono tempi di crisi quelli che stiamo attraversando da più di 3 anni, tempi di crisi per l’Italia e per l’Europa in un mondo che è radicalmente mutato specie nell’ultimo decennio e che continua a mutare.
I dati della nostra situazione economica e sociale parlano chiaro. L’Italia è in recessione, senza aver recuperato tutto il terreno perduto nella crisi globale del 2008-2009. Il reddito delle famiglie è di quasi 1 punto inferiore a 3 anni fa ; in un paese di elevata propensione al risparmio come l’Italia aumenta la quota di quanti intaccano i risparmi o si indebitano ; è aumentata l’incidenza della povertà assoluta, toccando nel Mezzogiorno quasi l’8 per cento. La produzione industriale è stata in calo dalla metà del 2011 fino allo scorso mese ; il tasso di disoccupazione ha raggiunto in febbraio il 9,3 per cento, raggiungendo tra i giovani il 30 per cento e toccando punte ancora più elevate nel Mezzogiorno, e specialmente tra le giovani donne. E va menzionata l’alta quota di persone inattive che si dichiarano disponibili a lavorare non cercano lavoro perché “scoraggiate”.
Gli indici della crisi di questi anni e della recessione in atto, sono stati di recente presentati dal Presidente dell’Istat ; tra quelli e altri di diversa provenienza ne ho voluto citare alcuni, perché sia chiaro che non possono essere taciuti (non li ha taciuti qui, prima di me, il ministro Fornero) da chiunque, investito di responsabilità istituzionali, pure voglia reagirvi in termini positivi, indicando la via per il superamento di questa fase così critica e suggerendo fiducia nel rilancio e nel futuro del paese. Quegli indici rispecchiano le pesanti, talvolta drammatiche difficoltà di famiglie e imprese, di lavoratori e di giovani ancora fuori di ogni attività lavorativa. Sono realtà che nessuno può sottovalutare o considerare con distacco. Anche i casi estremi del lavoratore sull’orlo della disoccupazione o dell’imprenditore sull’orlo del fallimento che si tolgono la vita non possono non addolorarci e scuoterci. E’ essenziale che si rafforzi ed esprima oggi nel nostro paese a tutti i livelli il senso di una comune responsabilità e solidarietà sociale.
Nello stesso tempo è giusto trasmettere consapevolezza dei punti di forza su cui l’Italia, la sua economia, il suo sistema sociale, possono contare. Come non vedere ad esempio l’importanza dei recenti segnali di successo, sul piano delle esportazioni, di quelle nostre imprese che meglio hanno saputo internazionalizzarsi e attrezzarsi per competere anche su mercati molto lontani affrontando le sfide della globalizzazione?
L’imperativo sta diventando, in Italia e in Europa, quello della crescita, del tornare a crescere, dell’aprire nuove prospettive di occupazione, e soprattutto di lavoro e di futuro per i giovani. Sono questioni che possono però trovare risposte in termini non solo nazionali ma europei, e non ignorando connessioni e vincoli con cui d’altronde l’Italia ha dovuto fare duramente i conti nella seconda metà del 2011. Connessioni e vincoli sul piano finanziario, che nessuno può esorcizzare contestando – sia pure talvolta con argomenti degni di considerazione – il ruolo dei mercati finanziari o il mondo delle banche.
Mettere oggi fortemente l’accento sulla necessità di politiche e misure per la crescita, non può d’altronde condurre né a cancellare gli impegni né a svalutare i progressi che hanno nei mesi scorsi permesso di allontanare – per l’Italia e per l’Eurozona – rischi di eventi catastrofici.
E’ quel che si può ricavare, nel modo più documentato e analitico, dal Rapporto sulla stabilità finanziaria che la Banca d’Italia ha presentato pochi giorni orsono e dalle indicazioni disponibili sul “quadro economico italiano ed europeo”. Il quadro economico va visto – non può che essere così – “alla luce delle recenti tensioni sui mercati finanziari”. Ne risulta chiaramente come su scala europea siano stati decisivi, e tali risultino anche al fine di poter operare per una ripresa della crescita, diversi fattori : 1) le scelte di riequilibrio e consolidamento dei bilanci pubblici adottate da paesi gravati da un maggior debito sovrano come l’Italia; 2) i progressi nella gestione della crisi dell’area Euro, culminati negli accordi per l’avvio del Meccanismo di stabilità europea e per l’aumento delle risorse a disposizione del Fondo Monetario Internazionale, nonché nella firma dell’intesa Fiscal Compact tra 25 Stati membri dell’Unione Europea; 3) le misure di massiccia immissione di liquidità adottate dalla Banca Centrale Europea.
Per quel che riguarda l’Italia, i provvedimenti deliberati dal governo Monti, anche raccogliendo decisioni e questioni maturate nel precedente governo, hanno via via ottenuto il necessario consenso in Parlamento, e hanno reso possibile un calo cospicuo del differenziale tra i tassi d’interesse dei titoli italiani e tedeschi – calo solo parzialmente eroso da nuove tensioni nelle ultime settimane, “nate al di fuori dell’Italia”. Si è manifestato in sostanza un ritorno di fiducia nella sostenibilità finanziaria del nostro paese : esso è attestato dal brillante collocamento dei nostri titoli di Stato emessi tra gennaio ed aprile per un importo pari al 40 per cento del totale, molto rilevante, programmato per l’intero anno.
Consolidare la fiducia recuperata è essenziale per evitare il riprodursi di un’emergenza allarmante, a cominciare da un’impennata della spesa per interessi sui nostri titoli del debito pubblico, che già si avvicina alla cifra di 80 miliardi di euro in ragione d’anno, sottraendo un ingente volume di risorse finanziarie pubbliche ad impieghi importanti per lo sviluppo del paese o a scelte di riduzione della pressione fiscale.

Quirinale, 1 maggio 2012

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